TwitterFacebookGoogle+

Così Donald Trump vuole l'iPhone made in Usa

Roma – I colossi americani della tecnologia sono le aziende i cui titoli hanno accusato le perdite più massicce in borsa in seguito all’elezione di Donald Trump. Il presidente eletto degli Stati Uniti ha infatti dichiarato guerra alla delocalizzazione e a rischiare di più sono soprattutto le compagnie, come Apple, che hanno all’estero la maggior parte delle fabbriche, dove a garantire gli elevati margini di guadagno e i bassi costi di produzione di cui gode l’azienda sono lavoratori con orari e salari che nessun operaio statunitense accetterebbe.

La produzione di Apple in Cina e il sosegno di Tim Cook a Hillary Clinton

Il gruppo di Cupertino assembla i suoi prodotti in Cina, mentre i componenti vengono fabbricati principalmente in Cina, Giappone e Taiwan. Già durante le primarie repubblicane, promettendo di riportare in patria parte della produzione delle grandi aziende Usa, Trump aveva più volte citato in maniera esplicita Apple. “Riporterò indietro i posti di lavoro”, ha dichiarato ‘The Donald’ lo scorso marzo, “porterò Apple a costruire i suoi computer nel nostro territorio e non in Cina. Come ci aiuta se lo fanno in Cina?”. Ciò spiega perché l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, abbia sostenuto il candidato dei Democratici, Hillary Clinton, organizzando anche una raccolta di fondi per l’organizzazione che ne curava la campagna elettorale. Trump ha inoltre invitato a un boicottaggio dei prodotti Apple lo scorso febbraio, quando la compagnia ha rifiutato di concedere all’Fbi l’accesso all’iPhone di uno dei terroristi autori della strage di San Bernardino.

La telefonata tra Tim Cook e Donald Trump

In un’intervista concessa al New York Times lo scorso 23 novembre, Trump raccontò di aver ricevuto una telefonata da Cook, al quale avrebbe promesso sgravi fiscali tali da convincerlo a produrre sul suolo americano. “Gli ho detto: ‘Tim, sai che una delle cose che per me costituirebbero un vero traguardo è quando porterò Apple a costruire un grande stabilimento negli Stati Uniti, o molti grandi stabilimenti negli Stati Uniti”, spiegò il presidente eletto, “invece di andare in Cina, in Vietnam e nei posti dove andate, farete i vostri proprio qui”. “Capisco”, sarebbe stata la risposta del numero uno di Cupertino, che non ha ancora rilasciato commenti sulla sua conversazione con il neo presidente.

Guarda le foto – I 7 modelli che hanno rivoluzionato il mercato

Trump ha proseguito la ricostruzione della telefonata spiegando di aver offerto a Cook ingenti agevolazioni fiscali per convincerlo a produrre in patria: “Vi daremo incentivi e credo che lo farete, faremo un taglio delle tasse molto grosso per le aziende e ne sarete felici”. Altro caposaldo della ricetta la lotta alla burocrazia. “Dobbiamo liberarci delle regolamentazioni, che stanno rendendo le cose impossibili”, avrebbe detto ancora Trump a Cook, “che siate progressisti o conservatori, potrei mostrarvi regolamentazioni che chiunque concorderebbe nel trovare ridicole, deve esserci un ‘liberi tutti’. Le aziende stanno soffocando”.

Leggi anche: L’iPhone compie 10 anni. Jobs voleva reinventare il telefono, ma ha fatto molto di più di Riccardo Luna

Già l’amministrazione Obama aveva dato nuovo impulso al ‘made in Usa’. Secondo un’analisi dei dati della Fed di St. Louis, la produzione manifatturiera statunitense nel 2016 è salita ai massimi da dieci anni. Il punto dolente è che le nuove tecnologie consentono di produrre con minore manodopera.

Durante l’intervista con il New York Times, è stato domandato a Trump se non fosse preoccupato che aziende come Apple avrebbero sì rimpatriato la produzione ma sostituendo gli operai con i robot. “Lo faranno e costruiremo anche i robot”, ha replicato l’immobiliarista newyorchese, “al momento non costruiamo robot, non costruiamo nulla. Ma lo faremo. La robotica sta diventando molto grande”.

Le armi di Trump

Trump in campagna elettorale ha promesso di abbassare dal 26% al 15% l’aliquota sugli utili delle grandi aziende e di consentire il rimpatrio dei capitali detenuti dalle multinazionali all’estero con un vero e proprio “maxi condono”. Apple, se ne approfittasse, pagherebbe appena il 10% di tasse sui 216 miliardi di dollari depositati offshore. Cook ha dichiarato in passato che avrebbe riportato volentieri quelle somme in America se solo non fosse stato per le imposte “irragionevoli, retrograde e orrende”. Per convincere Apple a produrre in Usa, Trump potrebbe inoltre rendere meno conveniente produrre in Cina. L’ipotesi di una guerra commerciale a colpi di dazi con Pechino avrebbe però pesanti conseguenze e Trump potrebbe rivelarsi nei fatti più moderato di quanto sia stato a parole anche in tema di protezionismo. E ci sono anche ineludibili ragioni strutturali per le quali un iPhone ‘made in Usa’ costerebbe almeno 40 dollari in più.

La maggior parte degli analisti ritiene che sarebbe impossibile per Apple iniziare a produrre iPhone in Usa di punto in bianco. In Cina l’azienda può infatti contare su una complessa e gigantesca catena di fornitori tutti orbitanti intorno al grande polo industriale di Shenzhen. Ci vorrebbero anni per ricostruire tale sistema negli Stati Uniti. Il 21 dicembre 2015, in un’intervista alla Cbs, Cook ha inoltre spiegato che è difficile per Apple produrre in Usa anche per la scarsità di manodopera con le qualifiche necessarie. Al momento Apple produce in Usa solo un prodotto di nicchia come il MacPro. (AGI)

Articolo originale Agi Agenzia Italia

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.