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Cos'è Eunavfor Med, l'operazione Ue che Salvini vuole cambiare il prima possibile 

Individuare, fermare e mettere fuori uso imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. È l’obiettivo base di Eunavfor Med, l’operazione Ue che lo scorso 22 giugno ha compiuto tre anni e che dal 26 ottobre 2015 ha ufficialmente integrato la sua denominazione con “Sophia”, il nome della bambina nata su una nave soccorsa in estate al largo delle coste libiche.

La necessità di un’operazione di questo tipo, suggerita dall’elevato numero di migranti morti nei “viaggi della speranza”, diventa inderogabile il 18 aprile 2015, quando a Nord della Libia si consuma quello che l’Unhcr definisce “il più grande disastro della storia recente”, l’affondamento di un peschereccio con oltre 800 persone a bordo. Due giorni dopo, su proposta dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e Politica di sicurezza, Federica Mogherini, il Consiglio europeo reagisce con un Action Plan sulla migrazione fondato su 10 punti, il secondo dei quali si concretizza nelle settimane successive in Eunavfor Med, con comando affidato all’ammiraglio di divisione Enrico Credendino.

Il via ufficiale dell’operazione e le due fasi

Il via ufficiale arriva il 22 giugno, ma la Task force composta dalla portaerei Cavour, dalla inglese Enterprise e dalle tedesche Werra e Schleswig-Holstein raggiunge la piena capacità operativa il 27 luglio: la “fase uno”, volta a “dispiegare le forze e raccogliere informazioni sul modus operandi dei trafficanti e contrabbandieri di esseri umani”, si conclude il 7 ottobre con l’inizio della “fase due” (tuttora in corso), durante la quale gli assetti della Task force possono procedere, “nel rispetto del diritto internazionale”, a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di esseri umani (naturalmente, al di fuori delle acque libiche: per entrarvi, occorrerebbero il placet dell’Onu e la richiesta del governo locale).

Sin dall’inizio, le unità contribuiscono alle attività di soccorso, che non rientrano nel mandato assegnato alla missione ma rappresentano un obbligo ineludibile per il diritto internazionale. Il 20 giugno 2016, la Commissione europea estende il mandato dell’operazione per un ulteriore anno, aggiungendo due compiti integrativi: l’addestramento della Guardia costiera e della Marina libica e il contributo alle operazioni di embargo alle armi in accordo con le risoluzioni delle Nazioni Unite.

Il nuovo mandato e i tre compiti integrativi

Il 25 luglio 2017, in concomitanza con il rinnovo dell’operazione fino al 31 dicembre 2018, il Consiglio europeo aggiunge al mandato tre nuovi compiti integrativi: istituire un meccanismo di controllo del personale in formazione per assicurare l’efficienza a lungo termine della formazione della Guardia costiera e della Marina libica; svolgere nuove attività di sorveglianza e raccogliere informazioni sul traffico illecito delle esportazioni di petrolio dalla Libia; migliorare le possibilità per lo scambio di informazioni sulla tratta di esseri umani con le agenzie di contrasto degli Stati membri, Frontex ed Europol.

Ad oggi all’operazione “Sophia” partecipano 27 su 28 nazioni europee, esclusa la Danimarca (in accordo con la legislazione interna che prevede il ‘non coinvolgimento diretto’ nella ‘Politica di sicurezza e di difesa comune dell’Ue’).

Il 1 febbraio 2018 l’Italia riassume il comando in mare della Task Force con l’inserimento di Nave San Giusto quale flagship dell’operazione. Finora il dispositivo ha visto impegnate, dal 2015 ad oggi, Nave Cavour, Nave Garibaldi, Nave San Giorgio, Nave San Giusto, Nave Zeffiro e Nave Etna. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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