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Così l'Isis seduce i millennial attraverso il web

La guerra del terrore passa per il web e seduce i giovani. Arije Antinori, criminologo ed esperto di terrorismo, coordinatore del CRI.MELAB, Laboratorio di Criminologia, Comunicazione di Crisi e Media della ‘Sapienza’ di Roma, spiega all’AGI – a pochi giorni dal G7 dei ministri dell’Interno di Ischia (19-20 ottobre) – come il sedicente Stato Islamico sfrutti in modo sempre più sofisticato le opportunità offerte da Internet. Secondo l’esperto, “Il problema è soprattutto culturale. Stanno crescendo generazioni coltivate a violenza – spiega – la cui dieta mediale è infarcita di contenuti estremi. E in uno scenario ormai di guerra ibrida, ambigua, non lineare, mentre di fronte ad ogni attentato polizia ed intelligence dei Paesi colpiti si sforzano di verificare l’attendibilità della rivendicazione, il ‘messaggio’ di quella rivendicazione è già arrivato. Vera o falsa che sia”. 

Le sconfitte militari sul campo quanto incidono sulla suggestione jihadista?
“Molto meno di quello che si possa pensare. Dal fronte continuano ad arrivare video di una mezz’ora l’uno, che dimostrano che il combattente è vivo e il movimento è coeso. Nella condivisone dello streaming ‘in diretta’, quella che conta ancora una volta non è la verità ma la la dimensione di impatto emotivo e sociale, siamo nel dominio della sfera delle percezioni, in nuovi modelli e dinamiche di ‘cyber-empatia’. E poi l’accesso a certi canali è facilissimo: in rete, ad esempio, trovo tutorial su qualsiasi cosa, a partire da come si costruisce un ordigno artigianale, e in tutte le lingue. Lo stesso vale per la messaggistica: Telegram continua ad essere la più usata soprattutto per il fatto di avere lo switch tra chat pubblica e chat privata, ma stanno conquistando sempre più spazio anche i bot channels: canali nati con il porno, automatizzati, gestiti da robot e con vari livelli di directory. Utenti sempre più giovani e sempre più connessi ricevono così in automatico contenuti di qualsiasi tipo in una complessità lineare, semplice, immediata”.

Al G7 di Ischia si parlerà anche di come i giganti della rete possano aiutare a contrastare il fenomeno e di foreign fighters.
“Non facciamoci troppe illusioni. Le grandi piattaforme sono divenute veri e propri soggetti privati di interesse pubblico, anzi globale, le grandi community da loro create difficilmente sono riconducibili a logiche regionali e statali di controllo: Internet non si oscura, l’abbiamo detto prima, e naturalmente non si spegne. Occorre lavorare, alfabetizzare, informare l’utente, creare consapevolezza digitale per prevenire. Quanto ai foreign fighters, di ritorno, penso rappresentino un problema importante ma relativo: a parte che non tutti imbracciano il mitra o hanno a che fare con esplosivi – c’è chi si occupa di logistica, chi di comunicazione, chi di approvvigionamento – comunque li conosciamo quasi tutti”.

“Il vero pericolo è rappresentato da quelli che, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a partire, perché criminalmente ‘immaturi’ o perché scoraggiati dai controlli sempre piu stretti predisposti dai vari Paesi. Possono essere oggi, all’alba dello scenario di quella che definisco ‘jihaspora’, invisibilmente compressi, incontenibilmente trepidanti di colpire, di far male, di divenire testimonial della violenza jihadista, di lasciare un segno nella storia che per la loro generazione è senza tempo e spazio, è ora e qui. E rischiano pericolosamente di restare fuori da ogni radar”. 

Da Al Qaeda all’Isis, come è cambiata la comunicazione del terrore
“Il momento chiave sta nel passaggio dall’analogico al digitale: a me piace parlare di ‘mediamorfosi’ del terrorismo, per cui non c’è più un contenitore che veicola un messaggio violento ma il messaggio violento è di per sé la comunicazione; nell’epoca dell’informazione digitale globalizzata, il terrorismo è comunicazione. Il web ha la capacità enorme di tenere le braci sempre vive e di rinnovarle con i nuovi attacchi. Per un decennio Al Qaeda ha saputo impollinare il web, è stata brava a sfruttarlo riempendolo, ma poi – anche per una struttura più gerarchizzata – le è mancata la capacità di riconoscere quanto diventassero centrali l’individuo e il singolo ‘guerriero’; l’Isis ha capito benissimo i limiti della capacità attrattiva di Al Qaeda e ha confezionato un progetto terroristico cucito addosso all’utilizzatore finale”.

“In effetti è impressionante pensare a come lo Stato islamico nel giro di pochi anni sia riuscito a creare e coltivare il primo immaginario concretamente globalizzato della storia, non solo della storia dell’eversione, che tra l’altro si fonda sulla violenza, quindi con una velocità e facilità di propagazione mai viste prima”. 

Che peso ha in questo scenario la componente religiosa?
“Presi dagli eventi, ce ne siamo fatti suggestionare troppo. Nel modello qaedista c’era una formazione di questo tipo, spesso affidata alle madrasse, ora abbiamo a che fare sempre più spesso con soggetti sempre più giovani che usano alcuni concetti religiosi per esprimere rivalsa, per polarizzare aggressività, per vendicare l’emarginazione, in un caotico cyber-slang superficiale, ma intriso di odio per il ‘kafir‘, l’infedele, il nemico da terrorizzare. Dobbiamo uscire dalla mera logica di attenzionamento delle seconde e terze generazioni per soffermarci di più sulla prima generazione ma dei cosiddetti ‘milennials‘: capire che abbiamo di fronte giovani che hanno un rapporto con lo spazio e con il tempo che non è il nostro, senza un disegno identitario e senza un progetto per il futuro”.

“È fuorviante chiederci perché i ‘lupi solitari’ colpiscano in Francia, Spagna, Gran Bretagna: colpiscono lì perché vivono lì, in periferie uguali a tante altre, perchè non riconoscono dei confini come le generazioni precedenti. Sono cittadini del mondo a cui la seducente retorica del jihadismo, di per sé essenzialmente transnazionale, ricorda di esserne ‘padroni’ attraverso l’azione per testimoniare la propria fede. C’è un vuoto inquietante, e c’è chi, come la jihadisfera, ha gioco facile a saturarlo con la violenza: da anni ormai nei siti ‘gore’, di aggregazione di contenuti video ipersadici, tutto fruibile con pochi clic anche da minori, accanto ad esecuzioni, impiccagioni, mutilazioni appaiono filmati jihadisti di sgozzamento. Si assecondano le pulsioni più violente e si allevano guerrieri a costo zero”.

Chi è che studia a tavolino questa propaganda?
“Ci sono delle gerarchie, dei media producer, un indotto centralizzato della comunicazione ma se nella propaganda tradizionale c’è un messaggio diretto ad un’audience precisa, l’innovazione del jihadismo online è nel fatto che l’audience della jihadisfera, che grazie alla complessità cyber sociale ne è al contempo oggetto e soggetto, partecipa, costruisce, ricostruisce, genera, rigenera. È come chiedersi chi comanda nel web, se conta di più Facebook o i suoi utenti. E attenti anche a cadere nella trappola dell’oscuramento: per soggetti molto giovani, ma già esperti, vedersi negare l’accesso ad un sito equivale a sfidarlo ad aggirare quell’oscuramento. E per riuscirci basta un banale software scaricabile ovunque. Stiamo ampiamente sottovalutando le conoscenze tecniche dei nostri giovanissimi”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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