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Cosa annuncerà Trump sul nucleare iraniano. Le opzioni possibili

ll presidente Donald Trump annuncerà oggi (quando in Italia saranno alle 20:00), se gli Usa usciranno dall’accordo nucleare iraniano. Il miliardario ha ripetutamente indicato di volere lasciare l’intesa Jcpoa (Join Comprehensive Plan of Action), siglata nel 2015 da Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania con Teheran, che rimuove le sanzioni all’Iran in cambio di un blocco per 10 anni del suo programma atomico. Una delle possibilità – già definita ‘opzione nucleare’ – è che Trump decida di imporre di nuovo in blocco tutte le sanzioni contro l’Iran, da quelle sull’export di petrolio a quelle specifiche contro società o individui.

Ma ciò comporterebbe una violazione dell’intesa da parte degli Usa, perché le sanzioni devono rimanere congelate se l’Iran ne rispetta i termini. E non solo l’Iaea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) nell’ultimo rapporto dello scorso febbraio ha certificato che l’accordo è stato onorato ma lo ha fatto anche il nuovo segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. Invece di ritirare gli Usa dal ‘Nuke Deal’, Trump potrebbe allora decidere di non certificare l’accordo, come è chiamato a fare ogni 90 giorni, e il prossimo termine scadrà il 12 maggio. È quella che viene definita de-certificazione. Dopo la firma del Jcpa del 2015 il Congresso ha infatti imposto l’ “Iran Nuclear Agreeement review act” (Inara), una legge nazionale che assicura alle Camere Usa un potere di verifica sull’intesa. La decisione sul da farsi passerebbe dunque al Congresso che avrebbe 60 giorni di tempo per stabilire se intervenire con nuove sanzioni, non fare nulla, chiedere dei correttivi sul processo di certificazione o emendare l’accordo nucleare.

Ma non è l’unica alternativa al ritiro degli Usa dal ‘Nuke deal’. Il presidente potrebbe certificare l’accordo ma chiedere delle modifiche, scongiurando l’isolamento e consentendo agli alleati europei di lavorare a possibili aggiustamenti. Trump potrebbe anche de-certificare l’accordo ma senza reclamare l’immediata reintroduzione delle sanzioni, come ha indicato dal giornalista britannico Anshel Pfeffer su Haartez. “Le sanzioni contro la Banca centrale dell’Iran, volte a colpire gli accordi internazionali sul petrolio, non entrerebbero in vigore per altri 180 giorni, di fatto dando all’amministrazione e ad altri firmatari altri 5 mesi per cercare un compromesso”, ha scritto Pfeffer.

Lo scenario peggiore, quello che Iran, Ue e gli altri firmatari vogliono evitare, è che Trump non certifichi l’accordo e richieda formalmente all’Onu nuove sanzioni. “Ma penso che questa ipotesi sia la meno probabile perché comporterebbe la crisi più grande”, ha osservato su TheIndipendent Jeffrey Lewis, direttore del programma di non proliferazione al Middlebury Institute of International Studies.

Intanto i ministri degli Esteri di Francia, Regno Unito e Germania hanno fatto sapere che resteranno nell’accordo, indipendentemente dalla decisione che gli Stati Uniti. Il capo della diplomazia britannica, Boris Johnson, è volato a Washington e, dalla rete ‘amatissima’ dal presidente Usa, Fox News, ha detto che le richieste di Trump sono “legittime”, che Trump ha “ragione di vedere i difetti”. “Ma pensiamo che possiamo essere più duri con l’Iran, rispondere alle preoccupazioni del presidente senza buttare il bambino con l’acqua sporca: il piano B non sembra particolarmente avanzato in questa fase”.

I ministri francesi e tedeschi, Jean-Yves Le Drian e Heiko Maas, hanno anche loro difeso l’accordo, che considerano come il modo migliore per “impedire l’accesso dell’Iran di armi nucleari”. Alla Casa Bianca due settimane fa, anche il presidente francese Emmanuel Macron aveva provato a fargli cambiare idea, cercando di convincerlo a non mandare a monte l’intesa e nel contempo negoziare con l’Iran un “nuovo accordo”, che tenga conto delle sue preoccupazioni e superi quello attuale. E pochi giorni dopo, lo stesso cancelliere tedesco Angela Merkel aveva sostenuto la stessa richiesta. Resta da vedere che cosa sarà l’Iran, dove gli ultraconservatori hanno una linea molto dura.

Giovedì, un consigliere dell’ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo dell’Iran, ha detto che Teheran farà ‘saltare’ l’intesa qualora Washington manterrà la sua minaccia. Durante la sua conferenza stampa settimanale a Teheran, il portavoce del ministero, Bahram Ghasemi, ha aggiunto che gli Stati Uniti pagheranno “a caro prezzo” un’eventuale uscita dall’accordo. Al contrario, il presidente Hassan Rohani ha fatto capire che Teheran potrebbe restare nell’intesa, anche anche se gli Stati Uniti dovessero ritirarsi, se le altre parti contraenti garantiscono di rispettare i patti. “Quello che vogliamo è che l’accordo sia preservato e garantito dalle parti non-americane”, ha detto Rohani. “In questo caso, l’uscita degli Stati Uniti non sarebbe un problema”.

In attesa dell’annuncio di Trump, il petrolio vola: ieri il prezzo del greggio è salito al livello più alto da tre anni e mezzo, con gli investitori evidentemente preoccupati delle conseguenze di eventuali sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran (oltreché dalla situazione in Venezuela). E di sicuro il riapparire delle sanzioni contro il terzo più grande produttore di greggio della Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) sconvolgerà il mercato globale.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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