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Cosa c'entra la scuola Diaz con Giulio Regeni? Le accuse del pm di Genova, spiegate 

“I torturatori del G8 di Genova sono ai vertici della nostra polizia. Come possiamo dunque chiedere all’Egitto di consegnarci i torturatori di Giulio Regeni?” Parla con l’amaro in bocca Enrico Zucca, sostituto procuratore generale di Genova, intervenuto in un dibattito sulla vicenda del ricercatore italiano torturato e assassinato in Egitto il 3 febbraio del 2016. “L’11 settembre 2001 e il G8 – detto il magistrato che prese parte al processo per i fatti della scuola Diaz – hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un Paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche“.

Un’associazione mentale provocatoria, la definisce il Corriere della Sera, cui in un’intervista telefonica Zucca spiega: “Il rispetto di principi e diritti non può variare a seconda dei casi. Ora chiediamo all’Egitto di rispettarli, ma la nostra Corte costituzionale ha preso posizioni che contrastano con l’esigenza di accertare una verità giudiziaria quando siamo di fronte alla “ragion di Stato””. Parole le sue che saranno sottoposte alla valutazione del consiglio di disciplina del ministero della Giustizia, che ha acquisito anche i video e i documenti del convegno.

A chi si riferisce Zucca?

Già in passato, e più volte, ricorda Il Messaggero, il pm Zucca aveva duramente criticato l’operato della Polizia con riferimento ai fatti di Genova: in particolare, in un dibattito pubblico aveva parlato di una “totale rimozione” delle vicende del G8 e del rifiuto per anni da parte della polizia italiana, diversamente da quella straniere, di “leggere se stessa” per “evitare il ripetersi” di errori.

Ma a chi si riferisce il pm? I riferimenti del magistrato – spiega il Fatto Quotidiano – sono da ricercare nei recenti articoli di cronaca. Come quello del 24 dicembre scorso, quando Gilberto Caldarozzi era stato nominato vicedirettore della Direzione Investigativa Antimafia. Per i fatti della Diaz venne condannato a tre anni e otto mesi in via definitiva. L’accusa era quella di falso: mise la firma nei verbali che attestavano l’esistenza di prove fasulle usate per accusare ingiustamente le persone picchiate all’interno della scuola d iGenova, durante il G8 del 2001. 

Assolto in primo grado nel novembre 2008 dopo 172 udienze, Caldarozzi viene condannato in appello nel maggio 2010 dopo altre 18 udienze: poi su quella condanna arriva il bollo della Cassazione il 5 luglio 2012. Ai tempi del G8 era il più alto in grado, subito dopo Francesco Gratteri, anche lui condannato e promosso prefetto prima di andare in pensione. Considerato un investigatore esperto (ha fatto parte dei gruppi che hanno arrestato boss di Cosa nostra come Bernardo Provenzano e Nitto Santapaola) prima dei fatti della Diaz, Caldarozzi dirigeva lo Sco, il servizio centrale operativo della polizia all’epoca guidata da Gianni De Gennaro.

Dopo la condanna venne interdetto per cinque anni. Un lustro trascorso lavorando per una banca, ma anche come consulente per la sicurezza da Finmeccanica, chiamato sempre dal suo ex capo De Gennaro. 

Nel 2014 Cassazione scrisse nelle motivazioni sul rigetto del suo affidamento ai servizi sociali: “Si è prestato a comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici“. Ora scaduta l’interdizione torna a vestire la divisa. E occupando un ruolo prestigioso.   “Ha gettato discredito sulla polizia italiana nel mondo”. Possibile che non ci fosse nessun altro di più idoneo a quel ruolo?”, si chiede Zucca.

Quando nel luglio 2012 la Cassazione confermò le pesanti condanne di appello per falso (quelle salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Gratteri era capo della Direzione centrale anticrimine,  Giovanni Luperi era capo-analista dell’Aisi (il servizio segreto interno). Filippo Ferri, figlio di Enrico (l’ex ministro socialdemocratico) e fratello di Cosimo (sottosegretario alla Giustizia), guidava la squadra mobile di Firenze. Ancora: Fabio Ciccimarra, capo della squadra mobile de L’Aquila, o Spartaco Mortola capo della polfer di Torino. 

Le indagini sul caso Regeni

“Ho fiducia nella legge, negli avvocati bravi e nella stampa buona e abbiamo tanta solidarietà dai social” ha detto Paola Regeni, madre di Giulio, ma “ci aspettavamo di più da chi ci governa: dal 14 agosto quando il premier Gentiloni ci ha annunciato che l’ambasciatore tornava in Egitto, siamo stati abbandonati”.  Il 9 novembre 2017 il ministro degli Esteri Angelino Alfano parlando a proposito del ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo ha dichiarato: “Siamo convinti che il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi sia un interlocutore appassionato nella ricerca della verità“.

La decisione di riaprire le relazioni diplomatiche con l’Egitto, ricordava nel dicembre scorso la famiglia di Regeni, “seguiva di pochi minuti il comunicato congiunto delle procure italiana ed egiziana nel quale si riferiva che: ‘come preannunciato sempre nel maggio scorso, è stata poi effettivamente affidata ad una società l’attività di recupero dei video della metropolitana e le attività stesse sono in corso”. Materiale mai pervenuto. La Procura generale egiziana, poi, si era impegnata, come si legge nel comunicato del 21 dicembre scorso a ‘proseguire le indagini, sulla base anche delle ipotesi investigative formulate dai magistrati italiani’“.

Da allora – spiegava qualche mese fa la famiglia di Giulio  – “non è stata registrata in realtà nessuna ‘reazione’ da parte della magistratura egiziana sulla informativa italiana che ricostruisce le precise responsabilità di nove funzionari di pubblica sicurezza egiziani perfettamente individuati”.

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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