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Cosa ci lascia Stephen Hawking, una vita dedicata ai misteri del Cosmo

Stephen Hawking aveva 21 anni ed era un promettente studente di Oxford quando gli diagnosticarono la Sla e gli profetizzarono non più di due anni di vita sulla Terra. Lui ne ha vissuti altri 55, ed ha mostrato all’uomo la grandezza del tempo e delle stelle. Lo ha fatto da una sedia a rotelle, parlando attraverso una macchina speciale, ma la cosa non gli ha impedito di arrivare alle origini del Cosmo né di esplorare, di quest’ultimo, il lato oscuro della Forza. Non è un caso se il Financial Times lo descrive come “simbolo della vittoria dell’uomo sulla disabilità fisica”, anche se persino questa definizione gli va stretta.

Aveva saputo da poco della sua condanna, infatti, che già si era messo a lavorare con l’amico Roger Penrose ad un’idea magnifica e folle: applicare la matematica dei buchi neri all’intero universo per scoprire che esiste una regione curva infinita spaziotemporale che indica esattamente il punto del Big Bang: elemento maschile e femminile di un universo ancora non diviso nei suoi elementi che esplose tutto a un tratto, dal nulla, a generare la vita dei corpi celesti, i luoghi dove essi si sarebbero mossi, il tempo della loro esistenza e, inevitabilmente, la loro morte. Un’idea che solo a pensarla fa accapponare la pelle, e che lui non solo intuì, ma dimostrò e difese in un’Inghilterra che in quel periodo era tutta intenta a piangere la separazione dei Beatles.   

La teoria dei buchi neri

Quattro anni dopo perfezionò l’altra teoria che lo ha reso famoso, quella dei buchi neri che, disse ad un genere umano ancora affezionato all’idea di un universo con al centro la Terra nemmeno si fosse ai tempi di Tolomeo, popolano l’immanente infinitezza dei cieli in cui il nostro pianeta altro non è se non una palletta di fango, del tutto marginale. E quei buchi neri – anch’essi infiniti nel loro numero – vivono e muoiono come gli esseri umani, e prima di esalare l’ultimo respiro esalano una tremenda forza di un milione di megatoni di bombe all’idrogeno. Eppure spesso sono puntini non più grandi di un neutrone, eppure e ancora eppure pesano, ognuno, un miliardo di tonnellate. Non c’è logica, non c’è senso, perché l’unica logica che tutto tiene e tutto spiega è quella, fredda e luminosa, della matematica pura.

Colpiti dalle capacità di questo giovane più che talentuoso, oltre che dotato di un temperamento a dir poco tenace, quelli di Cambridge riuscirono a soffiarlo a quelli di Oxford, e gli dettero la cattedra che già era stata di Isacco Newton. Lui la tenne per i trent’anni successivi, prima di divenire direttore del Centro di Cosmologia Teoretica. Intanto anche la Royal Society lo aveva graziosamente ammesso tra i suoi pari, soprassedendo al fatto che, a 32 anni, in certi ambienti non puoi che essere considerato altro se non un paggio. A questo punto, per essere consacrato definitivamente, gli mancava il successo di massa. Ecco allora che scrisse uno dei libri più letti del tardo Novecento, che tanto deve della sua riuscita ad un titolo formidabilmente intriso di capacità, attinenti, alle conoscenze scientifiche, a quelle del marketing. La sua “Breve storia del tempo” univa sapienza, conoscenza, abilità divulgativa e, soprattutto, una gran capacità di far volare con la mente guardando le stelle e immaginando altri mondi, che poi è il sogno di ogni buon scienziato ed essere umano per lo meno dai tempi di Giordano Bruno.

Nascita di un’icona pop

Era nato così lo Hawking simbolo ed esponente della pop culture, che non si tirava certo indietro quando si trattava di partecipare direttamente o no a una puntata dei Simpson, o a fare un’apparizione a fianco dei Pink Floyd. Perché l’universo nasce sì dai buchi neri e dal Big Bang, ma poi lo abitano, almeno da queste parti, gli uomini iin carne ed ossa, con i loro interessi, la loro voglia di scoprire, le loro passioni. Passioni su cui quel perfido di Hawking, un britanno fin nel fondo dell’anima, amava giocare e divertirsi ben oltre gli schemi di quella noia mortale che è il politicamente corretto. Non si tratta solo del gusto che ci prendeva a passare con la sua sedia a rotelle elettrica sulle delicate dita dei piedini appartenenti alle eteree studentesse di Cambridge, nei balli di primavera. Invitato alla Casa Bianca da Bill e Hillary Clinton, si presentò leggendo un discorso tutto riferimenti all’esistenza di una florida signorina chiamata Monica Lewinsky. Nel 2013 non andò in Israele per una conferenza, perché prima aveva sentito un paio di amici palestinesi. Quanto a quel particolare tipo di universo che una volta si chiamava l’Universo Femminile, lui ammetteva candidamente di non averci capito niente, se non che era un vero e proprio mistero. Il che non gli impedì di essere beccato in un club di lap dance.

“Diceva sempre: il Cosmo non è gran cosa se dentro non ci solo le persone che ami”, hanno ricordato i tre figli dando l’annuncio della sua scomparsa. O anche quel ragazzo, suo compagno d’ospedale, che vide morire di leucemia. “Una cosa che mi dette la forza di continuare le mie ricerche”, avrebbe ricordato anni dopo. Forse perché l’Uomo l’universo lo ha dentro di sé.

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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