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Cosa è riuscito a fare Obama in 8 anni di presidenza 

Ogni Presidenza degli Stati Uniti è stata costellata di luci e ombre. Il duplice mandato ricoperto da Barack Hussein Obama (20 gennaio 2009- 20 gennaio 2017) non fa eccezione. Oratore elegante e d’indubbia efficacia, Obama ha forse dovuto pagare un pegno alla propria propensione retorica promettendo, o immaginando, più di quanto non fosse concretamente in grado di realizzare.

Non di rado, come in materia di diritti civili e libertà fondamentali a cominciare da quelli della comunità Lgbt, ha preferito lasciare alla Corte Suprema (sulla cui stessa composizione è intervenuto per modernizzarla) il compito di adeguare l’ordinamento Usa all’evoluzione della società: pur non facendo mancare alla Corte il suo sostegno nè omettendo di orientarne le decisioni attraverso specifiche direttive, talvolta ha evitato però di assumere direttamente oneri che sarebbero spettati a lui in prima persona, e ha cosi’ finito con il privare parte dei propri risultati della forza non solo simbolica, quasi sacramentale, della forma di legge.

Yes, We Can” è stato il suo celeberrimo motto: ma, nella prassi quotidiana, spesso Obama ha dovuto constatare che certe cose proprio non si potevano fare, oppure semplicemente non si è sentito di provare a farle fino in fondo. A parte l’esempio citato, si possono al riguardo ricordare

  • la mancata introduzione di controlli veramente rigorosi sulla circolazione delle armi da fuoco in mani private,
  • o il tormentato smantellamento del carcere di Guantanamo per terroristi (veri, o anche presunti), del quale non è riuscito a imporre la definitiva chiusura.

Anche questo aspetto, insieme all’aver incarnato egli stesso il superamento del tabù di un afro-americano alla Casa Bianca, fa comunque di Barack Obama uno statista molto umano, al quale sarebbe tanto ingeneroso quanto fuorviante non riconoscere il conseguimento di alcuni successi incontestabili, ottenuti a dispetto delle difficoltà obiettive ma anche dei propri limiti individuali, e destinati probabilmente a segnare la Storia persino al di là delle loro ripercussioni più immediate. Eccone i principali.

 

1. Le azioni per il disarmo nucleare

Obama non ha il merito di aver intavolato i negoziati che, il 14 luglio 2015, sarebbero infine sfociati nell’Accordo di Vienna sul contenimento del programma nucleare iraniano, in estrema sintesi rinuncia all’arricchimento in proprio dell’uranio, e maggiori controlli, in cambio di un graduale allentamento delle sanzioni internazionali. Quei negoziati erano iniziati dodici anni prima su iniziativa dei tre Paesi europei poi membri del cosiddetto 5+1, cioè Regno Unito e Francia più la Germania, e gli Stati Uniti vi aderirono soltanto nel 2006, quando alla Casa Bianca ancora sedeva il deprecato George W. Bush.

Obama ha però il merito di aver evitato la discontinuità rispetto al predecessore (non era cosi’ scontato) e, soprattutto, di non aver ceduto alle pressioni di un Congresso che gli stava via via sfuggendo di mano a favore degli avversari repubblicani, a partire già dalle elezioni di mid-term del 2010, imprimendo anzi un’accelerazione alle trattative. Solo il tempo potrà sancire quanto effettiva fosse la minaccia atomica rappresentata da Teheran: ma per gli Stati Uniti il rapporto con il regime degli ayatollah ha risvolti anche psicologici che trascendono la pura posta in palio, e il non essersene lasciato condizionare rivela un’indiscutibile capacità di leadership.

Obama ha sfruttato al meglio il potenziale dei suoi segretari di Stato, John Kerry più di Hillary Rodham Clinton, e ha colto al volo l’opportunità offerta da una mediazione europea molto più efficace una volta affidata alla pervicacia dell’italiana Federica Mogherini anzichè a lady Catherine Ashton, scialba baronessa inglese. Con un accorto dosaggio d’irrigidimenti e concessioni, almeno nella fattispecie ha saputo attirare nell’orbita occidentale la Russia e la Cina che in precedenza, in nome del comodo principio della ‘non interferenza negli affari interni altrui’, con la Repubblica Islamica non avevano certo giocato a carte scoperte.

Ha recuperato l’Iran, isolato Pyongyang

Non ha ceduto alla tentazione di cercare di mettere l’Iran all’angolo nè di umiliarlo: cosi’ facendo, sul medio-lungo periodo lo ha verosimilmente recuperato alla causa della non proliferazione, più in generale della pacifica coesistenza. E poi, era un potenziale partner commerciale troppo allettante per relegarlo nel limbo a tempo indeterminato. Se sono rose fioriranno, ma intanto Obama è riuscito a isolare ulteriormente l’ultimo vero Stato-carogna: la Corea del Nord, ben più incline alle velleità atomiche di quanto lo sia mai stata davvero la creatura di Ruhollah Khomeini. Se a qualcuno venisse in mente d’imitare Pyongyang, dopo l’Accordo viennese ci penserà su parecchio.

 

2. Cosa ha fatto (e cosa no) per i temi ambientali 

Obama è sempre stato personalmente sensibile alle tematiche ambientali, anche se si tratta di uno di quei settori nei quali è stato costretto a scendere a più miti consigli in base a considerazioni, per citare l’interessato, “strategiche”. Basti accennare al veto da lui opposto al completamento del maxi-oleodotto ‘Keystone Xl’, alla tutela assoluta accordata a porzioni di territorio e risorse idriche di pertinenza federale che ha portato la superficie complessiva delle aree protette a 224 milioni di ettari (record assoluto per un presidente americano); e anche ai pur piuttosto effimeri provvedimenti adottati dopo il disastro occorso nell’aprile 2010 alla piattaforma petrolifera ‘Deepwater Horizon’ nel Golfo del Messico.

Il suo capolavoro in materia rimangono però la promozione della cosiddetta Cop21, la Conferenza sui Mutamenti Climatici svoltasi a fine 2015 sotto l’egida dell’Onu a le Bourget, in Francia, e la firma dell’Accordo di Parigi che ne scaturi’. Un traguardo ragguardevole, a prescindere dai limiti oggettivi del trattato e delle sue clausole, per il capo del governo di uno tra i Paesi leader nelle emissioni di gas-serra responsabili del surriscaldamento globale: Paese che si era ben guardato dal ratificare il precedente, e per diversi aspetti più preciso, Protocollo di Kyoto del 1997.

Ma non è riuscito a far ratificare Kyoto

 In realtà, neppure sotto Obama la ratifica di Kyoto è arrivata, malgrado la proroga della sua validità fino al 2020 invece dell’originario 2012. Ancora una volta è prevalso il pragmatismo o, se si vuole, “l’ottimismo della volontà”: meglio evitare di resuscitare vecchie diatribe, e guardare al futuro. è un fatto che Obama ha indotto gli Stati Uniti a compiere il passo avanti che era sempre mancato, traghettandoli verso la prima linea della lotta all’effetto-serra.

Non solo: nell’occasione ha avuto l’abilità di trovare un’inedita sponda nell’omologo cinese Xi Jinping, a sua volta alle prese con lo spauracchio di disastri ambientali ancora più incombenti. Insieme hanno apportato quasi il 38 per cento (rispettivamente il 20,09 per Pechino e il 17,89 per Washington) del 55 per cento della produzione planetaria di emissioni gassose nocive necessario, oltre alla sottoscrizione da parte di 55 Paesi, per l’entrata in vigore del trattato parigino. Quando sono certi pesi massimi a sferrare un uno-due di tale portata, per qualsiasi avversario reggere il colpo è ben difficile. Obama, con Xi, ha tracciato una linea destinata a fare scuola (e infatti anche la riottosa India si è sùbito accodata), e dalla quale sarà complicato discostarsi. Tra l’altro, se proprio Donald Trump volesse provarci, per statuto dovrà comunque aspettare tre anni prima di potersi muovere: cosi’ prevede infatti l’Accordo. Se ne riparlerà quindi, come minimo, a fine 2019.

 

3. Un argine al libero mercato sulla sanità: l’Obamacare

Il ‘Patient Protection and Affordable Care Act’, la riforma sanitaria del 2010 (entrata però in vigore quattro anni dopo, e neppure completamente) alla cui realizzazione Obama si era impegnato fin dalla prima campagna presidenziale resta, comunque la si voglia valutare, il lascito principale della sua politica interna. Anche perchè il concatenarsi degli eventi a livello mondiale gli ha lasciato assai meno tempo ed energie di quanto avrebbe voluto dedicarne agli affari di casa.

Lui di certo la considera il proprio fiore all’occhiello. Per capirla, va brevemente ricordato che gli Stati Uniti sono tra le rarissime Potenze economiche a non garantire l’assistenza sanitaria a tutti i connazionali. Malgrado i drastici ridimensionamenti che dovunque hanno aggredito il Welfare, è una realtà abbastanza inconcepibile nell’ottica di qualsiasi cittadino dell’Europa occidentale. Fino all’avvento di Obama, l’ultimo intervento di un’amministrazione Usa in tale settore risaliva al lontano 1965, con l’istituzione da parte di Lyndon B. Johnson di Medicare e Medicaid: i programmi pubblici riservati rispettivamente alle fasce più anziane e ai ceti meno abbienti della popolazione. Per il resto, ha sempre prevalso la ‘giunglà del libero mercato, con l’assistenza imperniata su polizze assicurative individuali, al massimo familiari, e circoscritta a chi se la poteva economicamente permettere: pochi davvero.

Obama in origine avrebbe voluto scardinare il sistema: non fino al punto di creare dal nulla un apparato sanitario pubblico completo, del tutto estraneo alla cultura americana della ‘Frontierà, ma trasformando lo Stato federale in assicuratore esso stesso, in competizione con quelli privati, nell’intento di calmierare i prezzi e rendere le polizze accessibili tendenzialmente a tutti.

Alla fine però ha vinto il compromesso

Ancora una volta si è dovuto rassegnare al compromesso, limitandosi ad alcune innovazioni comunque a loro modo rivoluzionarie.

  1. Obbligo per le compagnie di assicurazione di non rifiutare l’accensione delle polizze sulla base delle attuali condizioni di salute del sottoscrittore, compresa l’esistenza di determinate patologie di particolare gravità, o dei suoi precedenti in campo medico.
  2. Divieto d’inserimento di clausole che rendano possibile a posteriori una rescissione unilaterale del relativo contratto.
  3. Ampliamento della sfera dei soggetti aventi diritto a Medicaid.
  4. Concessione di sussidi o benefici fiscali, rapportati al reddito del beneficiario, che limitino il costo della copertura assicurativa.
  5. Obbligo per i datori di lavoro che abbiano almeno cinquanta dipendenti di fornire loro la copertura ovvero, in alternativa, di versare una sovrattassa sui salari dei medesimi avente identico scopo.
  6. Possibilità per i giovani fini a 26 anni di età di godere della copertura assicurativa spettante ai genitori, se a carico di questi ultimi.

Fin qui, difficile sollevare obiezioni. Sono però insorti immediatamente due problemi.

  • Uno sul piano normativo: il dotarsi di una polizza assicurativa è diventato, oltre che un diritto, pure un dovere la cui eventuale inadempienza va sanata con il pagamento di un’ammenda, in certi casi parecchio salata; ma non tanto da impedire a molti cittadini di optare per quella, piuttosto che accollarsi l’esborso necessario per assicurarsi. Ecco perchè l’Obamacare, di fatto, non è riuscito che a racimolare un consenso popolare limitato.
     
  • Secondo problema, l’attuazione pratica: le norme applicative si sono troppo a lungo ridotte alla creazione di un sito governativo insufficiente a fare fronte alle richieste, e presto andato in tilt. Non c’è stato un tempestivo coordinamento con i singoli Stati federati, chiamati a partecipare alla riforma, e le contrapposizioni ideologiche tra la Casa Bianca e le autorità locali si sono rivelate un veicolo fatale di sabotaggio. Il comparto assicurativo dal canto suo si è tutelato dai maggiori oneri ogni volta in cui la legge glielo permetteva.

Tirando le somme, della sanità cosi’ riformata hanno in varia misura goduto 31-32 milioni di americani: ancora troppo pochi, però, e gran parte degli obiettivi iniziali sono stati abortiti, a cominciare dalla riduzione delle spesa pubblica ad hoc. Resta tuttavia incontrovertibile l’introduzione, magari inizialmente forzata, di un concetto inaudito prima: in un Paese civile e avanzato come gli Usa, l’accesso alle cure mediche va accordato a chiunque. Non tutti hanno capito, ma tutti (o quasi) hanno avvertito il cambio di rotta. Tanto che nell’ottobre 2016, quando ancora Trump sembrava comunque destinato a perdere le elezioni, c’è stata un’improvvisa impennata nelle richieste di adesione al nuovo sistema: il popolo ha fiutato l’aria, e deciso che era meglio mettersi al vento per tempo. Non si sa mai. 

Persino The Donald è parso intuire che non gli sarebbe bastato procedere per proclami, e infatti sulla sorte dell’Obamacare cambia spesso idea, fino a mettere le mani avanti proclamandosi nello specifico addirittura “di sinistra”. Patata bollente peggiore, Obama non avrebbe potuto lasciargli in eredità.

 

4. Il risultato più acclamato (ma forse meno importante). Cuba

E’ probabile si tratti del risultato mediaticamente più acclamato, ma intrinsecamente meno rilevante tra quelli conseguiti da Obama. In questo caso il 44mo presidente degli Stati Uniti ha avuto anche molta fortuna, ma è pur vero che la fortuna bisogna saperla cogliere al volo, e sfruttarla. E’ stata per esempio una fortuna il fatto che, nel mondo globalizzato, l’isola caraibica rappresentasse ormai un fossile di un’altra epoca, sopravvissuto a se stesso.

Non interessava più a nessuno, tranne che appunto agli Usa, trovandosela proprio dietro l’angolo. L’incontenibile personalizzazione del regime perseguita da Fidel Castro ne ha ulteriormente compromesso la vitalità, una volta che la vecchiaia e le malattie hanno tolto di scena il ‘Lider Maximò, il quale mai aveva voluto eredi: e infatti non ne ha avuti, meno che meno il pallido fratello minore Raul (sempre apparso più anziano di lui), trovatosi senza preavviso a dover gestire una transizione cui nessuno si era mai sognato di addestrarlo.

D’altra parte, la Russia di Vladimir Putin può assomigliare alla disciolta Urss, ma non lo è: e dell’Avana non sa proprio che cosa farsene. I Non Allineati, chi se li ricorda più? Sulla carta esistono ancora, ma a guidarli neppure c’è più il Venezuela di Hugo Chavez, bensi’ quello di Nicolas Maduro: detto tutto? Insomma, il frutto che Obama cominciò a palpeggiare il 17 dicembre 2014, allorchè in contemporanea con Raul Castro svelò al mondo l’esistenza di trattative segrete in corso da tempo (con la benevola complicità della Santa Sede e del Canada), era maturo ben prima che lui lo cogliesse il 20 marzo 2016, quando con la first lady Michelle sbarcò trionfalmente dall’Air Force One nella capitale cubana. Il malandato Fidel non era consenziente, ma non glielo lasciarono neanche esternare prima che fosse trascorso qualche giorno, con l’ospite yanqui già rientrato alla base.

La fortuna di avere a Roma Papa Francesco

La vera fortuna di Obama è consistito però nel ritrovarsi in Vaticano Papa Francesco, perfetto alla bisogna da ogni punto di vista. Latino-americano, innanzi tutto. Riformista, e ben poco prudente. Iconoclasta la sua parte. Per via delle proprie origini, profondo conoscitore dei fermenti all’origine della teologia della liberazione, cui pure si oppose. Non ultimo, gradito a Fidel sul piano squisitamente personale. Con un alleato cosi’ formidabile, e l’inesorabile incedere della contemporaneità, per Obama sarebbe stato impossibile fallire.

I rapporti bilaterali con Cuba sono stati ripristinati, l’embargo resiste ancora ma alla fine di ottobre, per la prima volta in assoluto, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite gli Usa non hanno votato contro (obbligando Israele ad allinearsi) la tradizionale mozione annuale che ne chiedeva la revoca, e si sono limitati all’astensione. Il tempo farà il resto.

Stupisce la rapidità con cui Obama ha cancellato il privilegio della residenza concessa nel giro di un anno, e di una sorta di asilo informale garantito nel frattempo, privilegio riservato dal 1966 ai profughi cubani che riuscissero a mettere piede in territorio statunitense: quanta fretta! Certo, la situazione rispetto a cinque decenni fa si è radicalmente ribaltata: ma non è che per adesso dall’Avana siano venute molte aperture tangibili, tali da richiedere un contraltare. Anzi. Forse sarebbe allora stato opportuno conservare ancora per un pò certi strumenti di ‘persuasionè. Tanto, il flusso verso la Florida continuerà comunque ancora a lungo. Considerati poi gli orientamenti di Trump in materia d’immigrazione, lasciarlo alle prese con un flusso di cubani in cerca di libertà sarebbe stato uno scherzo mica male. L’Obama al canto del cigno, però, ha perso la lucidità che gli era propria: uscire di scena non è mai facile.

 

5. Le misure antirecessive. Che situazione lascia in economia

L’interventismo di Obama in campo economico è stato il frutto non di una scelta, ma di un’emergenza, quella determinata dallo scoppio della bolla immobiliare fra il 2007 e il 2008, causa a propria volta della recessione che ha investito il mondo intero, e che per molti versi imperversa tuttora.

Obama è un politico puro e una scienza applicata come l’economia non rientra particolarmente nelle sue corde: come dimostra il fatto che si sia sempre mosso con sostanziale prudenza, talora anche troppa, quasi non fosse certo di aver intrapreso la strada giusta. Il precipitare della situazione lo ha comunque costretto ad agire, e lui non soltanto non si è tirato indietro ma ha avuto l’ardire di discostarsi dalle ricette filo-liberistiche, applicate fino a poco tempo prima dai propri predecessori (compreso il democratico Bill Clinton), per resuscitare invece il neo-keynesismo: ruolo maggiormente attivo da parte dello Stato, incremento del deficit pubblico, lotta alla disoccupazione come priorità.

Gli aiuti finanziari ai colossi delle auto

In questa visuale vanno inquadrate in primo luogo le operazioni nel nevralgico comparto automobilistico, cominciate con i massicci aiuti finanziari ai colossi in crisi ‘Chrysler’ e ‘General Motors’, e proseguite attraverso la cessione del primo al gruppo italiano ‘Fiat’ e la conseguente nascita di ‘Fcà; e la profonda ristrutturazione del secondo, accompagnata dalla temporanea assunzione di una quota maggioritaria di partecipazione pari al 60 per cento del capitale azionario.

Nella medesima scia le misure anti-recessive, a partire dal pacchetto del 2009 chiamato ‘American Recovery and Reinvestment Act’ che, con una serie di provvedimenti collaterali, innescò una manovra di stimolo per un totale di oltre 860 miliardi di dollari nell’arco di neppure un biennio. Una mossa obbligata ma decisiva è stata poi la grande riforma della finanza, il ‘Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act’ dello stesso anno che, lungi dal limitarsi a varare una serie di sanzioni a carico delle banche colpevoli di aver inondato i mercati di titoli tossici, mirava a disciplinarne a priori le attività fissando precisi criteri d’indirizzo e imponendo loro limiti invalicabili, anche perchè le sottoponeva a un nuovo sistema di controlli e alle ampliate prerogative dell’amministrazione centrale.

Lo stesso Obamacare s’inserisce in un’ottica ove si erode lo spazio disponibile per le forze scatenate della domanda e dell’offerta a vantaggio di un ruolo protagonistico del governo federale. Non occorre essere specialisti della materia per comprendere quanti principi consolidati, ma anche veti e preconcetti stratificati, siano stati in tal mondo infranti e riplasmati: soprattutto nella fase iniziale del primo mandato presidenziale quando, va sottolineato, l’entusiasmo della novità ancora riusciva ad avere sovente la meglio su critiche e resistenze.

Obama ha come minimo saputo dare prova di inventiva, e di un coraggio altrove non cosi’ schietto. I risultati, va detto, nel complesso eccezionali non lo sono stati: ma con ogni probabilità di più e meglio, date le circostanze contingenti, non si sarebbe potuto fare. Mentre l’Europa si avvitava in quell’austerità che la impastoia ancora adesso, gli Stati Uniti in qualche modo sono invece sfuggiti al baratro, che alla fine del primo decennio degli anni Duemila era sembrato davvero inevitabile. Non è poco.

L’eliminazione del nemico pubblico numero uno. Osama Bin Laden

Non è lecito omettere, in conclusione, un mero accenno a quella che gli si può ascrivere come un’impresa, e che tale resta nell’immaginario collettivo: l’eliminazione del pericolo pubblico numero uno, l’apparentemente imprendibile Osama bin Laden che invece, il 2 maggio 2011, fu raggiunto e snidato dal suo covo pakistano di Abbottabad, ucciso e le spoglie precipitate (cosi’ si narra) nelle profondità dell’Oceano Indiano. Impresa indimenticata forse grazie soprattutto alla vivida immagine, l’unica disponibile sebbene scattata a molte migliaia di chilometri di distanza dal teatro operativo, che seppe immortalarne Peter J. Souza, all’epoca fotografo ufficiale della Casa Bianca.

Come è noto, vi si vedono Obama e i suoi principali collaboratori assiepati nella ‘Situation Room‘, intenti a seguire in diretta gli sviluppi del blitz. La tensione è palpabile. I differenti temperamenti dei presenti si riflettono nelle rispettive espressioni, e posture. Hillary Clinton, segretario di Stato, appare ansiosa. Joe Biden, vice presidente, concentrato e decisamente calmo, quasi curioso. Il capo del Pentagono, Robert Gates, è meno a proprio agio ma comunque attento. Obama, comandante in capo, indossa un giubbotto e in apparenza, cosi’ disinvolto, è fuori posto: gli occhi tradiscono però una determinazione straordinaria, di chi sta per ghermire la preda impossibilitata ormai a scappare, e lo sa. Non ha bisogno di gioirne, è già oltre. Dalla foto alla vicenda reale.

Per il fondatore di al-Qaeda vale il discorso affrontato a proposito di Cuba: bin Laden fu neutralizzato quando ormai aveva imboccato il viale dell’obli’o, soprattutto per la sua gente. L’organizzazione clandestina che aveva ideato, forgiato e diretto stava perdendo terreno, sempre più confinata nelle retrovie. Lo Stato Islamico non si chiamava ancora a quel modo, neppure si era dato una struttura ben delineata, il califfato era magari una chimera tutta da inventare: ma stava prendendo il sopravvento, e dettando la linea. Bin Laden era al contrario un frutto non più solo maturo, bensi’ già avvizzito. Utile comunque da spiccare. Un’occasione fortunata per vendicare l’ecatombe dell’11 settembre, da acchiappare al volo senza tentennamenti. Come l’Obama in effigie si apprestava a fare. Obama, che merita però di essere ricordato per ben più di questo. 

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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