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Cosa potrebbe prevedere la riforma al finanziamento dei partiti voluta dal M5s

Movimento 5 stelle in pressing per dare alla luce in tempi brevi una riforma dei partiti che incida in primis sui finanziamenti da parte dei privati e obblighi le fondazioni alla massima trasparenza.

Una linea dura che vede le due ‘anime’ dei 5 stelle, quella ‘ortodossa’ e quella ‘governista’, camminare all’unisono. Sia Luigi Di Maio che Roberto Fico, infatti, sostengono la necessità di un giro di vite, che secondo il vicepremier dovrebbe avere addirittura valenza retroattiva.

Secondo quanto spiegano fonti pentastellate, la proposta dovrebbe essere messa nero su bianco in tempi strettissimi: ci starebbero lavorando il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, assieme allo stesso Di Maio, ma – salvo cambi di programma – non dovrebbe essere un testo di iniziativa del governo, bensì una proposta di legge di iniziativa parlamentare.

Dopo il caso dello Stadio della Roma e la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il ‘super consulente’ dei pentastellati e della sindaca Virginia Raggi, Luca Lanzalone, i 5 stelle provano a uscire dall’angolo e, grazie anche all’assist offerto dal numero uno dell’Anac, Raffaele Cantone, rilanciano sull’urgenza di mettere fine alla corruzione.

Una banca data dei finanziamenti

“Abbiamo bisogno di una banca dati che contenga le informazioni relative ai finanziamenti ai partiti e alle fondazioni ad esso riconducibili relativa almeno alle ultime due legislature”, spiega Di Maio in un’intervista all’Huffington Post. “Se non sarà possibile rendere pubblici erga omnes le informazioni risalenti a prima della riforma, istituiremo un registro che sarà accessibile su richiesta. Ma in ogni caso la retroattività dovrà esserci. Considerati gli attacchi che ci sono negli ultimi giorni nei nostri confronti deve essere chiaro che noi non abbiamo nulla da nascondere”, scandisce il leader pentastellato e vicepremier. 

Insomma, per Di Maio “chi ci critica abbia il coraggio di fare come noi. Per esempio di rendere noti, senza aspettare la legge, tutti i finanziamenti ricevuti in questi anni. Lo stesso vale per la fondazione del Carroccio. Dico semplicemente: noi faremo una legge, ma per chi vuole essere” trasparente “da subito non ha la necessità della legge per rendere tutto pubblico”.

Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente della Camera: “C’è davvero bisogno di una legge per le Fondazioni, i partiti e una legge molto forte contro la corruzione”, ha detto Fico oggi a Napoli commentando le affermazioni di Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, secondo il quale “quello che emerge dall’ultima inchiesta romana mostra ancora la volta la necessità di regolamentare il finanziamento alla politica”.

Il diritto dei cittadini di sapere chi finanzia partiti e fondazioni

Per la vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni, “i cittadini hanno il diritto di sapere chi finanzia le organizzazioni vicine ai partiti e le campagne elettorali dei candidati”. Per la pentastellata è “necessaria una legge molto forte contro la corruzione; i corrotti devono andare in carcere. La certezza della pena deve essere un punto imprescindibile”.

E il capogruppo 5 stelle alla Camera, Francesco D’Uva, rincara la dose: “Serve maggiore chiarezza sui finanziamenti alle fondazioni legate ai partiti politici. Vogliamo vedere i bilanci di questi soggetti che spesso vengono usati per aggirare i vincoli di finanziamento imposti ai partiti. Vogliamo dare il via ad una ‘operazione trasparenza’ che chiarisca pubblicamente ogni tipo di legame tra le fondazioni e i partiti politici. E siamo pronti a portare in Parlamento una legge che miri a fare massima chiarezza. Vediamo chi delle vecchie forze politiche avrà il coraggio di votarla”.

Un tema non nuovo: i tentativi precedenti 

Il tema dei soldi (pubblici o privati) ai partiti politici non è nuovo ed è già stato al centro del dibattito e di interventi normativi nella scorsa legislatura. Nel 2014 è stato il governo guidato da Enrico Letta ad intervenire, con un decreto legge che ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Nel 2016 è stato il Pd, precisamente con la proposta di legge a prima firma Matteo Richetti, a tentare un intervento più complessivo, volto a riformare la vita stessa dei partiti politici, puntando a norme che garantissero più trasparenza e democrazia interna anche sul fronte dei finanziamenti. Il testo, tuttavia, approvato l’8 giugno del 2016 dalla Camera, è poi finito in un binario morto al Senato. 

Cosa prevedeva il decreto Letta

Il provvedimento ha abolito definitivamente il finanziamento pubblico ai partiti, trasformato in rimborsi elettorali dopo il referendum del 1993. Le norme del decreto del governo Letta sono entrate a regime nel 2017. Il testo infatti prevedeva un taglio graduale in tre anni: del 25 per cento, 50 per cento e 75 per cento dell’importo spettante che era fissato in 91 milioni di euro. I partiti dal 2017 possono contare solo sul finanziamento privato, attraverso donazioni o tramite il 2 per mille dell’Irpef. Per poter usufruire dei soldi dei privati, ogni partito deve dotarsi di uno statuto. Soltanto i partiti in regola possono essere inscritti nel registro di quei movimenti politici che possono usufruire del finanziamento volontario dei cittadini. è stato fissato un tetto alle donazioni private pari a 100mila euro. Sono previste alcune detrazioni fiscali per agevolare il contributo privato: del 37% per somme fino a 20mila euro annui, mentre per i finanziamenti da 20 a 70mila euro è invece prevista una detrazione del 26%. – 

Cosa prevedeva il provvedimento Richetti

Il provvedimento mirava a introdurre norme più stringenti sulla trasparenza e sulla democrazia interna dei partiti e dei movimenti politici, interveniva sulle regole interne e sulla selezione delle candidature, disciplinava l’utilizzo del simbolo e le decisioni a carico dei singoli iscritti, come ad esempio i provvedimenti di espulsione o sospensione. La riforma, tuttavia, non conteneva norme punitive come l’esclusione dalle elezioni se i partiti o movimenti non si fossero dotati dello statuto o non si fossero iscritti al registro dei partiti, come disponevano invece alcuni testi iniziali, tra cui quello del vice segretario Pd Guerini.

Tutte misure che, durante l’iter in commissione, sono state di volta in volta rinominate norme ‘salva M5S‘ o ‘salva-Pizzarottì o, ancora, norme ‘anti-M5S‘, a seconda che andassero a penalizzare o favorire il Movimento 5 stelle, privo di statuto o di un regolamento interno e non iscritto al registro introdotto dalla legge sullo stop ai finanziamenti pubblici. 

In particolare, il testo Richetti faceva della trasparenza e democrazia interna i due capisaldi della riforma, enunciati già nel primo articolo, relativo alle finalità: “La legge reca disposizioni per la promozione della trasparenza dell’attività dei partiti, movimenti e gruppi politici organizzati e per il rafforzamento dei loro requisiti di democraticità, al fine di favorire la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita politica”. Paletti che venivano ribaditi anche nell’articolo 2, dove si disponeva che l’organizzazione e il funzionamento dei partiti, movimenti e gruppi politici organizzati “sono improntati al principio della trasparenza e al metodo democratico”.

Quanto alla trasparenza sui soldi, e l’interdizione temporanea per trasgressori, il testo prevedeva più trasparenza sui soldi dei partiti e sui finanziamenti ai partiti. E pene severe per i trasgressori, fino all’interdizione temporanea dai pubblici uffici. Quanto alle fondazioni, i rapporti di queste con i partiti “devono conformarsi ai principi di trasparenza, autonomia finanziaria e separazione contabile”. Il Movimento 5 Stelle, autore di diversi emendamenti sul tema fondazioni – tutti bocciati – mirava a norme più stringenti. E anche per questo motivo in occasione del voto finale si astenne, assieme a Lega e Forza Italia.

L’articolo del testo prevedeva che “nella apposita sezione del sito internet, denominata ‘Trasparenzà, di ciascun partito, movimento e gruppo politico organizzato, è pubblicato in maniera facilmente accessibile l’elenco di tutti i beni immobili, dei beni mobili registrati e degli strumenti finanziari di cui sia intestatario il partito, movimento e gruppo politico organizzato medesimo. Tale elenco è aggiornato dal partito, movimento e gruppo politico organizzato entro il 15 luglio di ogni anno”. In caso di “inadempimento, anche parziale, o in caso di mancato aggiornamento dei dati la Commissione applica una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 15.000”. La norma introduceva anche criteri più stringenti per la trasparenza e pubblicità delle donazioni.

“Tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali per l’elezione della Camera dei deputati, che ne facciano richiesta, anche per via telematica, alla Commissione hanno diritto di conoscere le erogazioni. Chi non pubblica i dati su internet sarà punito con una sanzione amministrativa pecuniaria pari a euro 30.000″. Pene severe anche per chi pubblica sui siti internet erogazioni inferiori rispetto a quelle effettivamente ricevute. Trasparenza anche per i bilanci dei partiti, con multe che vanno fino a 40 mila euro. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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