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Cosa significa per il mondo (e l'Europa) l'intesa Trump-Macron

La prima stretta di mano, fin troppo vigorosa, tra Donald Trump e Emmanuel Macron al G7 di Taormina ha lasciato spazio a sorrisi e pacche sulle spalle a Parigi, la prima capitale europea dove il neo presidente degli Stati Uniti si reca in visita ufficiale. Non Londra, dove Theresa May dimezzata dal flop elettorale è isolata dalle sue stesse difficoltà, risucchiata dalla difficilissima trattativa per la Brexit e dalle critiche per la gestione dell’emergenza terrorismo. Non Berlino, governata da una Angela Merkel che con Trump non riesce a trovare una sintonia. Nè tantomeno Roma, che, se non prenderà l’iniziativa, rischia di essere schiacciata da un rinato asse franco-tedesco dove il nuovo inquilino dell’Eliseo non ha la minima intenzione di giocare il ruolo subordinato del suo impopolare predecessore, Francois Hollande.

“Make France great again”

Macron avrà pure vinto le elezioni sventolando la bandiera dell’europeismo ma il suo obiettivo, citando uno slogan caro al suo ospite, è “fare la Francia di nuovo grande”, sfoderando tutta la grandeur della quale la Francia è capace. Grandeur che è potenza simbolica. Prima ha accolto

Divisi (per ora) sul clima, uniti sulla Siria

L’isolamento di Taormina era legato principalmente al proposito di Trump di uscire dall’accordo di Parigi sul clima. Qua il presidente francese sembra aver ottenuto un primo risultato. L’imprevedibile Donald ha aperto alla possibilità di un ripensamento. “Se succederà sarà meraviglioso, altrimenti sarà ok lo stesso”, ha sottolineato Trump. E se le divergenze permarranno, ha assicurato Macron, “ciò non avrà assolutamente alcun impatto sulle discussioni che stiamo avendo su altri punti”. In primo luogo la lotta al terrorismo dove, ha aggiunto il presidente francese, Parigi e Washington “sono sulla stessa linea”. E poi la Siria, dove la Francia è il secondo membro della coalizione occidentale per forze sul campo, dopo gli Usa. 

Il cambio di passo rispetto a Hollande, su questo fronte, è enorme. Il presidente socialista era stato tra i più fervidi sostenitori di un intervento teso a rovesciare Bashar al-Assad, anche a costo di strizzare l’occhio a formazioni ribelli di ispirazione jihadista, e il suo ministro degli Esteri,

Il multilateralismo riparte da Parigi

Scambi di cortesie e sorrisi anche in conferenza stampa. Lo stesso Trump che in campagna elettorale aveva dichiarato che “Parigi non era più Parigi” a causa dell’emergenza terrorismo e del grande afflusso di stranieri, ora dice che “adesso andrà benissimo perché avete un grande presidente. Avete qualcuno che condurrà bene questo Paese e voglio scommetterci perché questa è una delle più belle città del mondo e avete un grande leader adesso, un grande presidente, un presidente duro”. Interessante come Trump abbia concesso l’ultima domanda non a un cronista americano ma a un cinese, al quale ha tessuto le lodi del presidente cinese Xi Jinping, “un ragazzo fantastico, adoro lavorare con lui, è una persona molto speciale”. Insomma, il multilateralismo è tutt’altro che morto. E riparte da Parigi.

 

 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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