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Cosa sono le aziende Zombie e perché Pechino le vuole eliminare, in breve

A volte ritornano. Dovevano sparire perché improduttive e fare spazio ai privati che invece le hanno aiutate a crescere. Pechino accelera la trasformazione delle imprese di Stato – spesso inefficienti e indebitate – in società per azioni attraverso la cessione a quote ai fondi privati. Perché? Vuole creare una squadra di “campioni nazionali”. Puntando sui colossi di cui dice da tempo di volersi sbarazzare. Risultato? I profitti volano: nei primi sette mesi del 2017 gli utili del settore statale sono cresciuti del 42% – scrive il Financial Times – trainati dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dagli investimenti nelle infrastrutture. Si tratta di un miracolo se se si considera che l’anno scorso i profitti avevano registrato un magrissimo 3% e nel 2015 erano addirittura calati del 21%. Lo spiegava Repubblica in un articolo della scorsa settimana. Ma gli analisti temono che la rinascita di questi gruppi, per anni cresciuti con i prestiti concessi dalle banche di Stato a sfavore delle aziende private,  possa non solo essere poco sostenibile, ma persino rallentare la riforma delle SOEs (State Owned Enterprises) che punta a ridimensionare il ruolo dei colossi improduttivi nel sistema, per fare spazio a nuove forze economiche. Tra di loro si annidano le aziende “zombie”, come vengono chiamati gli apparati pubblici improduttivi con situazioni di debiti non ripagati che si protraggono nel tempo.

Xi Jinping vuole sfoltire il loro numero

È questa la piaga che rende il settore statale  – funestato oltre che dal debito anche dallo spinoso problema della sovraccapacità produttiva – particolarmente difficile da riformare. L’obiettivo di tale riforma, in cima alle priorità del governo di Xi Jinping, è sfoltire il numero dei colossi che ingolfano l’economia. Come? Trasformandole – appunto – in società per azioni vedendo quote ai gruppi privati, come nel caso di China Unicom – la più fiacca delle tre maggiori società di telecomunicazione – che ha di recente ripartito una quota del 35,2 tra una dozzina di investitori tra i quali figurano i quattro big privati: Tencent, JD.Com, Baidu e Alibaba. Oppure, fondendole tra di loro: il governo ha chiesto ai “dinosauri”, come vengono chiamati i grandi colossi statali, di inghiottire gruppi più piccoli. E’ questo il caso di Poly group, conglomerato nel settore della difesa e dell’immobiliare da 95,7 miliardi di dollari, che ha assorbito il mese scorso Sinolight Corp and China National Arts & Crafts Group.  Ma ancora più eclatante è la recente fusione di Shenhua Group, il più grande gruppo di estrazione mineraria del Paese, con China Guodian, uno dei maggiori produttori di energia elettrica, facendo nascere il maggiore gruppo di energia al mondo.

Le aziende indebitate vanno eliminate

Terza ipotesi: chiudendole.  Un processo non di certo indolore, che comporta licenziamenti e una riduzione delle entrate fiscali. Ma la vertiginosa ripresa di quest’anno, di per sé positiva, potrebbe complicare la dismissione di alcuni esercizi, laddove non è semplice distinguere le aziende ‘zombie’ nel mare magnum di società improvvisamente ricche – dove i profitti superano le perdite. Lo spiega al Financial Times l’analista Shuang Ding:  “Gli incentivi per chiuderle ora saranno ancora più deboli”.  Il revival delle aziende pubbliche, che negli ultimi decenni hanno alimentato la crescita del Pil investendo nelle infrastrutture e nell’industria pesante, potrebbe influenzare il futuro del sistema produttivo mentre ancora è in corso il lungo processo di riequilibrio dell’economia – meno investimenti più consumi. Eppure Xi ha ribadito la ferrea volontà di polverizzare le aziende inefficienti e pesantemente indebitate. Il debito delle aziende alimenta i rischi finanziari in una spirale pericolosissima, con la banca centrale preoccupata dalla settore immobiliare a rischio bolla, che si è raffreddata grazie alle misure del governo che scoraggiano gli acquisti.

Il congresso di ottobre

A un mese dal Congresso del PCC l’ambizione del presidente cinese è puntare sempre di più all’introduzione di meccanismi di mercato nelle aziende che tuttavia restano sotto il controllo dello Stato. Il potere del partito aumenta. “La Cina si sta sviluppando su una strada dove nessun altro paese si è finora avventurato”, ha detto il professore Zhao Xijun della Renmin University al South China Morning Post. “Lasciare che il mercato raccolga le risorse mentre la ‘mano visibile’ del controllo statale raccoglie i risultati migliori”. 

Sta di fatto che se nel mirino della stretta sulle acquisizioni estere , decisa per frenare la fuga di capitali , sono finite soprattutto grandi gruppi private (HNA Group, Dalian Wanda, Fosun International and Anbang Insurance), nella prima metà del 2017 – secondo un’analisi di PwC eThomson Reuters – le vere protagoniste nello shopping all’estero sono state proprio le conglomerate di stato, con acquisizioni dal valore di 28,7 miliardi di dollari contro quello dei privati pari a 26,6 miliardi. 

Quante sono le aziende di Stato

Secondo i dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica cinese, alla fine del 2015 risultavano registrate 133.631 aziende statali. Di queste, riferisce il South China Morning Post, le più importanti sono le 98  conglomerate che ricadono sotto il diretto controllo della Sasac (la commissione governativa di vigilanza sugli asset delle imprese statale), che da quando è stata creata nel 2003 ha assorbito al suo interno oltre 196 imprese provenienti da organi del governo e dell’esercito. La Cina aveva fissato l’obiettivo di sfoltirle a quota 100 entro il 2010, ma lo scopo è stato raggiunto solo quest’anno. Il prossimo passo è di ridurle ancora fino a un numero di 40 gigantesse. Mentre gli analisti si interrogano sul nuovo modello, nella Global 500 della rivista Fortune (la lista dei maggiori gruppi economici mondiali per ricavi), tra i primi quattro posti, subito dopo l’americana Walmart, ben tre sono occupati da colossi statali cinesi: State Grid, Sinopec Group, e China National Petroleum.

Come eliminare il debito

La Cina ha varato l’anno scorso il piano per tagliare il debito delle aziende, giunto a quota 18mila miliardi di dollari, pari al 169% del prodotto interno lordo. Le aziende in “difficoltà temporanea” ma con un “potenziale a lungo termine” potranno accedere al piano di swap debt-for-equity che prevede lo scambio del debito aziendale con azioni. Le aziende “zombie” non potranno avere accesso al programma varato dal Consiglio di Stato. Il piano punta a stabilizzare e ridurre il debito incoraggiando i processi di fusioni e acquisizioni e le bancarotte delle imprese non in grado di competere sul mercato, un’eventualità che si è già verificata in diversi casi a partire dal 2014. Il nuovo piano potrebbe causare forti scossoni sul mercato obbligazionario perché fino a oggi i bond emessi dalle imprese di Stato erano implicitamente sempre ritenuti sicuri in quanto coperti dal governo. Fino ad oggi, le banche hanno convertito oltre 1 trilione di yuan (150 miliardi di dollari) di debito in azioni in oltre 70 SOEs. Sono molto i dubbi tra gli analisi circa la capacità del piano di attrarre investimenti privati per la ristrutturazione delle medesime aziende. L’alto livello del debito delle imprese cinesi è un problema segnalato anche dai grandi organismi internazionali, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Il rischio di una bolla finanziaria è tenuto sotto controllo dalle autorità grazie a un meccanismo che vede le banche di stato erogare prestiti ad aziende pubbliche per rifinanziare i debiti deteriorati.  

Secondo i dati della Sasac, sono 42 le imprese statali cinesi coinvolte progetti all’interno dell’iniziativa “Belt and Road”, il piano di collegamento infrastrutturale tra Asia ed Europa. Le SOEs di Pechino hanno partecipato finora a 1676 progetti in differenti modalità: in joint-venture con altre realtà o con investimenti diretti, o ancora attraverso l’acquisizione di partecipazioni. 

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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