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Cosa succederà nel mondo nel 2018: 16 appuntamenti fondamentali

Sedici appuntamenti per 12 mesi: ecco il 2018 della grande politica internazionale.

Gennaio

Trump pronuncia il discorso sullo Stato dell’Unione 

L’appuntamento è per il 30 novembre. il Presidente degli Stati Uniti parlerà di fronte alle Camere riunite nell’aula del Senato. Sarà la prima volta: lo scorso anno il 20 gennaio aveva pronunciato il discorso inaugurale dopo aver giurato. Si tratterà probabilmente del primo atto della lunga campagna elettorale in vista delle elezioni di metà mandato, a novembre. Ma soprattutto verranno delineate le linee guida per l’azione di governo ora che la riforma fiscale è divenuta legge.

Febbraio

Le Olimpiadi invernali in Corea del Sud

Partiranno l’8 febbraio, con una cerimonia allo Stadio Olimpico di Pyeongchang, cittadina a poche decine di chilometri dal confine più caldo della Guerra Fredda e dell’Era Trump. i Giochi dureranno fino al 25 febbraio, e le incertezze non riguardano solo il fatto che l’organizzazione, finora, non è stata certo impeccabile, o che finora gli sponsor hanno latitato in attesa che si rasserenasse lo scenario internazionale. L’ombra dell’arma nucleare di Pyongyang continua ad allungarsi sul braciere olimpico. Le medaglie in palio sono 102, i russi sono ufficialmente tagliati fuori per una storiaccia di doping, i cinesi sono chiamati a por fine all’egemionia americana nell’hockey su ghiaccio e tutti attendono con il fiato sospeso cosa deciderà di fare il meno atletico leader del momento: Kim Jong Un. Erano almeno trent’anni che i Giochi non si svolgevano in un’atmosfera così incerta e dominata dalla politica. Qualcuno torna giovane, qualcuno scopre quello che in molti sanno già: lo sport ha una sua valenza politica. Molto grande.

Fed: addio, signora Yellen

Jay Powell rimpiazzerà Janet Yellen alla presidenza della Federal Reserve, e si tratterà solo del piu’ alto di una lunga serie di avvicendamenti. la sfida dell’anno sarà rappresentata dagli interventi che dovranno essere adottati in caso di surriscaldamento dell’economia americana, oggi anche troppo ottimista a seguito degli sgravi fiscali voluti da Trump. Già si parla di tre rialzi dei tassi d’interesse. Si dovrà vedere se e quanto verranno dilazionati nel tempo.

Marzo

Russia, un nuovo mandato per lo zar Vladimir

Putin alla riconquista del Cremlino: difficile immaginare che l’uomo forte della Madre Russia possa mancare l’obiettivo della rielezione. Sarà il suo quarto mandato presidenziale, cui bisogna aggiungere l’interludio di un incarico da primo ministro in osservanza della Costituzione, che vieta troppi incarichi consecutivi. Tra gli oppositori spicca Ksenia Sobchak, figlia di Anatoly Sobchak, mentore dello stesso Putin. Famosa sui social, famosa in televisione, troppo famosa per chi pensa si tratti di una opposizione di comodo per chi le elezioni le vincerà lo stesso. Diverso il caso di Alexei Navalny: non si candiderà nemmeno, perché escluso dalla competizione con l’accusa di malversazioni (lui, che della campagna contro la corruzione di Putin ha fatto la sua bandiera). Promette e chiede ai suoi di dimostrare, non andando a votare e manifestando in piazza, che queste elezioni sarebbero una farsa. Il principale oppositore, come peso elettorale, dovrebbe però restare Gennadij Zjuganov, leader del Partito Comunista, un volto non certo nuovo, così come quello dell’ultranazionalista Vladimir Zhirinovsky, che ci proverà per la sesta volta.

Italia, le elezioni dell’incertezza

Nuova legge elettorale, partiti vecchi della Seconda repubblica, leader attempati e incognita M5S. ci sono tutte le componenti per immaginare un risultato che sancirà il blocco del sistema. Ma chi lo sa: le urne, in Italia come ovunque, spesso nascondono delle sorprese. Se in Inghilterra si dice che non c’è nessun governo come quando non c’è un governo, è vero che in Europa e altrove si spera in un risultato che escluda il precedente spagnolo: due elezioni in un anno, e potevano essere tre.

Venezuela, per Maduro è l’ora della verità

Anche il leader venezuelano si deve sottoporre al giudizio delle urne. Nicolas Maduro finora è riuscito a salvare il regime da un’ondata di manifestazioni di piazza e dalle elezioni locali, dove è uscito persino vincitore. Ora è in prima fila, e potrebbe trovare una riconferma che pochi mesi fa appariva estremamente difficile. I sondaggi lo danno in testa con il 29 percento dei voti, 10 in più di tutti gli altri candidati. Ma la cifra non è enorme, ed il suo cammino potrebbe essere complicato dalla necessità di trovare, nei primi mesi del 2018, 2 miliardi di dollari per pagare i proprietari di titoli di stato. Altre due scadenze sono previste per agosto e settembre, per un totale di 9 miliardi di dollari. Tutte le riserve dello stato, più o meno. Roba da far tremare le vene ai polsi.

Aprile

Cuba, gli ultimi giorni di Raul Castro

Dopo 60 anni, il leader massimo dell’isola caraibica non sarà più un rappresentante della famiglia Castro. Raul lascia e dovrebbe succedergli Miguel Diaz-Canel, vicepresidente e membro del politburo del Partito. È anche un salto generazionale, dal momento che Castro ha 86 anni e il suo delfino 57. Ma il ritiro del primo non sarà completo, ed infatti è già stato leggermente rinviato una volta, ed il secondo dovrà scegliere tra la continuità, che in questi ultimi tempi ha significato il blocco della liberalizzazione dell’economia, e un nuovo corso. Con la complicazione derivata dal fatto che a Washington siede Donald Trump e a Pechino non sono più propensi ad impegnarsi nel nome della fratellanza proletaria. 

Maggio

Iraq, si celebra la democrazia (o quasi)

Il premier iracheno, Haider al Abadi, e gli Usa sperano che la tornata elettorale possa permettere di mettere da parte gli estremisti e gli sciiti filoiraniani. Ma l’incognita è rappresentata da una società civile sfibrata dalle incertezze e dalle violenze, in cui i ricordi della guerra civile e delle tensioni con i curdi sono troppo vivi per essere accantonati. E se da poco l’Isis con il suo Califfato autoproclamato è passato nella categoria dei brutti sogni, è anche vero che non solo al Abadi, ma anche gli sciiti oggi pronti ad unirsi in un cartello elettorale possono rivendicare tanta parte del successo sul campo. Quanto ai curdi, erano i più stretti alleati del governo, ma oggi l’umiliazione patita dopo il referendum per l’indipendenza dello scorso settembre li ha riempiti di amarezza. E l’amarezza può portare a colpi di testa.

Giugno

Russia, i campionati del mondo sono qua

Anche se non c’è l’Italia, la palla continua a rotolare sull’erba del campo da gioco. Fischio d’inizio il 14 giugno, ma le polemiche sono iniziate da tempo: corruzione, ritardi, doping e persino l’espansione militare russa. Si aggiunga il timore per gli hooligan russi, tra i più violenti del mondo Fifa. Tra le escluse di lusso, oltre all’Italia, l’Olanda. Tra le favorite, oltre all’immancabile Brasile, i campioni uscenti di Germania, che il Brasile umiliarono quattro anni fa con un 7-1 a San Paolo. Una loro bella figura però non farebbe certo piacere ad alcuni settori della curva nazionalista russa.

Canada, un G7 per il mondo diviso

I lavori si svolgeranno a La Malbaie, vicino a Quebec City, nel nome del politicamente corretto e del rispetto delle minoranze linguistiche. Ma sull’agenda si registrano ben poche convergenze, dal clima alla crescita alla sicurezza internazionale. Facile prevedere le immancabile polemiche sui ricchi del mondo che si riuniscono senza considerare i poveri, o sull’inutilità di certi eventi che qualcuno ritiene degni di Disneyworld, e non solo per la loro spettacolarità.

Luglio

Il Messico sceglie il nuovo presidente

Si affrontano l’uscente Josè Antonio Meade, del Partito Rivoluzionario Istituzionale, e Andres Manuel Lopez Obrador, uomo delle sinistre. Ma il vero pericolo per Meade è se stesso: la sua decisione di aumentare del 20 percento i prezzi della benzina lo scorso gennaio non solo ha dato la stura all’inflazione, ma anche alla sua credibilità. Poi ci sono i mali endemici della società messicana ad alimentare il malcontento, dalla criminalità al traffico di droga. Da parte sua Lopez Obrador ha già fatto conoscere la sua futura squadra di governo e provveduto ad abbassare non poco i suoi toni oratori tribunizi. Chissà se gli basterà.

Settembre

Svezia, gli immigrati nell’urna

Elezioni incerte a Stoccolma come a Roma: la patria della socialdemocrazia è governata da una coalizione rosso-verde (socialdemocratici e ambientalisti) che però negli ultimi sondaggi arranca non poco: 26 percento. A parziale consolazione gli affanni dell’ultradestra sovranista ed antimmigrati dei Democratici per la Svezia: nel 2015, all’apice degli arrivi dei profughi in Europa (molto pochi quelli arrivati all’estremo nord dell’Ue), era al 20 percento. Oggi naviga su percentuali ben inferiori, ed al massimo pare possa solo sperare di poter svolgere un ruolo di interdizione nei confronti del nuovo governo. Tanto più che i socialdemocratici stanno riscoprendo le gioie delle vecchie ricette macroeconomiche, e ora lasciano intendere che potrebbero allargare i cordoni della borsa e spendere un extra di ben 5 miliardi di dollari per scuola, welfare e, naturalmente, polizia. Perchè in fondo gli immigrati sempre un po’ di paura la fanno.

Ottobre

Brasile, ritorna Lula?

Luiz Inacio Lula da Silva, ammaccato da un presunto coinvolgimento in uno scandalo finanziario, tenta la riscossa e punta ancora una volta alla presidenza della Repubblica del colosso sudamericano. È in testa con il 17 percento nei sondaggi (non moltissimo, in verita’); gli si para davanti il candidato dell’estrema destra Jair Bolsonaro, con l’11 percento. Ma e’ presto, e la politica brasiliana e’ un vero e proprio ottovolante. Entro la fine di gennaio le cose potrebbero cambiare radicalmente, perche’ Lula ascoltera’ la sentenza di una corta d’appello sui suoi guai giudiziari, e chissa’ come andra’ a finire. Quando a Bolsonaro, potrebbe restare impantanato dal non essere sostenuto da nessuno dei grandi partiti nazionali. Corsa ancora apertissima, dunque.

Novembre

Usa, il primo giudizio per Trump

Fuori i secondi, tacciano i tweet: è il momento delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, quelle da cui spesso i presidenti escono dalle ossa rotte. Si ricordino i precedenti di Reagan nel 1982 e di Clinton nel 1994. Cosa sarà di Trump? Facile immaginare i desideri non troppo inespressi dei democratici, e quelli rigorosamente tali di buona parte del Partito Repubblicano. I Democratici si devono assicurare almeno 25 seggi alla Camera dei Rappresentanti per imporre alla Casa Bianca la loro linea nei due anni successivi; il Grand Old Party si trova di fronte alla sfida, altrettanto improba, di guadagnare seggi al Senato. Oggi la loro maggioranza è ai minimi termini. Da parte sua, il Presidente ha già anticipato la linea: va tutto bene, perché cambiare? Logicamente lo ha fatto con un tweet.

Dicembre

Argentina, il vertice degli emergenti

Il G20 si riunisce a Buenos Aires fino al 1 del mese. Il Presidente Macrì considera l’evento come un riconoscimento di fatto del nuovo standing internazionale del suo paese. Ma si sa, spesso talune certezze sono fugaci. Sarà anche l’esordio internazionale del nuovo presidente brasiliano. Argentina e Brasile sono gli unici paesi sudamericani rappresentati nell’assise: la circostanza vuol dire qualcosa. 

Repubblica Democratica del Congo, l’ora della svolta

Il gigante africano va alle urne con molto ritardo sul previsto: il presidente Joseph Kabila ha anche nei giorni scorsi stroncato la protesta pacifica di opposizioni e Chiesa Cattolica che gli chiedevano di farsi da parte. Ma il bilancio è molto piu’ grave: decine e decine di morti dal dicembre 2016, quando le elezioni avrebbero dovuto avere luogo.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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