TwitterFacebookGoogle+

Così Berlino punisce i provider che non cancellano i post di odio

In queste ore, tra i titoli che svettano sulle homepage dei principali siti di informazione c’è la legalizzazione dei matrimoni gay in Germania, diventata il quattordicesimo Stato europeo a consentire alle coppie omosessuali di sposarsi. Nella stessa giornata il Bundestag ha però approvato un altro importantissimo provvedimento, destinato ad avere un impatto ancora più forte. Se, legalizzando i matrimoni gay, Berlino si allinea a quanto è prassi da anni in numerose altre nazioni occidentali, la legge per limitare il cosiddetto “hate speech” su internet approvata dalla Camera tedesca segna invece un precedente storico che potrebbe diventare un modello per il resto del mondo. Non era mai infatti accaduto che un Paese europeo adottasse misure così risolute e radicali contro l’incitamento all’odio in rete. Ora i social network rischieranno multe salatissime se non obbediranno tempestivamente alla richiesta del governo di cancellare materiale considerato pericoloso. E obiettivo della norma non sono solo i messaggi, ad esempio, razzisti od omofobi ma anche la propaganda jihadista, un problema che reti come Facebook e YouTube hanno finora contrastato in maniera tutt’altro che risoluta. 

Per chi non cancella i post in tempo 50 milioni di multa

La legge varata dal Bundestag riproduce il testo emesso dal governo lo scorso aprile, che avrebbe dovuto essere approvato dal Parlamento entro l’estate, un meccanismo non dissimile dal nostro procedimento di conversione dei decreti legge. In base alla nuova normativa, i social media con più di due milioni di utenti avranno 24 ore di tempo per eliminare i post che violano in maniera esplicita la legge tedesca (come può avvenire, ad esempio, nei casi di apologia del nazismo) e che siano stati segnalati da altri utenti. Nei casi più controversi, i siti avranno una settimana per decidere. Se non rispetteranno la legge, dovranno pagare una multa fino a 50 milioni di euro. Se ci sono piattaforme che hanno fatto enormi progressi nella rimozione dei post segnalati come “hate speech” (nei primi due mesi del 2017, YouTube ne ha eliminato il 90%), altre continuano a lasciare parecchio a desiderare (nello stesso periodo, Facebook ha rimosso il 39% del materiale segnalato e Twitter appena l’1%).

Non solo, i social network saranno inoltre costretti a rivelare l’identità di chi ha pubblicato i post incriminati e a fornire a chi desidera segnalarli una procedura “riconoscibile facilmente, raggiungibile direttamente e disponibile costantemente”. E le fattispecie coinvolte non si limitano alla propaganda islamista o neonazista. Allo stesso modo saranno perseguibili reati comuni come la diffamazione, la calunnia, l’incitazione a delinquere e la diffusione di notizie false. La legge, infine, stabilisce che ogni grande media company dovrà stabilire una sede legale in Germania che eviterà problemi di giurisdizione. Lo scorso anno, ad esempio, un tribunale di Monaco fu costretto a respingere un ricorso contro Facebook in quanto la sede europea dell’azienda risultava in Irlanda e la corte bavarese non era pertanto competente.

La libertà d’espressione è in pericolo?

Da una parte, viene colmato un vuoto legislativo enorme che ha messo per anni in crisi i governi di tutto il mondo, le cui legislazioni hanno quasi sempre faticato a star dietro all’evoluzione rapidissima di internet e al moltiplicarsi delle sfide sempre nuove poste alla politica. Dall’altra,

Facebook: non possiamo sostituirci allo Stato

Il testo è stato approvato con i voti dei due principali partiti tedeschi, i conservatori della Cdu, il partito del cancelliere Angela Merkel, e i socialisti dell’Spd. La sinistra radicale di ‘Die Linke’ ha votato contro, mentre numerosi deputati Verdi si sono astenuti, lamentando i pericoli per la libertà d’espressione. Una preoccupazione che sono in molti a manifestare. Bitkom, l’associazione tedesca delle imprese digitali, ha avvertito che è impossibile chiedere di cancellare un post in 24 ore a piattaforme che ne pubblicano un miliardo al giorno e ha paventato l’istituzione di un “meccanismo di censura permanente”. “Non accettiamo che compagnie presenti in Germania non rispettino la legge tedesca”, aveva dichiarato lo scorso aprile il ministro della Giustizia, Heiko Maas, presentando il provvedimento del governo. “Lo Stato non può scaricare le proprie mancanze e responsabilità sulle società private”, era stata la replica di Facebook, “prevenire e combattere l’hate speech e le notizie false è un compito della politica che lo Stato non può evitare”. Ha manifestato apprensione anche l’associazione dei giornalisti tedeschi che, per quanto la legge non li riguardi (per loro valgono le norme sulla stampa), hanno affermato che la legge “minaccia i principi della libertà d’espressione”. 

Uno “scontro di civiltà” tra Usa e Germania

La controversia fa emergere un vero e proprio “scontro di civiltà” tra l’approccio delle grandi tech company americane, nate in un Paese che mette la libertà d’espressione prima di tutto, e una Germania che prevede nell’articolo 18 della sua Costituzione la possibilità di limitare tale diritto qualora venga esercitato per minare l’ordine democratico. Un articolo che ha precise ragioni storiche: negli anni ’50 la Germania Federale era stretta tra i rigurgiti neonazisti e la propaganda comunista che arrivava dalla Ddr. Sia il partito nazista che quello comunista erano stati dichiarati fuorilegge e, prima del disgelo avvenuto negli anni ’70 con la Ostpolitik inaugurata dal cancelliere socialista Willy Brandt, lo Stato intercettò la corrispondenza e le linee telefoniche di milioni di cittadini. Si registrarono anche episodi piuttosto clamorosi, come quando nel 1960 le forze dell’ordine arrestarono alcuni giornalisti dello Spiegel e tennero la redazione sotto sequestro per un mese. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.