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“Cosi’ ho aperto a tutti l’universo”

Intervista a Paolo Giommi di Elena Dusi (Repubblica 18.7.18)

Paolo Giommi guida Open Universe: le scoperte sul cosmo spiegate al pubblico “Ma è un servizio utile anche ai ricercatori. Lo dimostra il neutrino appena catturato” P rima stella a destra, poi avanti per 4,5 miliardi di anni luce, fino a incontrare il buco nero Txs 0506+056. A guidare gli astrofisici verso il punto d’origine del neutrino catturato in Antartide la settimana scorsa è stata una mappa dell’universo assai peculiare. “Open Universe” è una banca dati che parla di astronomia, ma anche di pace, di scienza, di libero accesso ai frutti della ricerca e di conoscenza estesa a tutti i cittadini. Non a caso, questo portale ( ancora in via di completamento) ospitato dal sito dell’Agenzia spaziale italiana è nato con il timbro dell’Onu. In particolare del Comitato per l’uso pacifico dello spazio, che a giugno ha festeggiato i 50 anni dalla prima conferenza. Capo del progetto Open Universe è Paolo Giommi, astrofisico dell’Asi che ha guidato lo Science data center e la sezione Relazioni internazionali e collabora con il network di astrofisica IcraNet. Giommi, 66 anni, è uno degli scienziati italiani più citati nella letteratura.
Perché questa iniziativa? L’universo non è abbastanza aperto già di per sè?
« Ogni anno spendiamo 15 miliardi per osservare l’universo. Sono soldi pagati dai cittadini, ma a goderne è solo una comunità di esperti di poche migliaia di persone: l’equivalente di una piccola cittadina. Questo è sbagliato dal punto di vista etico e da quello scientifico. La scoperta del neutrino proveniente dal blazar Txs 0506+ 056 lo dimostra. Grazie a Open Universe abbiamo messo insieme i dati di tanti strumenti diversi per orientarci nella zona di cielo da dove sembrava provenire la particella».
Da dove nasce il problema?
« Fino a pochi anni fa solo il 10% dei dati prodotti in astronomia veniva pubblicato. Oggi va meglio, ma c’è ancora molto da fare. L’obiettivo è rendere tutti i dati aperti e trasparenti. La scienza deve uscire dalla sua cittadella e allargarsi al resto del mondo».
Molti enti di ricerca hanno banche dati aperte al pubblico, ma sono incomprensibili. Ci si ritrova in una giungla di cifre e sigle astruse.
«Per questo Open Universe ha anche una sezione educativa. Pubblicare i dati non basta. Occorre anche percorrere l’ultimo miglio e rendere le informazioni fruibili a chiunque abbia una connessione Internet e voglia di navigare all’interno del portale. Questo aprirebbe la scienza anche a quei paesi cosiddetti in via di sviluppo che sono molto ricchi di intelligenze e dove ognuno ha un telefonino in tasca. Ipotizziamo che una persona su 10mila si appassioni a Open Universe e contribuisca al progetto scientifico con un’idea brillante. La cittadella di poche migliaia di persone si allargherebbe a centinaia di migliaia. Sarebbe una democratizzazione della scienza di cui si sente un gran bisogno. Open Universe è un luogo che non c’era (e in gran parte non c’è ancora). Se vogliamo ha una componente utopica, ma noi ci proviamo».
Con quali mezzi?
«Open Universe deve ancora migliorare molto, ma contiene per esempio una sezione che si chiama “ In poche parole” in cui dei semplici video introducono i non esperti all’interno di un argomento tecnico».
Che aspetto hanno i dati di un telescopio spaziale?
« Sono pacchetti di numeri. Il telescopio li raccoglie nello spazio, poi li comprime molto e ce li invia usando le sue antenne. A Terra poi le informazioni vengono estratte e raccolte in formati standard, leggibili da tutti. L’obiettivo di Open Universe è mettere insieme tutti questi dati, in una banca unica che raccolga le osservazioni di molti strumenti. Nella sezione di ricerca si può inserire il nome della stella o della galassia cui si è interessati. Ad apparire l’una accanto all’altra saranno le immagini raccolte nel corso degli anni dai telescopi più svariati e nelle bande più diverse: l’ultravioletto come l’infrarosso o il radio. Ma ci sono anche le immagini più fruibili di Google Planet, con le spettacolari mappe dei crateri lunari».
Alcuni dati di Open Universe non sono facili da leggere per un profano.
« Chi ha passione deve avere i mezzi per arrivare alla loro comprensione. Quella che sogno è una società in cui al posto delle slot machine ci siano delle installazioni che insegnano ai cittadini la bellezza dell’universo. In cui i parchi cittadini abbiano delle sezioni, anche ludiche, dedicate alla scienza. Un progetto simile sta per partire alla periferia sud di Pechino, con un grande spazio dedicato all’astronomia».
La Cina però non è l’esempio più brillante di apertura alla condivisione dei dati
« No, almeno per oggi. Ma è un paese in cui le cose riescono a cambiare in fretta. Hanno in cantiere un grande programma di esplorazione della Luna. Incluso il suo lato nascosto».””

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