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Così i ragazzi europei diventano tagliagole al servizio dell’islam

Così i ragazzi europei diventano tagliagole al servizio dell'islamGenitori, fate attenzione! Una mattina potreste svegliarvi e scoprire che la figlia o il figlio, poco più che adolescenti, sono scomparsi da casa. Vi potreste ritrovare in preda alla disperazione fino a quando, più o meno dopo una settimana, riceverete una telefonata da un numero sconosciuto in cui lei o lui vi comunicheranno con voce ferma: «Mamma e papà, sto bene. Ho finalmente realizzato il mio sogno. Sono nello Stato Islamico dell’Irak e del Levante (Isis) e dedicherò la mia vita per la vittoria della causa dell’islam. Non tornerò mai più a casa».

È quello che fecero lo scorso maggio due britanniche di 16 anni, le gemelle Salma e Zahra Halane, di famiglia islamica, residenti a Manchester. Sui profili Twitter una ha scritto: «Ci preparavamo a diventare medici, ora ci addestriamo a uccidere».

Anche il più giovane terrorista islamico, Younes Abaaound, 13 anni, cittadino belga di origine marocchina, è partito da Bruxelles in Siria lo scorso gennaio con il fratello Abdelhamid di 27 anni. Il padre ha detto che ai figli «è stato fatto il lavaggio del cervello» nelle moschee in Belgio. La medesima denuncia fatta dal padre di una ragazzina di 14 anni, spagnola di origine marocchina, dopo il suo arresto mentre si apprestava a imbarcarsi per la Turchia in compagnia di una diciannovenne, entrambe velate dalla testa ai piedi, arruolate dall’Isis.Il lavaggio di cervello c’è nella storia di Khadijah Dare, 22 anni, inglese, residente a Londra, sposata con uno svedese di origine turca, dal 2012 tutti e due in Siria arruolati nell’Isis.

Dopo la decapitazione del giornalista americano James Foley, su Twitter ha detto che vuole diventare «la prima donna che ucciderà un terrorista britannico o americano». Ebbene la sua conversione all’islam avvenne frequentando il Lewisham Islamic Centre gestito da Michael Adebolajo e Michael Adebowale, britannici di origine nigeriana, che il 23 maggio 2013 decapitarono a Londra il soldato Lee James Rigby.

È innanzitutto la crisi d’identità che permea i nostri giovani a far sì che il vuoto sul piano valoriale venga colmato dall’ideologia islamica che paradossalmente, nella sua invasività ed autoritarismo, risulta soddisfacente. Aderendo a un’ideologia che ordina loro per filo e per segno ciò che debbono fare e ciò che è assolutamente vietato, i nostri giovani acquisiscono un senso della responsabilità e una cultura dei doveri che manca loro, in una società dove primeggia la cultura dei soli diritti e delle sole libertà.

Le moschee sono il passaggio centrale perché è qui che si salda e cementa il patto che rende l’adesione alla causa della guerra santa islamica un percorso di solo andata, senza alcuna possibilità di tornare indietro, lo stesso meccanismo che vige in una setta che si connota per la violenza e dove chiunque ne faccia parte non potrà mai abbandonarla, perché il tradimento metterebbe a rischio la stessa causa islamica.

È nelle moschee che si pratica il lavaggio di cervello che trasforma la persona in robot della morte, in terrorista islamico che aspira al «martirio», il suicidio-omicidio che spalancherebbe le porte del paradiso islamico uccidendo il maggior numero possibile di nemici dell’islam.

I siti e i blog di internet e le applicazioni degli smartphone (Whattsapp, Facebook, Instagram, Twitter) svolgono un ruolo di trasmissione dei messaggi fondamentale in una società globalizzata, fungono da supporto e talvolta sostituiscono i luoghi fisici d’incontro seppur parzialmente e comunque temporaneamente.

Forze dell’ordine, attenzione! Un giorno, che potrebbe essere prossimo, potreste scoprire che proprio quei giovani, italianissimi da sempre, cristiani convertiti all’islam, o italiani di recente acquisizione originari di Paesi islamici, dopo essere scomparsi ed aver annunciato la loro adesione all’Isis, sono riusciti furtivamente a rientrare in patria e a farsi esplodere in un luogo simbolico o strategico, perpetrando una strage, inculcando e diffondendo il terrore tra la popolazione. Questa guerra globalizzata è ormai dentro casa nostra, i suoi protagonisti sono i nostri stessi figli nei panni di carnefici e di vittime di un sistema che ha evidentemente fallito, che è incapace di farli sentire pienamente se stessi a casa loro.

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