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Così l’Europa ci ha già imposto le nozze gay

Daniela Missaglia – Ven, 08/06/2018 –

Hanno destato scalpore le prime dichiarazioni del neoministro della Famiglia e della disabilità, Lorenzo Fontana, secondo cui «le famiglie arcobaleno non esistono».

Dopo le polemiche veementi dell’opposizione e delle associazioni Lgbt, ovviamente molto sensibili sul tema, lo stesso è tornato alla carica rivendicando il concetto di «normalità» e l’eroismo, di questi tempi, di battersi per principi scontati quali quelli per cui «la mamma si chiama mamma (e non genitore 1) e il papà si chiama papà (e non genitore 2)». Dichiarazioni ovvie, atavicamente tradizionali e rassicuranti, pur divenute negli ultimi tempi mediaticamente superate.

Il mondo, l’Europa in particolare, sta andando in tutt’altra direzione e l’Italia stessa non si sottrae a questa spinta che punta al superamento – o allargamento – del classico concetto di famiglia eterosessuale finalizzata alla procreazione naturale.

Dopo la legge Cirinnà e la nascita delle unioni civili – definizione che è solo un artificio semantico per non qualificarle come matrimonio vero e proprio – la giurisprudenza e persino le pubbliche amministrazioni più politicamente orientate, sono andate oltre i limiti della neonata legge, sdoganando il concetto di adozione, nella variante della stepchild adoption, accettando di riconosce il vincolo genitoriale di un figlio in capo al partner del genitore biologico o registrando all’anagrafe l’atto di nascita di bambini quali figli di due persone dello stesso sesso. Solo l’altro ieri il sindaco di Milano Giuseppe Sala ne ha registrati quattro, portandone a nove il numero totale e surclassando le altre città apripista, come Torino. Eppure non tutti gli Stati remano in questa direzione, di certo non quelli dell’ex blocco sovietico che sono più restii a siffatte aperture culturali. Ma ecco che la Corte di giustizia dell’Unione europea entra a gamba tesa e inaugura il mese di giugno con una categorica sentenza in cui, di fatto, riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso in tutti i Paesi membri «ai sensi delle regole sulla libera circolazione delle persone».

I togati del Lussemburgo hanno stabilito che la nozione di «coniuge» comprenda i coniugi dello stesso sesso e, quindi, se è vero che ciascuno Stato è libero (fino a quando, mi chiedo a questo punto) di autorizzare o no il matrimonio omosessuale, non può disconoscere la qualifica di «coniuge» (altrove acquisita per effetto di un matrimonio valido) e ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo congiunto dello stesso sesso, cittadino di un Paese non-Ue, un diritto di soggiorno sul suo territorio.

Hans Brinker, l’eroe del romanzo Pattini d’argento, salvò la sua città nei Paesi Bassi tappando per una notte intera con il dito il foro apertosi nella diga cittadina, scongiurando l’alluvione: le visioni più critiche e più dottrinalmente legate al concetto di famiglia tradizionale leggono in queste continue sortite di politici e giudici, nazionali e comunitari, un ineluttabile squarcio nella metaforica diga delle coscienze e del futuro normativo dei nostri Paesi.

Laddove l’Italia ha scelto, aderendo all’Unione, di cedere una parte della sovranità anche in campo etico e giuridico, è inevitabile che questo accada e ritengo, o temo, che le parole del ministro Fontana, da me condivise, assumano una coloritura che non potrà in nessun modo modificare il quadro ormai delineatosi e tutt’altro che completo.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/cos-leuropa-ci-ha-gi-imposto-nozze-gay-1537949.html

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