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Credere di avere ragione

Articolo di Armando Massarenti (Sole 18.9.16) sul libro di Timothy Williamson, Io ho ragione e tu hai torto. Un dialogo filosofico , a cura di Diego Marconi, Mulino, pagg. 216. “Una conversazione da treno su stregoneria, scienza, relativismo. Un po’ di logica per mettere ordine nel modo confuso con cui conduciamo le nostre discussioni”

“”«Le opinioni vere, per tutto il tempo in cui stanno ferme e salde, sono un bel possesso e producono ogni bene, ma non vogliono star ferme per molto tempo e fuggono dall’animo umano. Per questo non valgono molto, finché qualcuno non riesce a legarle con un ragionamento causale». Parola di Socrate, che spiega in questi termini all’allievo Menone, protagonista del dialogo platonico che porta il suo nome, la natura della conoscenza e il sottile crinale che distingue un sapere vero e giustificato da una semplice “credenza”. Come evitare che opinioni «ferme e salde» si confondano in mezzo alle tante chiacchiere da bar (o da web) che inquinano sempre più i nostri scambi comunicativi quotidiani, per non dire delle nostre stesse menti? Come distinguere una buona argomentazione da una cattiva? E chi certifica fatti e metodi in grado di permetterci di distinguere le conoscenze attendibili da quelle propagate da illustri ciarlatani? Qual è il modo più efficace per legare conoscenza e buona argomentazione? «Vero» e «falso» sono concetti utili o dobbiamo dar retta a chi, da Nietzsche a Rorty, passando per Foucault o Feyerabend, ci invita a diffidarne e a pensare alla Verità come a una manifestazione del Potere? È necessario essere relativisti, e magari postmoderni, per avere una mentalità aperta e tollerante, o non è proprio il relativismo a metterci in difficoltà quando vogliamo giustificare i fatti e i valori che ci paiono più oggettivi e degni di considerazione? Il relativista che nega che si possa fare appello a qualunque verità stabile non è forse proprio colui che, in assenza di giustificazioni, dovrà ricorrere più facilmente all’uso dell’autorità e della forza? Verità e certezza vanno necessariamente di pari passo? O non è forse vero che dire «no» è ben diverso dal dire «non lo so»? Il fatto che il progresso scientifico e morale ci spingano a modificare continuamente alcune nostre credenze ci riporta a sua volta nelle sabbie mobili del relativismo? Se riteniamo che le conoscenze più salde siano quelle verificate dalla scienza, sul piano della morale possiamo ancorare i nostri valori a qualcosa di altrettanto saldo?
Una risposta a queste domande, solo apparentemente astratte visto che incidono non poco sul modo in cui ci rapportiamo agli altri e sulle decisioni che prendiamo alla luce di ragionamenti e discussioni, ce la dà un altro dialogo filosofico, brillante e piacevole per ogni genere di lettore tanto da far venire in mente quello platonico. O meglio, un “tetralogo”: lo scenario vivacissimo messo in scena dal filosofo di Oxford Timothy Williamson nel suo ultimo libro Tetralogue: I’m Right, You’re Wrong ora proposto in Italia dal Mulino, a cura di Diego Marconi.
Sarah, Bob, Zac e Roxana viaggiano come passeggeri su un treno condividendo la stessa carrozza. Tra Bob e Sarah, che già si conoscono in quanto vicini di casa, nasce una conversazione che li trova subito fermamente schierati su fronti opposti: l’«io ho ragione e tu hai torto», insomma, che dà il titolo all’edizione italiana. Bob, superstizioso al massimo e pieno di resistenze verso le spiegazioni offerte dalla scienza, cerca infatti di convincere la razionalissima Sarah, portavoce di fatto della mentalità scientifica, di essersi ferito a una gamba a causa del malocchio lanciato da un’arcigna signora. Bob non ha dubbi, si tratta di una strega. Zac s’inserisce nel discorso per conciliare, con un tocco di relativismo all’acqua di rose («ognuno ha ragione dal proprio punto di vista»),le due posizioni così lontane portate avanti da Sarah e da Bob, mentre Roxana, l’ultima passeggera a salire sul treno, la più vicina alle idee dell’autore, prende la parola lievemente infastidita dal disordine che caratterizza l’intera discussione, cercando, qua e là, di fare un po’ di chiarezza.
Questa dinamica, a metà tra una classica situazione da treno (che tutti possiamo facilmente rievocare, con ironia o fastidio a seconda della qualità dei nostri interlocutori, avendola probabilmente vissuta chissà quante volte) e un’insolita variante filosofica del quiz della Susi proposto dalla «Settimana enigmistica», nelle mani di Williamson diventa un vero e proprio esercizio filosofico volto ad affinare le capacità logiche e argomentative dei protagonisti – e, insieme, di tutti noi – su temi come scienza e magia, relativismo e fallibilismo, azioni buone e cattive, verità e credenza, gusto e disgusto.
Ma la cosa più interessante non sono tanto le singole posizioni portate avanti dai quattro compagni di scompartimento, ma il modo in cui le argomentazioni si snodano, si affinano, si incagliano. Come scrive Diego Marconi nella sua Presentazione, «quasi in nessun caso la posizione che Williamson lascia prevalere è l’unica soluzione possibile del problema che è stato posto. Tuttavia, in tutti i casi la posizione che viene fatta prevalere è una posizione competente e informata». Il che significa che «ha dei buoni argomenti a suo favore», partendo da una conoscenza (auspicabilmente) completa delle discussioni su quel determinato argomento. Questo è il messaggio più importante: a mano a mano che si procede nel dialogo, le opinioni di tutti i personaggi vengono sostenute, rafforzate, smontate e rivitalizzate in vario modo. A dimostrazione del fatto che, in fondo, non è detto che posizioni argomentate male non possano essere riprese in un secondo momento, a patto che vengano argomentate meglio grazie alla straordinaria palestra offerta dalla logica e da quell’importante strumento che tutti, filosofi e no, abbiamo a disposizione, chiamato «pensiero critico».
È grazie alla logica, intesa in questo senso (e non come logica matematica),che Roxana-Williamson riesce a spingere gli altri passeggeri (tutti tranne uno) verso posizioni più coerenti e filosoficamente articolate, eliminando almeno parzialmente il disordine tipico delle discussioni da treno. La più propensa a cambiare idea è Sarah, che è in grado di attribuire alla scienza il giusto ruolo di fonte massimamente autorevole, ma che difende assai male il suo fallibilismo, al punto da renderlo vulnerabile persino di fronte alle prese di posizione di Bob, il più rozzo della compagnia, che vede streghe ovunque e che testimonia, a riprova dell’esistenza del malocchio, la verità della propria esperienza contro quella, che appare più astratta e più teorica, che fa appello alle migliori evidenze scientifiche disponibili.
Roxana la redarguisce ricordando la definizione di verità che fu già di Aristotele, formalizzata da Alfred Tarski nel ’900. «Sarah ha detto che la stregoneria non funziona, e poi ha negato di doverne concludere che è vero che la stregoneria non funziona. Aveva paura di usare la parola “vero”; ma, come osserva Aristotele, dire di ciò che è che è, o di ciò che non è che non è, è vero. Dunque Sarah si è sbagliata. Chiunque dica che la stregoneria non funziona deve concluderne che è vero che la stregoneria non funziona». E Sarah si correggerà dicendo che le parole «vero» e «falso» servono a «esprimere più brevemente la preferenza per il dire le cose come stanno, formulandola come preferenza per la verità». Preferenza da cui resterà immune fino alla fine il postmoderno Zac. «Nel Medioevo – dice a un certo punto per esprimere il suo consenso con il fallibilismo di Sarah – la gente sapeva che il Sole gira intorno alla Terra, ora sappiamo diversamente. Sappiamo che esistono gli elettroni, ma forse da qui a mille anni la gente saprà diversamente da noi». E Roxana: «Ecco un altro errore elementare classico. Nel Medioevo non sapevano che il Sole gira intorno alla Terra, pensavano di saperlo. Si sa qualcosa solo se quella cosa è così. Il Sole non gira e non ha mai girato intorno alla Terra». Credere è molto diverso da sapere. Così come avere ragione è ben diverso dal credere di avere ragione. Al termine del viaggio Zac affermerà, congedandosi nel suo modo fintamente affabile e aperto, che a quel punto bisognerebbe “decostruire” tutto ciò che si è detto. «Cosa avrà voluto dire?», si chiede Bob. E Roxana: «Voleva dire che gli sarebbe piaciuto molto avere la rivincita».””
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