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Credo di non credere

di Giorgio Pozzo.

Il mio credo é nullo. Zero assoluto.

Potrebbe sembrare un’ affermazione forte, estrema, o quantomeno difficoltosa da sostenere, ma personalmente ritengo invece che si tratti di una conclusione ragionata, inattaccabile, ed addirittura vantaggiosa a causa della sua coerenza. Per apprezzare meglio il vantaggio a cui sto accennando, suggerisco vivamente, a chiunque se la senta, di provare ad eliminare completamente l’uso del verbo “credere” dal proprio discorso. Mi spiego meglio.
In linea di principio, si puó utilizzare il verbo “credere” in due accezioni differenti: credere in qualcosa nel senso di avere fede in quel qualcosa, oppure credere che un qualcosa sia effettivamente quel qualcosa, cioé nel senso di avere un’opinione su certi attributi di quel qualcosa.

Nel primo caso, io posso dire di credere in Dio, o in Gesú Cristo, o negli gnomi del bosco, nel senso che ho fede in Dio o in Gesú Cristo o negli gnomi del bosco. Questo é un significato prettamente religioso e superstizioso del termine. Si puó certamente affermare che la religione imponga al Credente di avere fede, cioé di prendere per vero qualche cosa di non verificabile, o addirittura di non dimostrabile. L’esistenza di Dio, o degli gnomi, é, per sua natura, metafisica, non verificabile e sicuramente indimostrabile; comunque, non falsificabile. Si crede pertanto che Dio o gli gnomi esistano facendo un atto di fede. Lo stesso principio, ovviamente, si applica a superstizione, magia, oroscopo, cioé a tutto ció che é metafisico. Molti di noi credono che Dio esista; alcuni che esistano le fate, o che gli stregoni predicano il futuro.

Nel secondo caso, siamo abituati ad utilizzare il verbo “credere” nel senso di avere un’opinione, un’impressione, un presentimento, e cosí via. “Io credo che domani pioverá” oppure “io ti ho sposato perché credo in te” sono delle frasi di tipo molto comune, e, a differenza del caso della fede, non implicano assolutamente nulla di metafisico. In tutti i casi, non implicando nulla di metafisico, rimane sempre un certo spazio per la scienza, per l’analisi, per la discussione e l’autocritica ragionata del pensiero stesso.

In questo caso non é necessario avere fede nel senso stretto del termine: é sufficiente avere “fiducia”. La fede si applica al mondo metafisico, la fiducia al mondo fisico. E la fiducia, contrariamente alla fede, puó sempre essere, per definizione, piú o meno suffragata da elementi terzi.

Quindi, mi sento perfettamente legittimato a distinguere nettamente i due casi tra loro.
Ora mi chiedo: perché ci siamo abituati ad utilizzare lo stesso verbo “credere” in due casi cosí fisiologicamente diversi da essere addirittura contradditori? La mia ignoranza in etimologia mi costringe a ignorare la domanda, ma ció in fondo non ha molta importanza. Il fatto fondamentale é che l’utilizzo duale e quindi assolutamente ambiguo del verbo “credere” si presta a terreno fertile di critiche al laicismo, provenienti, non é il caso di dirlo, dalla religione-superstizione. Forse, pensandola in modo paranoico, la religione ha “rubato” l’etimologia al laicismo…

Molte volte, troppe, mi sono sentito obiettare: “tu non credi in Dio, peró credi nella Scienza e nell’Uomo!”. La mia semplice conclusione é che, per evitare equivoci pericolosi e discussioni sterili, non utilizzeró mai piú il verbo “credere”. Non credo in Dio, non credo nella Scienza, non credo nell’Uomo, non credo in niente. Spiacente. Non credo in Dio e nella metafisica nel senso che non riconosco l’utilitá della fede. E non credo nella Scienza o nell’Uomo perché ho fiducia nella Scienza e nell’Uomo.

Credo -pardon- penso! di essere stato abbastanza chiaro. Almeno, lo spero.

di Giorgio Pozzo

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