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Crisi, disoccupazione e paura: la fuga degli ebrei dall'Europa. E dall'Italia

Non è un nuovo esodo. I numeri e le circostanze drammatiche del decennio 1930-40 del secolo scorso non sono nemmeno lontanamente paragonabili. Ma negli ultimi anni la migrazione ebraica dall’Europa verso Israele è in crescita costante. E, fatto del tutto nuovo, le partenze hanno raggiunto anche in Italia livelli “storicamente senza precedenti”. Per la crisi economica, la ricerca di prospettive di lavoro e in parte per l’aumento del senso di insicurezza, nel 2015 le partenze degli ebrei italiani verso Israele hanno superato i livelli del 1948, anno della fondazione dello stato ebraico.

Da Belgio e Francia è ormai un esodo

Se la tendenza fosse confermata tra il 2016 e il 2021, l’Italia perderebbe il 7% della sua popolazione ebraica. In Francia, il paese con la più grande comunità ebraica d’Europa, dopo gli attentati a Charlie Hebdo e all’Hyper Cacher di Parigi, quasi 10mila ebrei hanno lasciato il paese, 8mila di loro si sono trasferiti in Israele.

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La tendenza insomma è chiara e mostra una ‘fuga silenziosa’ ma costante. Il quadro emerge da una ricerca realizzata dal britannico Institute for Jewish policy research dal titolo “Gli ebrei stanno lasciando l’Europa?'” pubblicata a metà gennaio. Il documento prova a rispondere a due domande: siamo in presenza di un nuovo esodo della popolazione ebraica dall’Europa verso Israele? E se l’esodo c’è, quante di queste partenze sono legate all’aumento dell’antisemitismo o alla paura per gli attacchi terroristici di matrice islamista?

L’antisemitismo fa ancora paura. Più di prima

Il rapporto analizza la migrazione verso Israele da sei Paesi europei: Belgio, Francia, Germania, Italia, Svezia e Regno Unito, i paesi in cui si concentra il 70% della popolazione ebraica in Europa e il 7% di quella mondiale. I sei paesi sono stati scelti non solo per ragioni demografiche, ma anche perché sono i luoghi d’Europa considerati più esposti ai cambiamenti culturali e religiosi determinati dalla migrazione, soprattutto di origine musulmana. Nel primo decennio del ventunesimo secolo, nei sei paesi considerati, la percentuale di abitanti di origine straniera, migranti di prima e seconda generazione, si attesta tra il 22 e il 27%, salvo l’Italia dove la percentuale è del 12%.

All’interno di questo quadro, gli stranieri di origine musulmana sono tra il 4 e l’8% e si prevede che arrivino al 10-12% nel 2050. La scelta di indagare la realtà sociale dei Paesi in questione deriva anche dal tasso di antisemitismo percepito, sia dalle comunità ebraiche che dai non ebrei. La percezione e le esperienze di antisemitismo degli ebrei in questi Paesi sono stati documentati da un sondaggio dell’Istituto di ricerca per la politica ebraica e da Ipsos per conto dell’agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea nell’autunno del 2012, da cui emerge che il 29% degli ebrei ha preso in considerazione l’emigrazione poiché non si sentiva più sicuro.


I Paesi in cui gli ebrei si sentono meno sicuri

  • Belgio
  • Francia
  • Germania
  • Italia
  • Svezia
  • Regno Unito

Gli ebrei in tutta Europa, secondo il sondaggio, “fronteggiano insulti, discriminazione e violenza fisica che, malgrado gli sforzi congiunti sia dell’Europa Unita che dei suoi Stati Membri, non sembra voler sparire”. Belgio e Francia sono i paesi dove l’antisemitismo percepito o basato su circostanze concrete è più alto, Germania e Italia occupano una posizione intermedia, seguono Svezia e Regno Unito. L’indice di antisemitismo percepito dagli ebrei mostra una forte correlazione con i dati dell’Anti-defamation league che ha condotto una indagini sulla popolazione non ebraica da cui è emersa una “attitudine profondamente antisemita” sul 26% degli intervistati.

Dopo gli attacchi terroristici in Europa, secondo Neewsweek, l’Agenzia ebraica ha messo a disposizione quasi 4 milioni di dollari per rafforzare la sicurezza di 116 istituzioni ebraiche in circa 30 paesi. La sola Gran Bretagna spende 2 milioni e mezzo di sterline l’anno per la protezione delle scuole ebraiche.

Il ritorno dell’Aliyah

Se paragonata alle cifre del grande esodo degli anni a ridosso della II Guerra mondiale, quando tra il 1933 e il 1938 il 30% della popolazione di orgine ebraica fuggì dall’Europa, la portata della migrazione recente in Israele è molto più contenuta. In Belgio, Francia e Italia, il 4% degli ebrei sono partiti tra il 2010-2015, mentre in Germania, Regno Unito e Svezia, le percentuali si attestano tra lo 0,6 e l’1,7% . Ma che la tendenza sia in atto è evidente e la parola ‘Aliyah’, l’immigrazione ebraica nella terra di Israele, è tornata a sentirsi forte.

La ricerca premette che le motivazioni economiche sono tra le principali ragioni di migrazione in generale, sia in Francia che nel Regno Unito: i tempi di elevata disoccupazione corrispondono a periodi di forte migrazione degli ebrei francesi e britannici in Israele. Ma secondo i modelli statistici della ricerca, che analizza in questo caso solo Francia e Inghilterra e non gli altri Paesi, in altre situazioni di crisi economica non si è verificato lo stesso numero di partenze. Dunque, se il motivo non è solo economico qual è la ragione di tale aumento? C’è un evidenza empirica, un legame diretto che dimostri che l’aumento dell’immigrazione dall’Europa a Israele è causato dal crescente antisemitismo?

“La ricerca non può fornire un prova diretta e inequivocabile a sostegno di questa affermazione – si legge nel documento – tuttavia questa ipotesi non è da scartare”. “Non ci sono prove di un esodo degli ebrei dall’Europa – ha detto al Guardian Jonathan Boyd, direttore esecutivo dell’Istituto – ma il numero di ebrei che ha lasciato i paesi europei per tornare in israele negli ultimi anni è senza precedenti. E’ chiaro che gli ebrei in alcune parti d’Europa siano preoccupati per il loro futuro, in particolare per l’antisemitismo crescente, anche se i livelli di paura non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli del decennio tra il 1930 e il ’40. Fare un parallelo del genere non ha alcuna base empirica nella realta’”.

Secondo un rapporto di ‘Human rights firts’, gli episodi di antisemitismo solo in Francia sono raddoppiati in un solo anno, dai 423 del 2014 agli 851 del 2015 e tendono ad aumentare. In Gran Bretagna, dati del Community Security Trust indicano che c’è stato un aumento dell’11% degli episodi di antisemitismo nei primi sei mesi del 2016. Secondo Daniel Staetsky, autore del rapporto, “una grande parte della popolazione ebraica europea percepisce un aumento dell’antisemitismo. La migrazione ha sempre giocato un ruolo centrale nella demografia ebraica e se gli ebrei non si sentono ben accettati il fatto che se ne vadano è un primo segnale”. Subito dopo i primi attentati terroristici in Europa, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invitato gli ebrei a migrare in massa in Israele.

L’Italia, senso di insicurezza e cervelli in fuga 

La comunità italiana risale alle origini della Diaspora ed è una delle più antiche del mondo, ma è da sempre una delle più piccole: oggi, secondo i dati della comunità di Milano, gli ebrei iscritti alle comunità sono circa 35mila, lo 0,6 per mille della popolazione. Ma in proporzione la tendenza al ritorno in Israele è una costante europea che che riguarda da vicino anche il nostro Paese. Il 2014 e il 2015 hanno segnato il picco di emigrazione degli ultimi 65 anni, ai livelli del periodo della nascita dello Stato di Israele o della Guerra dei Sei Giorni.

Secondo la ricerca, se la migrazione verso Israele tra il 2016 e il 2021 restasse agli stessi livelli di quelli registrati nel 2014-15, l’Italia perderebbe il 7% della sua popolazione ebraica. I dati sull’emigrazione nel 2016 confermano il trend generale, l’anno scorso sono partite dall’Italia 289 persone. Secondo il presidente della Comunità di Milano, Raffaele Besso, “in Italia non c’è la percezione netta di una crescita dell’antisemitismo come sta accadendo in altri Paesi europei. Ma mentre la paura della popolazione ebraica fino al secolo scorso era legata al possibile ritorno di fascismi di varia natura oggi questa paura è legata al rischio di attentati di matrice jihadista.

Gli attentati in Francia e Belgio hanno notevolmente accresciuto il senso di insicurezza degli ebrei che vivono in Italia. E’ vero che da noi non sono fortunatamente accaduti fatti come quelli, ma temiamo che possano verificarsi. La paura c’è. E per quanto possa sembrare paradossale – dice Besso all’Agi – la sensazione è che in Israele ci sia una maggiore sicurezza rispetto all’Europa, da qui si ha la sensazione che la gente sia più protetta”. Le preoccupazioni per un mai sopito e anzi crescente antisemitismo dunque ci sono, ma in Italia le ragioni sono più economiche e culturali che ideologiche. Il peso della crisi, la mancanza di occupazione e di prospettive, ma anche la ricerca di una istruzione secondaria e universitaria d’eccellenza induce molti ebrei italiani, spesso giovani e giovanissimi, a cercare possibilità in Israele, la cui economia è solida.

Una numericamente piccola, ma significativa ‘fuga di cervelli’ è in atto: molti liceali decidono di frequentare il quarto anno di scuola in Israele e spesso restano per finire gli studi e iscriversi nelle università locali. Da tre anni a questa parte inoltre, il questionario per il test di ammissione per alcune università israeliane si può fare anche in italiano, il che ha favorito la migrazione di molti giovani. Nel 2016 sono partiti per Israele 50 studenti per i corsi preparatori all’accesso alle università israeliane e 39 studenti di liceo hanno partecipato a progetti dell’Agenzia ebraica per la migrazione. Insomma, il senso di insicurezza c’è, ma da solo non basta a giustificare le partenze. La Francia, per ora, è lontana. La crisi economica, la mancanza di lavoro e la speranza di un futuro migliore, pesano di più. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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