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Cristiani=Occidente: il Papa archivia l’equazione

Papa Francesco(©LaPresse) Papa Francesco

STEFANIA FALASCA*
Roma

Costeggiando faglie di tensione e conflitti dimenticati, o percepiti come esotici da tanta parte dell’opinione pubblica occidentale, il passaggio a Oriente di papa Francesco ha rilanciato prospettive di riconciliazione, di unità e di pace che non valgono solo per il quadrante dell’Asia orientale. La via suggerita dal Papa, nel solco del minimalismo evangelico e del discernimento realista dei contesti, si muove in tutt’altra direzione rispetto ai cultori di conflitti permanenti, cronicizzati anche da chi in essi trova pretesto d’affermazione identitaria. La stessa risposta data riguardo alla liceità dei bombardamenti americani in Iraq, nel corso della conferenza stampa tenuta durante il volo di ritorno da Seul, ha reso indisponibile ogni copertura teologico-religiosa ai corifei e ai fautori dello scontro di civiltà. Nella stessa linea vanno colti i segnali di apertura nell’orizzonte di un possibile rapporto con la Cina, uno dei dossier più tormentati per la diplomazia vaticana.

 

Francesco, come è già stato notato su queste colonne, ha aperto e continua ad aprire porte. Ma – come è emerso con chiarezza in questo viaggio in Asia orientale – una l’ha certamente e definitivamente chiusa dietro di sé: l’identificazione esclusiva del cristianesimo con la civiltà occidentale, rendendo manifesto quanto contenuto nell’Evangelii Gaudium in uno degli snodi centrali legati all’annuncio del Vangelo. Lì dove il Papa spiega che «pensare a un cristianesimo monoculare e monocorde non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione» e mette in guardia la stessa Chiesa dal cadere «nella vanitosa sacralizzazione della propria cultura» perché «con ciò possiamo mostrare più fanatismo che autentico fervore evangelizzatore». E più volte ripete che «l’annuncio cristiano non si identifica in maniera esclusiva con nessuna cultura», nemmeno «con quelle che sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano».

 

Sono riflessioni che trovano riscontro in diversi documenti magisteriali di Giovanni Paolo II, puntualmente citati da papa Bergoglio. Ma pure Ratzinger, anche prima di diventare Papa, non si è mai allineato a quanti volevano derubricare il cristianesimo a ideologia dell’Occidente. Tra l’altro, l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio aveva preso esplicitamente le distanze dal tentativo di applicare all’operazione «Iraq Freedom» le categorie dottrinali della «guerra giusta». E nell’ottobre 2004, in un dibattito pubblico con Ernesto Galli della Loggia, si era sottratto al pressing dell’interlocutore che voleva identificare la causa dell’Occidente avanzato con quella della Chiesa, chiarendo e affermando che «la Chiesa sostanzialmente non può riconoscersi nella categoria Occidente: sarebbe sbagliato storicamente, empiricamente, ideologicamente». L’universalità della fede cattolica, per sua natura aliena da vincoli d’esclusiva con civiltà e culture, è stata del resto riaffermata con forza al Concilio Vaticano II.

 

La predicazione, le scelte concrete e i gesti di Papa Francesco in Corea del Sud hanno ora eclissato ogni rimando anche inconscio all’automatismo che identifica la Chiesa cattolica come correlato religioso dell’Occidente. E certamente l’atteggiamento di paziente empatia, pronto a servire e accompagnare gli uomini nel loro cammino, l’attitudine ad aprire circostanze di conciliazione, la tangibile lontananza da pose neo legittimiste può spiegare l’attenzione e l’apertura di credito che il papato di Bergoglio ha acceso ora anche in Oriente. Basta rivedere le immagini e riascoltare le sue parole, specialmente quelle rivolte ai vescovi, dove ribadisce che i cristiani non sono mossi da alcuno spirito di conquista: «Non vengono come conquistatori, non impongono modelli culturali, né sono mossi da strategie. Hanno innanzitutto a cuore l’annuncio del Vangelo, non il cambiamento dei regimi politici». Nessun arroccamento o annessione, né invasioni di campo, quindi, nessun atteggiamento di chi dà lezioni o coltiva disegni di egemonia. Nessuna postura esterofila che faccia percepire la fede cristiana come un prodotto culturale d’importazione estraneo ai contesti sociali e umani asiatici. E questo non per tattica, ma perché il dialogo umano autentico, l’empatia, l’apertura all’altro, verso tutti, il rispetto che hanno segnato la presenza in Asia di papa Francesco, sono connaturali alla fede, sono iscritti nei cromosomi della tradizione cattolica.

 

Lo sapevano bene Matteo Ricci e i suoi compagni che già nel Quattrocento come «veri uomini pacifici» erano andati al di là della Grande Muraglia seminando la speranza cristiana non facendo proselitismo e non imponendo la fede a nessuno. È quanto ripeteva Giovanni XXIII nel suo «testamento missionario» – il discorso al Consiglio generale delle opere missionarie nel 1963 – con il quale faceva emergere l’essenzialità dell’annuncio evangelico nell’opera dei missionari che «vanno per le strade del mondo non per assoggettare», «non per dividersi la terra in zone d’influenza o d’interessi, ma per servire». E quanto pure rilevava Benedetto XV, quasi un secolo fa, nella lettera apostolica Maximum illud, dettata proprio dalle osservazioni che gli erano giunte dai missionari in Cina. Nella quale egli evidenziava l’opera missionaria anzitutto determinata «dall’assecondare il dono dello Spirito Santo e non dall’urgenza di arruolare militanti», e ammoniva chi portava a indurre una popolazione «a credere che la regione cristiana sia qualcosa che appartiene a una qualche nazione straniera, abbracciando la quale uno sembra mettersi sotto la tutela e il potere di un altro Paese».

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