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Cultura e patologia, il mix fatale che ammazza le donne

Il numero delle vittime continua a salire mentre i centri antiviolenza chiudono. E di prevenzione della violenza maschile diretta verso gli uomini stessi non parla nessuno.

Cecilia M. Calamani –
Altre due donne sono state uccise da altrettanti uomini con cui avevano una relazione, portando il tragico bilancio dall’inizio del 2016 a 62 vittime. Di queste, 42 sono state ammazzate dall’attuale o ex marito o compagno e le altre da un parente stretto (figlio, padre, cognato, fratello) o da qualcuno vicino ai loro affetti. L’orribile neologismo “femminicidio”, che indica l’assassinio di una donna in quanto donna, non basta a descrivere una realtà ancor più spaventosa del sessismo omicida. Queste donne non sono state uccise solo perché donne, ma perché donne inserite in una relazione passata o attuale con il loro carnefice. I giornali che fino a poco tempo fa titolavano “Dramma della gelosia”, spiegando che il (povero) assassino non era riuscito ad accettare la fine di una relazione, ora si buttano sul “Raptus omicida”, locuzione più generica per archiviare sotto alla copertura del momento di follia una mattanza con radici molto più profonde e radicate.

In un’intervista a Panorama del 16 giugno scorso, il criminologo e psicoterapeuta Silvio Ciappi motiva così la violenza assassina di chi, tradito o lasciato, uccide la ex o attuale partner: «Spesso vi è l’idea che aldilà di quella specifica persona, di quel pezzo di mondo al quale dobbiamo rinunciare non vi sia che il buio e la morte. Esperienze che magari il soggetto ha provato nella sua infanzia e nelle prime relazioni sociali, quando il legame col mondo è stato percepito come instabile, violento, contraddittorio. Ecco perché vi sono uomini che si buttano a capofitto nell’altro, convinti che l’altro sia l’unica soluzione al proprio male di vivere. Ma gli altri non sono lì a ricucire le nostre ferite, non sono specchi né dei nostri fallimenti né della nostra gioia. Gli altri non sono scuse e scorciatoie. E la violenza è una scorciatoia, è un estremo atto di rabbia verso il coniuge che ha tradito il suo mandato: quello di essere un semplice specchio della nostra esistenza».

C’è da chiedersi però perché questo narcisismo che ci fa vedere l’altro solo in funzione dei nostri bisogni e non come “persona” colpisca gli uomini e non, se non in misura molto marginale, le donne. E perché alla schiera degli uomini che si “trasformano” in assassini per un tradimento o una perdita si aggiunge quella dei figli, fratelli, padri e cognati. Anche loro vedono nella madre, sorella, figlia o cognata lo specchio della loro disastrata esistenza affettiva? Interrogativi angoscianti ai quali neanche gli addetti ai lavori riescono a dare risposte precise. Come dice lo stesso Ciappi, i potenziali assassini di donne sono persone spesso “normali”, che vivono una vita “normale”. Salvo poi essere incapaci di chiedere aiuto per fronteggiare il loro male di vivere che di fronte alla fine di una relazione porta alla morte altrui, propria o di entrambi come nei casi di omicidio/suicidio.

Ma come fare, allora, per arginare questo fenomeno silente, impalpabile, nascosto dietro vite e relazioni apparentemente “sane”, che quando colpisce è troppo tardi per essere affrontato?
Da qualche mese i centri antiviolenza per le donne vittime di abusi sono in progressiva chiusura in tutta la penisola per mancanza di fondi. I 16,5 milioni di euro stanziati per le Regioni dal Piano nazionale antiviolenza per il biennio 2012-13 sono stati sbloccati solo in minima parte costringendo i centri alla chiusura, come ha denunciato a Repubblica il 10 luglio scorso Titti Carrano, presidente di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza),che conta 74 associazioni sparse sul territorio nazionale.

Una situazione vergognosa e indegna di un Paese civile a cui però si aggiunge un’altra mancanza, questa volta taciuta: la totale assenza di centri per la prevenzione e la cura maschile. Se è vero che le vittime vanno tutelate, protette e difese dalla violenza fisica e psicologica da parte degli uomini della loro vita, è anche vero che la prevenzione dovrebbe puntare anche sulla cura dei carnefici. La mentalità patriarcale non è solo responsabile di quel senso di possesso che porta un uomo a considerare una donna con cui ha una relazione un oggetto di sua proprietà, ma anche di quella deleteria mascolinità che impedisce a un uomo di chiedere aiuto quando non riesce ad affrontare in modo sano la rottura di una relazione, e cioè la vita stessa. Quando, complice una patologia affettiva, tramuta la disperazione in follia persecutoria e addirittura omicida. Quando la sua vita apparentemente “normale” si tramuta in portatrice di morte.

Questo aspetto è – se possibile – ancor meno considerato del sostegno alle vittime. La cultura patriarcale e maschilista, unita al disagio psichico, porta agli orrori che quotidianamente leggiamo sul giornale. Sradicarla nelle nuove generazioni è possibile solo istituendo precisi percorsi di educazione all’affettività sin dall’infanzia, ancora oggi inesistenti al di là delle tante belle parole della Buona Scuola. Ma se anche così fosse le vecchie generazioni ne sarebbero escluse. E sono proprio loro, uomini dai vent’anni in su, gli attuali assassini che con volti da “brave persone” ci guardano dalle pagine di cronaca. Per non contare tutti quelli la cui violenza nei confronti delle “loro” donne, perpetuata anche per anni, non sfocia nella tragicità irrecuperabile della morte. Il loro potenziale distruttivo è completamente trascurato.

D’altronde, in un Paese in cui ancora si parla di “omicidio passionale”, come se la passione portasse morte e non gioia di vivere, in cui da anni i fondi per il sostegno alle donne vittime di abusi giacciono impigliati nelle maglie dei nostri deficit di bilancio, in cui se si accenna all’educazione sessuale nelle scuole l’alzata di scudi degli amici di Oltretevere porta a repentini quanto imbarazzanti dietro front politici, come si può pensare a istituire centri di prevenzione per gli uomini a rischio sensibilizzando le loro coscienze sulla patologia da cui sono affetti? Il maschio è maschio, è forte, fiero e indipendente. Fosse mai che qualcuno alzi il tappeto sotto cui è celata la sua drammatica fragilità. Anche se ciò comporta una lunga e inesorabile scia di sangue.

Cecilia M. Calamani

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