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D’Alema dice qualcosa di sinistra. E tutti ridono

D'Alema dice qualcosa di sinistra. E tutti ridonoFinalmente l’ha fatto. O meglio l’ha detto. Ricordate? Nanni Moretti urlava dallo schermo: «D’Alema, di’ qualcosa di sinistra!». E lui finalmente dopo quasi vent’anni, l’ha detto. Qualcosa di sinistra. Ha pronunciato la parola «padroni». Per dire imprenditori, impresari, imprese, tutto ciò che il mondo moderno e contemporaneo ha da tempo rivestito con altri nomi. Ma lui è rimasto solo per tutto questo tempo a canticchiare «Sciur parùn da le bele braghe bianche» e alla direzione del Pd non gli è parso vero e l’ha detto. Padroni.

È vero, ha anche citato Joseph Stiglitz per fare il figo e tentare di umiliare Renzi. Ma anche in questo caso il men che quarantenne presidente del Consiglio lo ha battuto con la mossa (oggi è obbligatorio dire così) del cavallo. Ovvero: per Stiglitz le riforme si fanno quando le vacche sono grasse, come ai tempi in cui governavi tu. E ora tocca farle a me quando le vacche sono magre. D’Alema, si sa, cita. Ha studiato e, come dicono le plebi, ce la caga dall’alto. Nulla di nuovo. Mentre a noi incuriosisce questa riesumazione della parola «padroni»: una parola fuori corso come le vecchie lire, priva di significato attuale visto che non ci sono più i padroni delle ferriere, i padroni delle risaie, i latifondisti che sfruttano i braccianti, perché un intero mondo – quello del lavoro – è cambiato e quella parola è diventata un pezzo d’antiquariato.

Ora noi non saremo così stupidi, né così volgari da ricordare al poco sorridente ex presidente del Consiglio le vecchie storie della sua barca a vela, delle scarpe fatte a mano e di un tenore di vita – per sua fortuna – poco proletario. Noi tutti siamo contentissimi che quell’antico ragazzo con i capelli lunghi delle antiche e ruvide manifestazioni studentesche si sia trasformato in un elegante signore che passa dal brizzolato al bianco. E che vesta bene. E che citi autori e testi con ostile appropriatezza. E che sferzi il prossimo col suo non-sorriso. E che per stile, modi, cravatte e taglio dei baffi, evochi l’immagine del conservatore britannico «tory». Ne siamo stati sempre contenti. Abbiamo apprezzato l’evoluzione borghese e anzi aristocratica. Ma allora, perché ha voluto tirare fuori dall’armadio l’impolverato fantoccio del «padrone»?

L’unica spiegazione è che D’Alema, cercando di farsi perdonare la propria trasformazione di destra, con una contro-mossa del contro-cavallo, abbia cercato di scavalcare a sinistra Renzi dandogli – da destra – dell’uomo di destra e non di sinistra. Oppure (anche) D’Alema è geloso del successo di Renzi come annunciatore del riformismo e intende delegittimarlo fingendosi di sinistra. Sono congetture che provocano emicrania e nausea per l’ovvio. Ma ditemi voi come ve la cavereste se vi trovaste costretti a discutere proprio su questo tema: per quale cavolo di motivo D’Alema ha abrogato gli imprenditori e riesumato i «padroni»? Che cosa gli era andato di traverso? Il dibattito si sta sviluppando nelle sezioni dell’ex glorioso partito di provenienza, anche se resteranno sull’asfalto congetture in fin di vita. La meno fragile ci sembra quella che dicevamo all’inizio. Dopo tanti anni di notti insonni e alito cattivo, D’Alema si è deciso a rispondere a Nanni Moretti che gli ingiungeva di «dire qualcosa di sinistra», ma lo ha fatto non soltanto fuori tempo massimo, ma rendendosi per un istante anche ridicolo.

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