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Da Confindustria allo Sport, il fronte dei contrari al “Decreto Dignità”

Con i suoi 12 articolo, il “Decreto Dignità” interviene sul lavoro, le imprese e il gioco d’azzardo. E vuole dare “un colpo mortale al precariato”, come ha spiegato il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio, aggiungendo di aver “licenziato il Jobs Act”. Tuttavia il nuovo decreto non convince del tutto. E non solo l’opposizione.

Ecco le categorie che si sono dette contrarie

Confindustria: secondo Viale dell’Astronomia, le nuove regole saranno poco utili per il raggiungimento dell’obiettivo dichiarato dal governo, cioè il contrasto alla precarietà. Infatti, il provvedimento, che prevede anche una stretta sui contratti a termine e alcune misure contro la delocalizzazione delle imprese, causerà un risultato opposto, rispetto a quello dichiarato, con la diminuzione del lavoro, non della precarietà. Confindustria, si legge su Il Giornale, osserva che l’Italia, essendo un grande Paese industriale, “avrebbe bisogno di regole per attrarre gli investimenti, interni ed esteri. Quelle scritte ieri, invece, gli investimenti rischiano di disincentivarli”. Le misure previste dal decreto legge “dignità” contrastano coi dati Istat, che raccontano un mercato del lavoro in crescita. Così facendo, “il governo innesta la retromarcia rispetto ad alcune innovazioni che hanno contribuito a quella crescita”. Inoltre, gli industriali sostengono che le nuove regole contro la precarietà non siano efficaci, dato che “l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati è, in Italia, in linea con la media europea” .

Albergatori: I professionisti del settore turistico bocciano le nuove disposizioni e le annunciate restrizioni. Nel decreto “dignità” appena approvato dal consiglio dei ministri non sono ancora chiare le norme che riguardano i lavoratori stagionali, impiegati soprattutto nel turismo.

Lega Serie A: Il decreto mette al bando la pubblicità per “giochi o scommesse con vincite in denaro”. Una misura sulla quale interviene anche la Lega Serie A, organismo che rappresenta i club del massimo campionato e che ritiene che le misure non siano “realmente efficaci” per arginare la ludopatia. La Lega Serie A, si legge sul Corriere, esprime “estrema preoccupazione” per l’impatto sul mondo del calcio. In  particolare, il presidente della Lega serie A, Gaetano Miccichè, si è detto “preoccupato per la tenuta occupazionale e lo sviluppo del calcio italiano e del suo indotto e per il rischio che si incrementi il ricorso al gioco d’azzardo clandestino”. L’industria del calcio, prosegue Miccichè “è tra le prime dieci in Italia e occupa, direttamente e indirettamente circa 130 mila persone. Per tutelare questo settore è necessario individuare soluzioni che possano coniugare gli interessi delle varie parti in gioco. A questo fine invito i soggetti interessati alla creazione di un tavolo di confronto e di lavoro indirizzato all’individuazione di soluzioni concrete per il contrasto alla dipendenza da gioco e preservino l’occupazione e l’indotto del settore alle squadre italiane ne avrebbero svantaggi concorrenziali”.

Società di gaming: Tra gli operatori delle società di gioco che si oppongono al decreto, si legge sul Fatto Quotidiano, c’è anche Niklas Lindahl, direttore per l’Italia della società svedese dei casinò online Leogaming, che in una lettera a Luigi Di Maio ha sostenuto che “il proibizionismo favorisce realtà illecite”. La posizione degli operatori è riassunta nelle parole di Stefano Zapponini, presidente di Sistema Gioco Italia, la filiera dell’industria del gioco e dell’intrattenimento: “Il nostro sistema non ha bisogno di divieti ma di riforme. È illusorio poter risolvere il problema delle patologie in questo modo. Quello che auspichiamo – ha spiegato – è l’apertura di un tavolo di confronto su un argomento che non può essere affrontato, come è stato fatto, con un decreto d’urgenza”. Per Zapponini l’unica strada percorribile è quella del dialogo che porti a una riforma del sistema: “Abbiamo già ridotto del 35% le slot sul territorio nazionale e del 50% i punti vendita. E lo abbiamo fatto perché il nostro interesse non è la quantità ma la qualità – ha sottolineato – Il rischio è che non si riesca più a distinguere il gioco legale da quello illegale. Basti osservare cosa sia accaduto nei territori nei quali sono entrate in vigore le leggi regionali: l’illegale è andato a rioccupare lo spazio legale – ha detto – Il decreto non genererà l’effetto auspicato: non colpirà solo il settore del gioco ma anche quello del lavoro, con la crisi che inevitabilmente colpirà anche le aziende di marketing e comunicazione che sulla pubblicità vivono”. 

CIGL: “Pur andando nella direzione giusta, non è un intervento organico. Tra gli annunci e la sostanza c’è molta differenza”: la pensa così il segretario generale della CIGL, Susanna Camuso secondo cui “ci vuole altro per licenziare il Jobs Acts”. Solo per cominciare, ha spiegato Camusso al Corriere della Sera, “la Cgil ritiene giusto introdurre le causali sui contratti a termine ma sarebbe logico farlo fin dall’inizio. Sui licenziamenti, va bene aumentare l’indennizzo, ma se non si reintroduce il diritto al reintegro, come pure il Movimento 5 Stelle aveva promesso, non si va al cuore del problema. In sintesi si tratta di un intervento parziale mentre sarebbe indispensabile riorganizzare tutta la legislazione come facciamo nella Carta dei diritti”. Poi “siamo preoccupati perché, per esempio, si torna a parlare di reintrodurre i voucher che sono in palese contraddizione con la reintroduzione delle causali”. 

Avvocati: L’articolo 7 è relativo all’applicazione del credito d’imposta ricerca e sviluppo ai costi di acquisto da fonti esterne dei beni immateriali. Tra le altre cose, viene disattivato il redditometro e lo split payment per i professionisti non esiste più. Su questo punto interviene l’Uncat (Unione nazionale delle camere degli avvocati tributaristi), che rileva come “le deroghe allo Statuto del contribuente, introdotte in merito all’iper-ammortamento e al credito d’imposta per ricerca e sviluppo, contraddicono gli obiettivi più volte conclamati dal governo di semplificare il sistema fiscale e mettono in difficoltà la programmazione fiscale ed economica delle realtà produttive”. Come riporta il Corriere, sul redditometro, il decreto, dicono gli avvocati, “interviene solo sulle modalità di definizione degli indici indicativi ma nulla sposta sul metodo di accertamento”. Sullo spesometro “si differisce solo l’invio dei dati” al prossimo febbraio mentre “la soppressione dello split payment a favore dei professionisti”, pur “apprezzabile” riguarda pochi casi mentre “il suo mantenimento nei confronti delle imprese determina il permanere della crisi di liquidità da sempre denunciato”. Il fatto è che interventi maggiori sono stati impediti dal ministero dell’Economia perché l’abolizione di questi strumenti che hanno dato ottimi risultati nella lotta contro l’evasione Iva avrebbe richiesto ingenti coperture strutturali.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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