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Da Mao a Xi, storia del Partito Comunista Cinese (in breve)

No, non fu Mao a fondarlo: il Partito Comunista Cinese nacque nel 1921 su iniziativa di un gruppo di intellettuali progressisti, tra i quali la storia ci riporta i nomi di Chen Duxiu e Li Dazhao, esponenti del Movimento del 4 maggio (1919): protesta studentesca, appoggiata dalla borghesia moderata e dagli accademici, scoppiata a Pechino contro la debole posizione del governo cinese verso l’imperialismo nipponico al Trattato di Versailles, dove le potenze vincitrici nel primo conflitto mondiale avevano accondisceso alla richiesta del Giappone di acquisire le concessioni tedesche nella provincia dello Shandong.

Dal caos alla riunificazione

Furono necessari migliaia di arresti e vari disordini prima che il governo decidesse di non firmare. In Cina regnava il caos: l’Impero Qing era caduto nel 1911, Sun Ya Tsen aveva proclamato la Repubblica di Cina (1912-1949), un governo debole mentre il Paese sprofondava nel disordine (dal 1916 al 1927 imperversavano i Signori della Guerra). Nel 1917 gli echi della Rivoluzione d’ottobre erano giunti anche in Cina. Tra i fondatori dell’Associazione di ricerche sul marxismo, c’era Li Dazhao, il quale dopo aver studiato legge a Tianjin e a Tokyo, si era dedicato agli studi di teoria politica e giornalismo.  Era poi diventato bibliotecario all’Università di Pechino. Mao Zedong fu per un certo periodo suo assistente. Aveva pubblicato un saggio dal titolo Primavera sulla rivista Xin qingnian  – periodico progressista al quale è stato riconosciuto un ruolo importante nel dibattito delle avanguardie letterarie: la letteratura, in quegli anni, era metafora della nuova Cina.

Li propugnava la rinascita del Paese – un concetto a noi oggi familiare giacché rievoca, seppur da lontano, il Sogno Cinese dell’attuale presidente Xi Jinping. Nacque, per sedimentarsi, un fortissimo nazionalismo (grazie anche al contributo dei pensatori riformisti di fine Impero, Kang Youwei e Liang Qichao) che in futuro assunse a mano a mano nuove forme: bruciava l’umiliazione subita dalle potenze straniere a partire dalle Guerre dell’Oppio, che avevano portato al dissolvimento dell’impero. Brucia tuttora quella ferita che spiega oggi l’atteggiamento risoluto di Pechino in politica estera: Xi Jinping vuole tornare alla grandeur, partendo dal rafforzamento del Partito.

Torniamo a Li Dazhao: insieme agli altri fondatori, come Chen Duxiu che fu il primo presidente del PCC, promosse l’alleanza dei comunisti con i nazionalisti di Chiang Kai-Shek, patto che si ruppe nel 1927: Li – come altri – morì giustiziato durante la repressione anticomunista. Ciò accadeva prima della Lunga Marcia, prima che Mao stabilisse la base rossa aYan’an, prima della seconda guerra mondiale, prima della guerra civile, prima che i comunisti di Mao sconfissero i nazionalisti, fuggiti a Taiwan, e fondassero la Repubblica Popolare Cinese nel 1949. Riunificando il Paese. Da quel momento in poi, Stato e Partito sarebbero stati una cosa sola.

Chen Duxiu, il primo segretario del PCC

Prima di proseguire, manca un pezzo importante: la rivista Xin Qingqian era stata fondata a Shanghai da un altro grande intellettuale, Chen Duxiu. Vi scrivevano le grandi firme di quei tempi, tra le quali Lu Xun e Hu Shi (che tanto impulso diede alla diffusione della lingua vernacolare) – pensatori liberali che diedero un forte contributo ai moti del 4 maggio, di cui Chen fu tra i leader promotori. Preside della facoltà di lettere dell’Università di Pechino, a seguito dei moti rivoluzionari fu costretto a rassegnare l’incarico, e finì in carcere per tre mesi. Influenzato dai venti marxisti che spiravano dalla rivoluzione russa, nel 1921 aveva fondato il Partito Comunista Cinese – convinto che il marxismo fosse in grado di modernizzare un Paese sottosviluppato quale la Cina. Anche Mao Zedong fu tra i fondatori. Nominato segretario generale nel 1921, mantenne l’incarico per sette anni, con l’appellativo del “Lenin cinese”. I legami con il Comintern – destinati a sfarinarsi in seguito sotto l’egida di Mao – erano fortissimi in quegli anni. Fu il Comintern a imporre a Chen l’alleanza con i nazionalisti. Quando l’alleanza si sfaldò, Chen, accusato di tale fallimento, fu espulso dal PCC. Trascorse gli ultimi anni in un villaggio vicino Chongqing, dove morì nel 1938.

Per Chen Duxiu, fervente oppositore dei valori tradizionali cinesi, il marxismo era un mezzo per raggiungere la “democrazia di massa”, pur senza limitare il ruolo della borghesia nella rivoluzione cinese. Non gli fu dato tempo di osservare l’ascesa al potere del Partito, destinato a guidare il Paese, a partire dal 1949, fino al trasformarlo in un potenza che oggi impera nel mondo.

Il distacco dal marxismo

I fondatori del PCC non furono gli unici intellettuali a contribuire al pensiero politico iniziale del partito. Il pensiero politico cinese è ricco di filosofi liberali, una storia che qui non racconteremo per mancanza di spazio. Una cosa è certa: l’influenza del marxismo, che Mao Zedong inglobò nella sua dottrina definita marxismo-leninimo-maosimo, è ancora molto forte seppur sfumato, e strumentale. Il filosofo tedesco, che centocinquanta anni fa scrisse il Capitale, “elaborò una profonda analisi sulla natura umana, sulla natura del lavoro, sui rapporti di potere nel sistema economico, sulle relazioni tra religione e ideologia con le strutture del potere”, ha detto all’AGI Andrew Nathan, docente di scienza politica alla Columbia University, autore di alcuni tra i più importanti libri sul sistema politico della Cina contemporanea, co-autore del volume Tian’anmen Papers.

“Oggi l’ideologia del Partito non dice nulla su questi temi: la leadership propone invece una forma di culto della personalità e di nazionalismo, idee che Marx disapprovava”, ha aggiunto il professore. “Il maoismo può essere definito una forma di marxismo nel senso che ha utilizzato alcune categorie marxiste, quali il concetto di lotta di classe. Ma dopo Mao – ha continuano Nathan – l’ideologia del Partito non ha mantenuto un forte legame con l’ideologia marxista”. Cioè: lo ha adattato per “giustificare qualsiasi politica il Partito volesse promuovere in un dato momento”. Rispetto alla linea ufficiale presentata dalla precedente amministrazione Hu Jintao, “l’ideologia promossa da Xi è più marcatamente nazionalista: in essa prevalgono aspetti di statalismo e culto della personalità”.  La stampa ha presentato l’immagine di Xi come “il grande leader” – revival maoista?.  Non solo. “Il ritorno della Cina alla ricchezza e al potere è illustrata nel ‘Sogno Cinese’ – ha concluso Nathan -; ai membri del Partito, alla stampa, agli avvocati, alle aziende, vengono richieste maggiori disciplina e conformità”.

La carica più importante all’interno del PCC è quella di Segretario Generale. Ma fino al 1982, il livello più alto era quello di Presidente del PCC – “Chairman” – detenuto da Mao Zedong dal 1949 fino alla sua morte, nel 1976. Tale carica fu abolita nel 1982 (l’ultimo fu Hu Yaobang, poi nominato Segretario). C’è chi oggi dice che Xi Jinping voglia rispolverarlo: un altro segnale del suo potere assoluto che però – dicono alcuni esperti – il presidente, visto oggi come l’uomo solo al comando, dopo una feroce campagna anti-corruzione, sarà costretto, entrando nel suo secondo mandato (e forse puntando a estenderlo oltre il 2022) che verrà – con grande probabilità – sancito dal Diciannovesimo Congresso al via ufficiale domani, a condividere con gli altri leader.

I successori del “grande timoniere”

Finita l’epoca maoista, il partito introdusse via via elementi di leadership collegiale, per evitare gli eccessi compiuti dal Grande Timoniere. Qualora Xi, che è già core leader (nucleo della leadership: una carica che lo eleva, all’interno del Comitato Permanente del Politburo, al di sopra degli altri membri), ottenesse anche la nomina di chairman, si diffonde tra gli analisti il timore il Comitato Permanente sia destinato ad avere un potere ridotto a vantaggio di Xi. Tra i più importanti dirigenti che hanno ricoperto il ruolo di Segretario Generale del Partito, dopo la morte di Mao, figurano Hu Yaobang (1982-1987) e Zhao Ziyang (1987-1989), sotto la leadership di Deng Xiaoping (cuore della seconda generazione). Il “Piccolo Timoniere” non ricoprì mai la carica di segretario generale, ma come presidente della Commissione Centrale e della Commissione Militare guidò le riforme di apertura della Cina, fino al 1989. Promosse il socialismo con caratteristiche cinesi. In una catena di successione ben delineata, gli successe Jiang Zemin (1989-2002), cuore della terza generazione, il cui pensiero politico è racchiuso nella teoria delle tre rappresentanze; giunse poi al potere Hu Jintao (2002-2012), quarta generazione, il filosofo dello sviluppo scientifico. E nel 2012, Xi Jinping: quinta generazione.

Oggi il Partito conta quasi 90 milioni di membri. La consuetudine vuole che il segretario generale ricopra anche la carica di Presidente della Commissione Militare Centrale e di Presidente della Repubblica, in un Paese dove stato e Partito sono strutture amministrative sovrapposte. Il pensiero di Xi Jinping, noto come i “quattro comprensivi”, dovrebbe essere inserito nella Costituzione nel corso del Diciannovesimo Congresso, che sancirà il rinnovamento della classe dirigente. Le teorie di Xi potrebbero essere introdotte nella carta con il suo nome – come fu per Mao e Deng. 

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Articolo originale Agi Agenzia Italia

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