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Da New York un farmaco sperimentale per salvare Charlie

Un ospedale di New York si è offerto di spedire un farmaco sperimentale a Londra per aiutare il piccolo Charlie e di ospitare il bambino, nel caso si potessero superare gli ostacoli legali per il suo trasferimento. Lo riferisce il Guardian che spiega come i farmaco in questione sia ancora in attesa dell’approvazione della Food and Drug Administration (Fda).

“Siamo disposti ad accogliere Charlie e a valutarne lo stato, a condizione che vengano attivate misure per trasferirlo in modo sicuro nella nostra struttura, in assenza di ostacoli legali e dopo aver ricevuto l’approvazione d’emergenza dalla Fda per un trattamento sperimentale”, hanno spiegato in un comunicato congiunto il New York Presbyterian Hospital e la divisione medica della Columbia University. “In alternativa – prosegue il comunicato – se sarà approvato dalla Fda, possiamo organizzare la spedizione del farmaco all’ospedale Great Ormond Street e offrire una consulenza al personale medico, se sono disposti a somministrarlo”. 

Secondo i medici britannici e i tribunali che hanno esaminato la vicenda non esistono concrete possibilità di miglioramento o di prolungamento della vita di Charlie e anche le terapie sperimentali non offrono alcun tipo di certezza. Non è servita dunque la montagna di denaro raccolta dal Charlie’s Army (l’esercito di Charlie): 83mila persone hanno partecipato per pagare al bimbo il trasferimento negli Usa e le costosissime cure sperimentali, raccogliendo 1,3 milioni di sterline

Le ragioni del verdetto di Strasburgo

“Una speranza era stata alimentata nei giorni scorsi proprio dai giudici europei che avevano imposto misure preventive per continuare a tenere in vita Charlie in attesa che la corte di Strasburgo si pronunciasse in via definitiva”, spiega La Stampa, “nel loro ricorso i genitori del bimbo avevano sostenuto che l’ospedale di Londra aveva bloccato l’accesso a un trattamento per mantenere in vita il piccolo violando cosi il diritto alla vita e anche quello alla libertà di movimento”.

“La corte europea alla fine ha però respinto la loro istanza – prosegue il quotidiano torinese – tenendo conto ‘del considerevole margine di manovra che gli Stati hanno nella sfera dell’accesso alle cure sperimentali per malati terminali e nei casi che sollevano delicate questioni morali ed etiche’. È stato affermato quindi che non spetta al tribunale di Strasburgo il compito di sostituirsi alle competenti autorità nazionali. Inoltre i giudici hanno rilevato che ‘le decisioni dei tribunali nazionali sono state meticolose e accurate e riesaminate in tre gradi di giudizio con ragionamenti chiari ed estesi che hanno corroborato sufficientemente le conclusioni a cui sono giunti i giudici”. 

“Soltanto altri sedici casi al mondo”

“I dottori sostengono che Charlie non può sentire, muoversi, piangere o deglutire e che i suoi polmoni funzionano solo grazie alla macchina a cui è attaccato”, si leggeva sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, “il piccolo avrebbe anche subito danni cerebrali irreversibili. A loro giudizio, il trattamento sperimentale americano cui i genitori vorrebbero sottoporlo non avrebbe migliorato le sue condizioni. Ma appena a metà giugno fa la madre aveva pubblicato su Facebook una foto di Charlie con gli occhi aperti: ‘Un’immagine vale più di mille parole’, aveva scritto. 

Il calvario giudiziario dei genitori era cominciato a marzo, quando la coppia si era rivolta a un tribunale per tentare di fermare la mano dei medici, i quali ritenevano di aver esaurito tutte le opzioni di trattamento disponibili”.

“Il piccolo era nato apparentemente in buona salute lo scorso 4 agosto. Ma dopo otto settimane aveva cominciato a perdere forze e peso. Portato in ospedale, gli era stata diagnosticata la sindrome di deperimento mitocondriale, che provoca il progressivo indebolimento dei muscoli”, continua l’articolo del ‘Corriere’, “ci sono soltanto sedici casi al mondo, ma purtroppo entrambi i genitori sono portatori del difetto genetico e quindi Charlie è venuto al mondo segnato dal destino. Da allora il bambino è in terapia intensiva, intubato, e secondo i medici non ha speranze di sopravvivere: per cui meglio staccare tutto per evitargli ulteriori sofferenze”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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