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Da Ratisbona a Melbourne, il filone “Anime pulite” scuote la Chiesa nel profondo

Estate giudiziaria bollente, dagli abusi sui coristi alle accuse di pedofilia a Pell, fino al processo sui fondi del Bambino Gesù per l’attico di Bertone.

“Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nessuno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre Vostro”. Come una nemesi biblica inesorabile, o vendetta divina implacabile, l’ombra non solo di due, ma cinquecentoquarantasette “passeri” – così si chiamano i bambini del coro di Ratisbona – oscura il cielo del Vaticano. Cancellando l’estate della Chiesa e il sole che con Bergoglio era tornato miracolosamente, meravigliosamente a splendere su di essa. Restituendola di colpo al plumbeo autunno del pre-conclave.

Visione infernale, sinistramente in tinta con l’incendio che dalla pineta, nei giorni scorsi, era giunto a lambire la cinta dell’Urbe.

Un gelo che attraversa l’anima e atrofizza i pensieri, cronicizza l’orizzonte, rimette in discussione il credito e la fiducia di chi osserva da fuori.

Se la storia si fa con i numeri, quelli che vengono da Ratisbona sono tali da obbligare a riscriverla. Riclassificando il fenomeno della violenza sui minori: da episodico a epidemico.

Sotto accusa questa volta non c’è una deviazione, ma l’istituzione, supposta portatrice di una mentalità omertosa, diffusa, che molti cominciano a considerare irreformabile: almeno da dentro.

L’operazione trasparenza che Ratzinger lanciò colpendo un simbolo, nel capostipite dei Legionari di Cristo e candidato agli altari Marcial Maciel, si abbatte oggi come un boomerang sui cantori di Ratisbona, le voci bianche della cattedrale, dirette per trent’anni anni dal Kapellmeister e fratello Georg. Senza guardare in faccia nessuno. Appunto.

Succede nelle rivoluzioni, quando l’alveo del rinnovamento non basta più a contenere l’onda del risentimento, che non travolge soltanto i colpevoli, ma un intero sistema e il suo ceto dirigente: il quale non poteva non sapere. Fino a scagliarsi, da ultimo, contro gli stessi riformatori. Mentre si fa strada l’idea che il cambiamento non possa venire dall’interno. E nemmeno dai vertici. Bensì dall’esterno. E dai giudici.

Da mani pulite ad “anime pulite”: quasi che a distanza di un quarto di secolo il metodo della rimozione per via giudiziaria dell’ancien régime si fosse trasferito sull’altra sponda del Tevere. “Passiamo all’altra riva”, insomma, in una originale applicazione dei consigli evangelici.

E’ il dato di novità, e salto di qualità, di queste giornate di luglio, che in assenza di viaggi e impegni ufficiali avrebbero dovuto rappresentare, per Bergoglio, un periodo di quiete, bonaccia e ordinario cabotaggio, al timone della barca di Pietro. Mai come ora immersa nella tempesta.

Come un uragano, le cronache modificano il paesaggio visivo del pontificato e consegnano all’immaginario collettivo il profilo di una Chiesa sotto processo, dove i protagonisti e portavoce delle riforme, al posto dei vescovi e dello stesso Pontefice, diventano i detective e gli avvocati delle vittime: da Ulrich Weber, estensore del rapporto su Ratisbona, che occupa e inorridisce lo scenario dei notiziari, al vice commissario di polizia dello stato australiano di Victoria, Shane Patton, che il 29 giugno ha nottetempo annunciato l’incriminazione di un principe della Chiesa, nella persona del cardinale George Pell, completando la metamorfosi dei vaticanisti e convertendoli verosimilmente, lessico e agenda, in cronisti giudiziari. Dalle udienze papali a quelle dei tribunali. Dalle relazioni sinodali a quelle dei legali. Dalle indulgenze, infine, ai risarcimenti.

Un transfert semantico. Uno tsunami mediatico che non si ferma e in una settimana è destinato a raggiungere l’altro capo del mondo, per proiettare sugli schermi la sagoma inedita, sgomenta, di un porporato alla sbarra, quando un ministro in carica del governo papale, titolare del dicastero dell’economia, comparirà di fronte alla corte di Melbourne, sua terra d’origine, in veste d’imputato, per replicare alle gravi accuse che lo riguardano.

Per proseguire poi, a settembre, con gli alti prelati che potrebbero essere chiamati a intervenire in qualità di testimoni, con ampia risonanza mediatica, nel processo vaticano aperto ieri per la distrazione di denaro della Fondazione Bambino Gesù. Ipotesi di reato che, qualora comprovata e in caso di condanna dei responsabili, delineerebbe una ulteriore variante, sebbene di altra natura, di abuso perpetrato nei confronti dei più piccoli e dei loro diritti.

Non fulmini a ciel sereno, temporali estivi e schermaglie procedurali, quindi, quanto piuttosto avvisaglie di un diluvio. Dal quale la Chiesa sortirà più trasparente, di sicuro, ma vulnerabile. Più sincera, però più povera.

Prescelto tra gli outsider del conclave all’indomani di Vatileaks, per rivestire il re, nudo, con l’abito candido della propria onestà e popolarità, Bergoglio lo ha invece definitivamente, francescanamente spogliato di ogni difesa ed esposto al “giudizio” del mondo, nel senso più stretto e processuale del termine.

Prospettiva che fa tremare i polsi. E dinamica rivoluzionaria che ormai, segnatamente, risulta sfuggita di mano ai suoi promotori, avviando una catarsi dall’esito incerto. Imprevedibile ergo ingestibile. Irrefrenabile ergo irreversibile.

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/19/da-ratisbona-a-melbourne-il-filone-anime-pulite-scuote-la-chi_a_23037648/

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