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Da Roosevelt a Brexit, perchè i sondaggi possono sbagliare

di Francesco Russo

Roma – Alle elezioni presidenziali statunitensi del 1936 il repubblicano Alfred Landon corse contro l’allora comandante in capo in carica, il democratico Franklin Delano Roosevelt. Prima del voto, la rivista ‘The Literary Digest’ fece un sondaggio su uno dei maggiori campioni della storia: 2,4 milioni di intervistati. Il 57% di loro si espresse a favore di Landon, mentre il presidente uscente raccolse appena il 43% dei consensi. La stima fu ribaltata dal verdetto delle urne, che confermò Roosevelt con una maggioranza schiacciante: il 62% contro il 38% raccolto dallo sfidante.
Un copione che si è ripetuto di recente in occasione del referendum dello scorso 23 giugno sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Nessuno riuscì a prevedere la vittoria dei ‘Leave’, che si imposero con il 51,9%. Anzi, alla vigilia della consultazione, giravano ancora stime che davano i favorevoli alla Brexit indietro di dieci punti percentuali rispetto ai ‘Remain’.

Tutti i sondaggi per la sfida Clinton-Trump

A pochi giorni dal voto negli Usa, c’è chi sostiene possa verificarsi un caso analogo e il candidato repubblicano Donald Trump, contro ogni pronostico, riesca non solo spuntarla sulla democratica Hillary Clinton ma addirittura a batterla con un vantaggio ben superiore all’1% dell’indagine di Cnn e Washington Post che ha sconvolto i mercati.

GLI ERRORI NELLA SELEZIONE DEL CAMPIONE

‘The Literaly Digest’ prese un granchio così colossale perche’ svolse la rilevazione sui suoi abbonati, prevalentemente benestanti e seguaci del ‘Grand Old Party’, laddove Roosevelt, con le riforme economiche del ‘New Deal’, rastrellava voti soprattutto tra i cittadini meno abbienti. E’ quello che si chiamerebbe “selection bias” (errore di selezione) nel gergo dei sondaggisti moderni che, nonostante l’evoluzione delle loro tecniche, rimangono vulnerabili a errori anche clamorosi. I motivi possono essere banalissimi. Se si effettua una rilevazione telefonica chiamando numeri di linea fissa, ad esempio, si otterra’ un campione dall’eta’ media piuttosto avanzata, dal momento che sempre più under 40 utilizzano solo il cellulare.
Quanto alle rilevazioni online, sono sulla carta soggette a maggiori distorsioni perchè i lettori di una testata ne seguono, si suppone, in gran parte la linea politica. E’ evidente perché un sondaggio condotto da Breitbart darà Trump in vantaggio e uno dell’Huffington Post premierà la Clinton. Eppure, spiegò all’indomani del referendum britannico Anthony Wells, numero uno degli statistici di YouGov, il margine di errore delle interviste telefoniche non si era affatto rivelato inferiore a quello delle indagini su Internet.

L’INCOGNITA DEGLI INDECISI E IL VOTO DI PROTESTA

Secondo Wells, inoltre, i ‘Leave’ hanno vinto perché  sono riusciti ad attrarre numerosi cittadini che, fino a pochi giorni prima del voto, non sapevano nemmeno se si sarebbero recati o meno alle urne. In sostanza, afferma Wells, gli indecisi, quando scelgono, finiscono per optare per il voto di protesta, il che potrebbe favorire Trump il 9 dicembre, e i sondaggisti hanno sbagliato sulla ‘Brexit’, anche perché non sono riusciti a calcolare quale sarebbe stata l’affluenza reale.
Le analogie tra l’esito del referendum sulla ‘Brexit’ e la possibilità di una vittoria del miliardario newyorchese si sono sprecate anche perché molti sostenitori del ‘Leave’ hanno parecchio in comune con parte del bacino elettorale di ‘The Donald’. Parecchi ‘Brexiteer’, come numerosi ‘Trumpisti’, provengono da quella classe media impoverita che, uscita sconfitta dalla globalizzazione, ha sviluppato un’avversione per l’attuale status quo politico ed economico. Non solo, gli elettori anti-establishment provengono spesso dalle file degli astensionisti di vecchia data, persone che non si recavano alle urne da anni e sono quindi uscite dai radar dei sondaggisti.

IL MARGINE DI ERRORE E L’INTERVALLO DI FIDUCIA

La statistica non é una scienza esatta. Il sondaggio di Rasmussen dello scorso luglio che aveva dato Trump in vantaggio di un punto sulla Clinton aveva, come di consueto, un margine di errore dichiarato del 3%, sia al di sotto che al di sopra della stima. Ovvero, rilevare un 43% di elettori a favore dell’imprenditore e un 42% per l’ex segretario di Stato, come era avvenuto in quel caso, significava che, secondo le stime dell’istituto, una percentuale di americani tra il 46% e il 40% aveva espresso l’intenzione di Votare Trump e una tra il 39% e il 45% una preferenza per la Clinton. Dietro la percentuale secca che fa titolo sui giornali, quindi, si nasconde una “forchetta” del 6%.
Tale “forchetta” ha a sua volta, secondo la scienza statistica, una possibilita’ del 5% di rivelarsi errata. E’ il cosiddetto “intervallo di fiducia”, traduzione dell’espressione inglese “confidence interval”. Senza addentrarci in spiegazioni troppo tecniche, va sottolineato che stimare un “livello di fiducia del 95%” non equivale, tecnicamente, a prevedere una probabilita’ del 95%. Il calcolo delle probabilita’ e’ un’altra branca matematica ancora.
“Per essere fiduciosi al 100% della propria stima, bisogna o intervistare tutti gli elettori o accontentarsi di un enorme margine di errore”, chiosa Andrew Bray, docente di Statistica presso il Reed College di Portland. A questo proposito va ricordato che il campione di mille persone utilizzato in media nei sondaggi e’ considerato piu’ o meno universalmente, spiega Business Insider, come abbastanza elevato da consentire una varietà sufficiente e abbastanza basso da essere gestibile e non generare troppe distorsioni (con un allargamento eccessivo del campione le possibilita’ di errore non diminuiscono ma aumentano).

L’ELETTORE ANTI-SISTEMA PUO’ MENTIRE AL SONDAGGISTA

Durante le rilevazioni molti elettori “anti-sistema” possono nascondere la loro vera preferenza, in quanto considerata socialmente poco accettabile. Anche questa sarebbe stata una ragione per la quale le indagini sottovalutarono cosi’ tanto i consensi a favore della Brexit. Ad affermare che negli Stati Uniti ci sia un grande “voto segreto” per Trump sono stati, nei mesi scorsi, sia Kellyanne Conway, tra i consiglieri del magnate, che Celinda Lake, statistica di fede Democratica che ha sottolineato come nelle rilevazioni anonime i consensi per Trump, in particolare tra i maschi bianchi, aumentino sensibilmente. Potrebbe però essere vero anche il contrario.
L’immobiliarista, intercettando il voto di protesta, ha generato una notevole mobilitazione tra i suoi sostenitori, un aspetto che lo rende accostabile, per certi versi, a Bernie Sanders, lo sfidante della Clinton alle primarie. La forte presenza mediatica di Trump potrebbe essere quindi non del tutto proporzionale ai suoi consensi reali.

I SONDAGGI INFLUENZANO LA REALTA’

In sociologia si parla di “effetto bandwagon” ed “effetto underdog“. Il primo caso si verifica quando, dopo un sondaggio, la maggior parte degli indecisi o degli astensionisti decide di votare per il candidato dato in vantaggio, ovvero ciò che in Italia definiamo “salire sul carro del vincitore”. Nel secondo caso, al contrario, chi aveva deciso di non recarsi alle urne corre in soccorso di chi veniva considerato perdente. In sostanza, se tutti i sondaggi hanno finora dato Trump perdente, cio’ potrebbe aver mobilitato ancora di più la sua base a recarsi alle urne e convincere gli indecisi a farlo. Al contrario, un elettore di fede democratica, che magari aveva votato Sanders alle primarie, potrebbe scegliere di restare a casa mercoledi’ prossimo, sicuro che la Clinton vincerà comunque ma evitando di “metterci la faccia” ed esprimersi in concreto a suo favore. (AGI)
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