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Da Ungheria a Brexit, i referendum-autogol

Roma – Il clamoroso ‘no’ all’accordo di pace con le Farc in Colombia, uscito a sorpresa dalle urne, e’ solo l’ultimo caso di una serie di referendum nel mondo ‘scoppiati in mano’ a chi li aveva proposti. La scelta di dare la parola agli elettori, infatti, era stata del presidente, Juan Manuel Santos, che politicamente aveva puntato tutto sull’intesa chiamata a porre fine a un conflitto durato 52 anni e costato la vita ad oltre 200mila persone. Santos dovra’ ora attenersi alla volonta’ popolare, tornando al tavolo coi ribelli e, al contempo, cercando un faticoso compromesso con le forze politiche, in particolare il fronte del no guidato dal leader della destra, Alvaro Uribe.

Mentre i colombiani andavano alle urne, gli ungheresi sancivano col loro voto – o meglio con il non voto – un altro risultato a sorpresa: il mancato quorum nel referendum voluto dal Viktor Orban contro il piano di Bruxelles per il ricollocamento dei migranti. Lo ‘schiaffo’ all’Ue, come era stato soprannominato dai media, non c’e’ stato: con il 43,9% dell’affluenza, la consultazione non ha ottenuto forza legale, malgrado il 98% dei ‘no’ nel merito. Il premier ha comunque fatto sapere che andra’ avanti e modifichera’ la Costituzione, anche se nelle cancellerie europee hanno tirato un sospiro di sollievo.

Il ‘re’ dei referendum con risultato choc e’ certamente stato quello del 23 giugno, data in cui il Regno Unito ha scelto di uscire dall’Unione Europea. La Brexit, peraltro non prevista dai sondaggi, ha scatenato un terremoto politico nazionale e internazionale, a partire dalle dimissioni di David Cameron. Pressato dal boom elettorale degli euroscettici di Nigel Farage, era stato infatti il premier conservatore a lanciare l’idea di una consultazione sulla permanenza nell’Ue: proposta letteralmente scoppiatagli in mano. Gli effetti della Brexit sono ancora in larga parte un’incognita e la spinosa fase di transizione e’ ora guidata dal successore di Cameron a Downing Street, la collega di partito Theresa May.

Poco meno di due anni prima, la Gran Bretagna aveva vissuto col fiato sospeso un’altra storica chiamata alle urne: quella del 18 settembre 2014 sull’indipendenza della Scozia. Allora lo Scottish National Party subi’ una cocente sconfitta poiche’ il 55,3% degli scozzesi’ salvo’ l’Union Jack, costringendo il leader Alex Salmond a lasciare. Il nuovo first minister scozzese Nicola Sturgeon ha accarezzato piu’ volte l’idea di un referendum bis e la Brexit ha ulteriormente complicato lo scenario, visto che il 62% degli scozzesi si e’ espresso per il ‘remain’ nell’Ue.

Unico caso recente di referendum promosso da un governo senza fare autogol e’ stato quello della Grecia: il 5 luglio 2015 il 61,31% della popolazione ha bocciato il piano di salvataggio della ‘troika’. La consultazione, la prima nel Paese ellenico dal 1974, era stata voluta dal premier Alexis Tsipras per sottrarsi ai diktat dell’Ue e del Fondo monetario. Il leader di Syriza, pero’, ha dovuto poi rinegoziare con i creditori un altro piano di aiuti con nuove riforme ‘lacrime e sangue’. (AGI) 

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