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Da Vallanzasca a Liboni, i fuggiaschi che hanno fatto tremare l'Italia

Pietro Cavallero, Renato ‘Renè’ Vallanzasca, Giuseppe Martini detto ‘Johnny lo zingarò, Luciano Liboni ‘il Lupò, Lyubisa Urbanovic ‘Manolò, rimasto irreperibile. Sono alcuni dei nomi illustri della storia di malavita italiana, protagonisti di gravi fatti di sangue e bersaglio di imponenti cacce all’uomo. Come quella che è stata scatenata sulle tracce del presunto Igor Vaclavic, sospettato di essere il killer di Budrio e di Portomaggiore. Cacce all’uomo che nel tempo hanno anche appassionato gli italiani, alimentato paginate di quotidiani – specie quelli a forte impronta di cronaca nera – e notiziari televisivi e radiofonici.

Pietro Cavallero: 500 Carabinieri per ‘Denti di Lupò 

Il più famoso, vuoi anche perché la storia ha avuto una trasposizione cinematografica con ‘Banditi a Milano’ diretto da Carlo Lizzani e interpretato da un magnifico Gian Maria Volonté, è stato Cavallero, soprannominato ‘Denti di Lupo’. Capo di una banda nata a Torino, nelle strade di Barriera Milano, composta da due operai, Adriano Rovoletto e Sante Notarnicola, e da un 17enne, Donato Lopez, colpiva in particolare le banche, seminando il terrore e non esitando a fare uso delle armi da fuoco per aprirsi la via della fuga. La prima vittima a Ciriè (Torino), il 16 gennaio 1967, le altre quattro a Milano, il 25 settembre dello stesso anno, durante la fuga in auto a 130 km orari dopo il colpo al Banco di Napoli in largo Zandonai. Il primo ad essere preso fu Rovoletto, che confessò e fece i nomi degli altri; quindi toccò al giovane Lopez, che poi proprio in virtù dell’età venne condannato ad una pena di 12 anni di carcere. Quindi, qualche giorno dopo, Cavallero e Notarnicola, presi in un vecchio casello ferroviario nell’Alessandrino: in 500 i carabinieri che avevano dato la caccia ai due. Per Cavallero, Notarnicola e Rovoletto la condanna fu quella dell’ergastolo, ma i tre uscirono dopo 28 anni di reclusione. Cavallero si ravvide, entro nel Sermig di Ernesto Olivero, fu autore anche di un libro, la cui presentazione fu scritta dal cardinal Martini.

Renato Vallanzasca, il bandito sciupafemmine

In ordine di tempo ecco quindi Renato Vallanzasca, il bandito della Comasina, venti anni di sfida alle forze dell’ordine. Il 6 febbraio 1977 uccide due poliziotti al casello autostradale di Dalmine, lui viene ferito nel conflitto a fuoco e quindi catturato qualche giorno dopo in un appartamento di Roma. Dieci anni dopo evade dall’oblò della nave che lo trasferiva da Genova al supercarcere dell’Asinara. La caccia all’uomo vede impegnati centinaia di poliziotti e carabinieri, fino a quando – l’8 agosto 1987 – il ‘bel Rene’, come le cronache lo indicavano per il fascino che aveva sulle donne, viene intercettato a un posto di blocco nel Goriziano.

La sanguinosa fuga di ‘Johnny lo zingarò

È ancora Roma la protagonista di un’altra imponente caccia all’uomo, con l’impiego di 700 agenti e carabinieri: è quella a Giuseppe Mastini, detto ‘Johnny lo zingaro’, rapinatore, già condannato a 15 anni perché – minorenne – aveva ucciso un tranviere nella capitale. Nel febbraio 1987 approfitta di un permesso di uscita dal carcere e si dà alla latitanza, inanellando una serie di rapine a mano armata. Durante uno di questi colpi viene ucciso a Sacrofano il console italiano in Belgio, Paolo Buratti. Il 23 marzo di quell’anno viene fermato da una pattuglia di polizia in zona Tuscolana, con lui c’è una studentessa ventenne. Johnny spara ed uccide l’agente Michele Giraldi, spara ad un altro agente ma senza colpirlo, rapina un’auto e sequestra una ragazza. Scatta la grande caccia. Il bandito tenta di sfuggire all’accerchiamento rubando diverse automobili, alla fine si rende conto che non ce l’avrebbe fatta, lascia andare la ragazza sequestrata e si arrende: sono trascorse solo poche ore dall’inizio della caccia.

L’imprendibile ‘Manolò

Pochi anni ed ecco nel 1990 polizia e carabinieri impegnati nello stringere il cerchio attorno a Lyubisa Urbanovic ‘Manolo’, ritenuto l’autore di un massacro: quattro persone, componenti di una stessa famiglia, uccise a Pontevico (Brescia) nel corso di una rapina fallita. Poi è accusato di aver ucciso due fratelli a Somma Lombardo (Varese), ancora per rapina, e quindi l’omicidio di un sacerdote in provincia di Asti. La firma è quella di una Smith and Wesson rubata a una guardia giurata. Lo chiamavano ‘bandito dagli occhi di ghiaccio’ e di lui si persero le tracce in Italia. Ricompare in Serbia alla fine della guerra nella ex Jugoslavia, è condannato a 15 anni. Poi più nulla, forse è morto ma non c’è certezza. 

Luciano Liboni, il Lupo di Montefalco

Infine Luciano Liboni, “il Lupo” di Montefalco, ucciso al Circo Massimo di Roma dopo una lunga caccia. Era un ladro, poi divenuto rapinatore che fa il salto nel febbraio 2002 quando ruba un’auto a Todi e spara – ferendolo – contro un benzinaio amico del proprietario della vettura che lo insegue. Inizia una latitanza trascorsa compiendo rapine a banche e uffici postali per procurarsi il denaro necessario per restare alla macchia. A marzo forza un posto di blocco della Guardia di finanza a Civitavecchia, sparando contro i militari, e raggiunge Roma, dove a luglio spara a un carabiniere che l’ha fermato e lo sta identificando.

Liboni lascia il territorio italiano e finisce in Repubblica Ceca, dove viene arrestato per possesso di documenti falsi, ma esce dal carcere prima che la pratica di estradizione arrivi a compimento. Nel luglio 2004 viene ricoverato nell’ospedale di San Piero in Bagno (Romagna) per una frattura al setto nasale e una ferita alla mano, fornisce un nome falso e parla di incidente di moto. Capisce che è rischioso restare ricoverato e si fa dimettere, quindi raggiunge la località di Pereto di Sant’Agata Feltria (Rimini). In un bar un carabiniere – l’appuntato scelto Alessandro Giorgioni – insospettito da quelle ferite gli chiede i documenti, Liboni riesce a farlo uscire dicendo che li ha in auto e gli spara a freddo, uccidendolo. Inizia la grande fuga verso l’Umbria e quindi il Lazio. Viene intercettato alla stazione Termini ma si apre la strada della fuga a colpi di pistola, infilandosi anche nel tunnel della metropolitana, percorrendone un tratto a piedi e riuscendo a sfuggire alla cattura.

Trascorre giorni nella capitale, nascondendosi tra i barboni in strada, dormendo con loro e senza mai dare nell’occhio. Poi la mattina del 31 luglio viene notato lungo via del Teatro Marcello, lui risale verso il Circo Massimo, una pattuglia di carabinieri motociclisti lo intercetta e gli intima l’alt. Liboni non cede, prende in ostaggio una donna francese che era vicino a un banco ambulante da frutta e le punta la pistola alla tempia. Ma c’è il momento in cui ‘il Lupo’ si distrae e allora uno dei militari fa fuoco e lo centra alla testa. Il bandito prova ancora a reagire, viene addirittura ammanettato alla barella (e su questa modalità si scatenarono proteste e critiche), muore durante il trasferimento all’ospedale San Giovanni. La figura di Liboni venne esaltata da molti, soprattutto dagli ultrà di calcio, sempre ostili alla polizia, tanto che ci fu chi sui muri di Roma scrisse frasi inneggianti al bandito, al ‘Lupo’ Liboni, individuandolo come una sorta di capro espiatorio di tensioni sociali ed anche figura sfidava il potere.

Caccia ancora aperta a ‘Igor il russò

Ora c’è il presunto ‘Igor il russo’, la cui vera arma a disposizione forse non è – o non è solo – la micidiale pistola che ha sottratto a una guardia giurata il 29 marzo a Consandalo, ma il fatto che non avrebbe con sé un telefono portatile, impedendo così agli investigatori ogni possibile individuazione e aggancio di una cella telefonica che porti forse a un complice, a qualcuno disposto a dargli riparo. Immaginare che in tempi di altissimo concentrato di tecnologia, di dotazione di sofisticate apparecchiature capaci di cogliere un puntino luminoso anche a due km di distanza o avvertire le emissioni di calore emesse da un corpo non si riesca ancora localizzare un uomo braccato nelle campagne e nelle paludi tra il Bolognese e il Ferrarese sembra impossibile, eppure al momento è così. Nonostante ad essere impegnati siano in un migliaio di persone, tra carabinieri e poliziotti, anche dei reparti speciali, oltre all’impiego di unità cinofile ed anche di elicotteri. Affidandosi anche all’importante base di Poggio Renatico (Ferrara), quella – per intenderci – che è sede del COA-Comando operazioni aeree e del Deployable Air Command and Control Centre-DACCC della Nato. Questa base gestisce e controlla lo spazio aereo, facendo sì – come già avvenuto e si riproporrà in altre occasioni ed eventi internazionali – che non si creino pericolosi incroci tra voli privati, tipo ultraleggeri, e voli delle forze dell’ordine. La caccia all’omicida di Budrio e Portomaggiore finirà, è scontato che sia così. è il come finirà che, invece, non si sa.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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