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Dai ristoranti alle start-up, come cambia la comunità cinese in Italia

Giovani, bilingue, innovatori e globe-trotter: sono i cinesi di seconda generazione. Perfettamente inseriti nel sistema economico e sociale italiano, colti e flessibili, creano imprese innovative e sono corteggiati dai gruppi cinesi che hanno acquisito le nostre aziende, dove fungono da mediatori culturali. A Milano sono più evoluti, a Roma prevale il vecchio modello “tutto a mille lire”. Ma in ogni caso il futuro dell’integrazione della quarta comunità straniera in Italia passa attraverso di loro.

Dalla festa di piazza del Popolo alle botteghe dell’Esquilino

A dirlo è l’Ambasciata cinese di Roma, che ha riempito piazza del Popolo per festeggiare l’arrivo del nuovo anno del Gallo, con spettacoli di acrobazia e arti marziali. In piazza, tanti cinesi e moltissimi italiani hanno assistito alla danza del drago e alla tradizione pittura degli occhi del leone. “Il crescente interesse per la cultura cinese è il riflesso dello sviluppo economico della Cina, oggi seconda economia mondiale”, ha detto ad AgiChina il capo ufficio stampa dell’Ambasciata cinese in Italia, Zhang Aishan. Le celebrazioni capitoline sono state notate anche dal South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, che domenica apriva l’articolo sui festeggiamenti del capodanno nel mondo proprio con la foto del palco romano.  “Facciamo il possibile per migliorare la condizione dei quartieri dove risiedono la maggior parte dei componenti della vostra comunità, al pari di quanto facciamo nel resto della società”, ha dichiarato la sindaca Virginia Raggi, presente all’evento insieme all’Ambasciatore Li Ruiyu. “E’ proprio di questi giorni lo stanziamento di nuovi fondi per la riqualificazione del rione Esquilino“.

A Milano sono quasi il doppio che a Roma

Con 271 mila residenti, quella cinese è la quarta comunità straniera in Italia. Secondo dati Istat, i cinesi si concentrano nelle province di Milano (35.746), Firenze (20.906), Roma (19.973) e Prato (18.893).  Le seconde generazioni, aperte e flessibili, si integrano più facilmente rispetto alle vecchie, tradizionalmente chiuse e legate al Paese d’origine: “Sono sempre più frequenti casi di professionisti che hanno fornito consulenze nella fase di pre-acquisizione di società italiane da parte di gruppi cinesi”, ha spiegato ad AgiChina Marco Wong, presidente onorario di Associna, l’associazione che si occupa delle seconde generazioni.


Dove sono i cinesi in Italia

  • Milano: 35.746
  • Firenze: 20.906
  • Roma: 19.973
  • Prato: 18.893

Molti hanno trovato lavoro nella filiale milanese di Icbc, la banca cinese più grande per capitalizzazione di borsa. Del resto gli investimenti cinesi sono sempre più presenti nel panorama globale e in Europa. Pechino ha investito in Europa una cifra quattro volte superiore a quella investita dall’Europa in Cina: 5,1 miliardi di euro. L’Italia è al terzo posto tra le destinazioni degli investitori cinesi nel vecchio continente, a quota 12,8 miliardi di euro. Oltre all’Inter e al Milan, in trattativa, i cinesi sono entrati in Pirelli, Gimatic, Cerruti, Krizia, acquisendo inoltre fette di capitale in Unicredit, Mps, Intesa, Generali, Mediobanca, Enel, Eni, e Cdp Reti.  


Dove investono i cinesi

  • Banche

    • Unicredit
    • Mps
    • Intesa
    • Mediobanca
  • Energia
    • Eni
    • Enel
  • Moda
    • Cerruti
    • Krizia
  • Altro
    • Pirelli
    • Gimatic
    • Cdp Reti

Là dove c’era Coin ora c’è Hao Mai

Importazione, manifatturiero e ristorazione: sono i settori dove maggiormente si registrano le attività degli imprenditori cinesi. Ma all’interno della comunità molte cose stanno cambiando. “Ogni città rappresenta una realtà diversa: a Milano, per esempio, stanno nascendo locali di tendenza frequentati sia da cinesi sia da italiani”, ha sottolineato Wong. “Qui nascono le attività imprenditoriali più evolute, come la catena di magazzini Hao Mai, che ha aperto il principale punto vendita a piazzale Loreto, dove sorgeva prima la Coin”.  Gli imprenditori di Milano, legati alla fornitura di servizi e più radicati sul territorio, “prendono l’impronta del contesto, sono innovativi e anticipano tendenze”.

Anche a Prato sta nascendo una nuova generazione di imprenditori: è proprio di questi giorni la notizia di un supermercato aperto a Chinatown da tre imprenditori under 35: il personale è al 50% italiano, vendono prodotti tipici a chilometro zero. A Roma invece sono ancora diffusi quelli che Wong definisce “negozi mille lire”, dove si vendono svariati prodotti importati dalla Cina e venduti a basso costo.

Nelle casse del fisco arrivano 220 milioni di euro

Alle ricorrenti accuse di evasione fiscale, Associna risponde con i dati dell’Agenzia delle Entrate, secondo cui nel 2015 92mila contribuenti cinesi hanno versato quasi 250 milioni di euro di Irpef.  “Assistiamo a un grosso fenomeno di ricambio, soprattutto tra le nuove generazioni. La crisi economica ha spinto qualcuno ad andarsene”. Soprattutto a Roma, dove il business si concentra su attività di importazione, abbigliamento e ristorazione: “Chi ha uno showroom in piazza Vittorio, e qui non trova più sbocchi appetibili, punta gli occhi su mercati meno saturi come America latina o in Africa”.

Questi movimenti sono determinati anche da una serie di considerazioni familiari: “I figli delle famiglie che qui hanno fatto soldi hanno studiato nelle scuole internazionali; terminati gli studi è plausibile che vogliano fare carriera all’estero. C’è poi chi è venuto per un breve periodo, per guadagnare o fare esperienza, e torna in Cina una volta raggiunto l’obiettivo, magari anche perché è avanti con l’età”.

Quasi mille ragazzi romani studiano cinese

Una comunità evoluta, dunque, sempre più inserita nel sistema economico e sociale italiano, fatta di professionisti che trovano lavoro nelle aziende acquisite dai gruppi cinesi, seppur pronti a partire all’estero per una carriera internazionale. Ma oltre alle seconde generazioni, un ruolo da intermediari spetta anche agli studenti italiani di lingua cinese, in numero crescente nei licei. Oggi sono 150 le classi in cui si insegna il cinese. Solo al Convitto Vittorio Emanuele II, dove è attivo da 8 anni il liceo scientifico internazionale con opzione lingua cinese, tra scuola primaria, media e superiore ci sono già 850 alunni che la studiano.  

“Lo studio della lingua promossa dalle Aule Confucio è un efficace strumento di soft power”, ha sottolineato Zhang Aishan. Il governo cinese mette a disposizione ogni anno borse di studi per i nostri studenti. Inoltre, ha aggiunto Zhang, “grazie al programma Turandot/Marco Poco promosso da Unitalia, è aumentato il numero di studenti cinesi negli atenei italiani, oggi a quota 20mila”. Gli scambi culturali promossi dai governi dei due paesi sono sempre più densi: a luglio scorso è nato a Pechino il forum culturale Italia-Cina promosso dal ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dall’omologo cinese.

I cinesi si sentono sempre più parte del territorio 

La morte di Zhang Yao, la studentessa derubata e travolta da un treno nei pressi della stazione di Tor Sapienza di Roma lo scorso 5 dicembre mentre inseguiva i suoi scippatori, non ha avuto ripercussioni sui rapporti con il governo italiano; ha irritato la comunità cinese, ma per l’ Ambasciata si è tratta di un “gravissimo caso isolato” che riguarda la sicurezza di tutti i cittadini. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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