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Dainotti, cronaca di un'esecuzione prevista

Omicidio eccellente a Palermo: ucciso da un commando Giuseppe Dainotti, 67enne boss palermitano ed esponente di spicco di Cosa nostra e fedelissimo del capomafia Salvatore Cancemi. Come si legge su La Sicilia, due killer lo hanno affancato mentre era in bicicletta e gli hanno sparato alla testa in via D’Ossuna nel quartiere Zisa. Una vera e propria esecuzione contro colui che sarebbe stato già da anni indicato con un obiettivo. Venti di guerra di mafia alla vigilia del 25esimo anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio del ’92. 

Chi era il boss Giuseppe Dainotti  

Era stato condannato all’ergastolo ed era tornato libero nel 2014 dopo circa 25 anni di carcere. Come ricorda il Corriere della Sera, Dainotti venne condannato all’ergastolo per un omicidio commesso nel 1983 ma era stato scarcerato tre anni fa in virtù dei benefici di una norma approvata nel 2000 per cui l’imputato certo della condanna più dura poteva scegliere il rito abbreviato e quindi scontare solo 30 anni.

VIDEO – le immagini di via D’Ossuna dopo l’omicidio del boss (Giornale di Sicilia)

Dainotti era a capo del mandamento di Porta Nuova: andò la prima volta sotto processo per una rapina miliardaria al Monte dei Pegni nel 1991 e, in seguito, fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile.

L’allarme del questore di Palermo

Come scrive il sito di RaiNews, dieci giorni fa il questore di Palermo Renato Cortese aveva lanciato l’allarme: “Ci sono state alcune scarcerazioni che ci preoccupano perché la mafia è un’organizzazione che oggi va alla ricerca di leadership. C’è sempre il timore che trovando una testa pensante in grado di concentrare le varie anime, Cosa nostra possa ritornare a essere pericolosa come prima”. Il questore, che era intervenuto al seminario “Raccontare Cosa nostra al tempo delle stragi”, aveva avvertito che “è reale la possibilità che possa tornare potente come prima. Per questo monitoriamo in questi mesi ogni singolo movimento, ogni segnale, ogni scarcerazione, perché le organizzazioni sono molto ben radicate sul territorio”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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