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Dal ministero arrivano le linee guida per l'uso del cellulare in classe, prima del voto 

A un mese dalle elezioni la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli si avvicina a compiere gli ultimi passi del suo mandato. Nell’ambito dell’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale – il documento di indirizzo per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale – dopo che sono state rese note le linee guida per l’utilizzo dello smartphone in classe, manca la circolare attuativa che le rende operative.

“Per la circolare – ha detto la ministra all’AGI – bisognerà aspettare la fine della consultazione che aprirò nei prossimi giorni. Spero si possa fare in tempi rapidi ma approfonditi, perché si tratta di una fase molto seria”. Fedeli ha deciso, infatti, di cancellare il divieto di portare i telefonini in aula, imposto 10 anni fa dall’allora ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni. Secondo la ministra si tratta di “uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa. Se guidato da un insegnante preparato, e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo – ha tenuto a precisare Fedeli – non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico”.

Resta del lavoro da fare anche per sviluppare la connessione in banda larga nelle scuole. La fibra arriva oggi a poco più di un istituto su 10 anche se il Miur puntualizza che la cosa “non dipende solo dal ministero dell’Istruzione ma anche da quello dello Sviluppo Economico”. Nel corso della legislatura sono stati approvati una serie di decreti attuativi della legge 107, ribattezzata da Matteo Renzi “La Buona Scuola”, entrata in vigore il 16 luglio del 2015, ma il percorso non potrà essere completato prima del 4 marzo, per cui toccherà al nuovo governo finire il lavoro iniziato.

La Buona Scuola aveva promesso riforme ambiziose, tra le quali

  • l’autonomia scolastica;
  • la chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi;
  • un piano straordinario di assunzioni;
  • risorse stabili per la formazione e la valorizzazione dei docenti;
  • investimenti ad hoc per i laboratori e per il digitale;
  • l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti.

Grazie ai tre miliardi in più a regime sul capitolo istruzione ci sono state 87.000 assunzioni solo nel 2015 (a fronte di una media di 24.000 all’anno), però ne erano state messe in conto 150.000, numero poi ridotto a 100.000. Fedeli, parlando del suo successore, ha sottolineato che, “per quanto riguarda il mondo dell’istruzione, il governo che nascerà in seguito alle elezioni politiche di marzo dovrà innanzitutto attuare le deleghe che abbiamo fatto con la legge 107. Penso all’istruzione da 0 a 6 anni, alla qualità della formazione professionale e alla qualità e alla forma del nuovo reclutamento dei docenti. Oltre a questo, secondo me, dovrà investire tantissimo nelle competenze e nella professionalità dei docenti, definendole anche meglio. Poi, contrastare sempre di più la dispersione scolastica con una innovazione di contenuto e didattica. Infine, andare avanti con gli investimenti nell’edilizia scolastica, ma anche in quella universitaria, per allargare le possibilità di ingresso all’università e recuperare il gap che il nostro Paese ha rispetto ad altri partner europei per quanto riguarda il numero di laureati”.

In materia di edilizia scolastica non si parte dall’anno zero, perché in questa legislatura il tema è stato al centro dell’attenzione. Per la prima volta l’Italia si è dotata a maggio 2015 di una programmazione nazionale triennale. Quattro miliardi di euro sono stati spesi a metà settembre 2017 per mettere in sicurezza le scuole, migliorarle e adeguarle alle normative. Quasi 12mila gli interventi fatti, per un totale di poco più di 7.100 scuole interessate (su un totale di 42.000 edifici). Tra le questioni che non saranno risolte prima del 4 marzo, quella degli insegnanti diplomati magistrali.

Dopo la sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 21 dicembre, che non considera più il diploma magistrale come titolo sufficiente per entrare nelle Graduatorie ad esaurimento (Gae, canale di accesso al ruolo parallelo a quello dei concorsi ordinari), molti di loro rischiano un blocco della carriera. Il Miur è in attesa del parere dell’Avvocatura di Stato che arriverà molto probabilmente soltanto dopo le elezioni. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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