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Dal pianto antico di Carducci alla risata di Fo, Italia sei volte da Nobel

Roma – Quasi come una morte magistralmente messa in scena sul palcoscenico, Dario Fo se ne è andato nel giorno dell’assegnazione del Nobel per la Letteratura, quello stesso premio che l’artista lombardo aveva riportato per la sesta volta in Italia, nel 1997, 12 anni dopo quello di Eugenio Montale. Con la motivazione che Fo “dileggia il potere seguendo la tradizione dei giullari medioevali e restituendo la dignità agli oppressi”, l’Accademia di Stoccolma aveva premiato per la seconda volta il teatro italiano, dopo Luigi Pirandello nel 1934.

I sei Nobel per la Letteratura in 115 anni collocano l’Italia al sesto posto dopo Francia – sul podio con 15 titoli – Gran Bretagna e Stati Uniti, che si dividono il secondo gradino con 10 onorificenze; seguono Germania e Svezia con otto.

Il primo letterato italiano a essere insignito dall’Accademia svedese fu il poeta e scrittore toscano Giosuè Carducci nel 1906, “un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”. L’autore di “Pianto Antico“, già ammalato, non si recò a Stoccolma, limitandosi a ricevere in casa l’ambasciatore di Svezia in Italia. Morì l’anno seguente a Bologna.

 

Venti anni dopo fu la volta di Grazia Deledda. L’autrice di “Canne al Vento” venne premiata “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

 

Nel 1934 fu la volta di Luigi Pirandello. Dal “Giuoco delle Parti” a “Cosi’ è (se vi pare)“, il teatro dell’umorismo e del grottesco convinse la giuria di Stoccolma “per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e teatrale”.

 

 

Nel 1959 il Nobel per la Letteratura ritornò nel Bel Paese con il poeta dell’ermetismo Salvatore Quasimodo e la “sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.

 

 

Il 1975 fu l’anno di Eugenio Montale. Per la Commissione, il poeta e scrittore italiano, autore di “Ossi di Seppia” brilla per una “poetica distinta che, con grande sensibilita’ artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”. (AGI)

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