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Dal sindaco ai pompieri, che ne è stato delle icone dell'11 settembre

Primo dramma mondiale ad accadere in diretta tv, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 sono penetrati a fondo nella coscienza collettiva e il loro ricordo è legato ad alcune immagini divenute simbolo di una tragedia. Dall’impressionante esplosione degli aerei contro le Torri Gemelle, alla immensa nube di polveri causate dal loro crollo, nella retina e nella memoria di tutti si sono cristallizzati momenti che, quindici anni dopo, fanno parte della storia.

Storia che fu fatta da uomini, più o meno celebri, che di quei giorni drammatici divennero il simbolo. Immagini che ancora oggi ricordano al mondo cosa accadde anche senza che ci sia una didascalia ad accompagnarle. Ma cosa ne è stato, quindici anni dopo, di quei personaggi?

Rudoplh Giuliani

Nell’estate del 2001 la carriera politica di Rudy Giuliani era considerata al tramonto. In due mandati da sindaco di New York era riuscito sì a dare un giro di vite sulla criminalità, ma anche a finire sotto il fuoco delle critiche per aver limitato le libertà civili nel suo zelo per ripulire le strade della città. Tutto cambiò grazie alla sua capacità di mantenere il controllo della situazione durante e in seguito agli attacchi.  La sua figura di leader nazionale ne uscì rafforzata, tanto da essere scelto da Time come persona dell’anno per il 2001. Diede ai newyorkesi un senso di fiducia nel fatto che le agenzie governative, sia locali che nazionali, vigilavano. E instillò un senso di orgoglio. Oggi, a 72 anni, divide il suo tempo tra lo studio legale Bracewell & Giulianie la società di consulenza sulal gestione della sicurezza Giuliani Partners di cui è presidente e amministratore delegato. Accantonata l’idea di opporsi a Obama nelle presidenziali del 2012, ad aprile ha dichiarato il suo endorsement a Donald Trump nel cui gabinetto potrebbe entrare in caso di vittoria del candidato repubblicano

Ed Fine

La foto di un uomo di mezza età, con il vestito blu coperto di polvere fino a diventare grigio, un fazzoletto a coprire la bocca e la ventiquattr’ore stretta in pugno, divenne il simbolo dello stupor della metropoli di fronte al disastro. Allora dipendente della Intercapital Planning Corp., Ed Fine aspettava l’ascensore al 78mo piano della Torre Nord quando il volo 11 dell’Amertcan Airlines colpì l’edificio. Pensando a una bomba, si precipitò in strada scendendo per le scale di emergenza. Era appena uscito in strada quando, alle 10,05, la Torre Sud crollò, sollevando una nuvola di polvere che sommerse ogni cosa. Stan Honda, fotografo dell’Afp, colse lo scatto e Fine finì persino sulla copertina di Fortune. Oggi vive a Watchung, nel New Jersey e si gode i nipotini. Ha conservato il vestito e la valigetta, così come le scarpe e il pass per il World Trade Center. Occasionalmente va a prendere una birra con Honda, che dopo averlo fotografato lo fermò e gli chiese come si chiamasse, senza che Fine riuscisse a capire perché quell’uomo,  di fronte all’Apocalisse, fosse tanto interessato al suo nome

Howard Lutnick

Lutnick deve la sua vita al primo giorno di asilo di suo figlio. Era amministratore delegato della Cantor Fitzgerald quando due terzi dei dipendenti della società furono uccisi nel crollo della Torre Nord. Tra il 101mo e il 105mo piano dell’edificio lavoravano 658 dei 960 dipendenti di New York. Morirono tutti, incluso il fratello di Lutnik e tutti gli uomini chiave della società.  Dopo aver deciso di mantenere in vita l’azienda, Lutnick assunse un impegno in diretta tv: prendersi cura delle famiglie dei dipendenti morti. Eppure il 15 settembre, appena quattro giorni dopo gli attacchi, bloccò gli stipendi a tutti quelli che erano morti, gettando le famiglie nello sconforto e nell’indignazione. “Avevo bisogno di far capire alle banche che avevo il controllo”, si giustificò, “Che non ero un sentimentale e che non ero meno motivato a tenere in piedi la mia attività”. Quattro giorni dopo, però, annunciò un piano di compensazione che avrebbe condiviso il 25 per cento dei profitti con le famiglie per i cinque anni successivi, oltre ad altri 10 anni di assicurazione sanitaria. Lutnick mantenne le sue promesse: Cantor Fitzgerald ha riacquistato redditività e attraverso il Fondo Relief Cantor Fitzgerald, distribuì più di 180 milioni dei suoi guadagni alle famiglie. Molti figli dei dipendenti uccisi quel giorno lavorano ora per la società dei genitori.  

Andrew Card 

Fu da lui che George W. Bush seppe che il mondo stava finendo. Da capo di gabinetto della Casa Bianca, durante la visita di Bush alla scuola elementare Emma E. Booker Elementary di Sarasota, in Florida, Andrew Card si chinò all’orecchio del presidente per sussurrargli che New York era sotto attacco. Tuttavia Card ricorda come suo giorno più memorabile alla Casa Bianca non  l’11, ma il 14 Settembre del 2001 quando accompagnò il presidente a Ground Zero. Nel marzo 2006, dopo sei anni di lavoro duro e difficile (erano iniziate da tempo le guerre in Afghanistan e in Iraq) , Card lasciò l’incarico. Dopo aver servito sotto tre presidenti (Reagan e i due Bush) nel 2014 è stato eletto rettore della università Franklyn Pierce, incarico che ha lasciato quest’anno.

I tre pompieri

E’ forse la fotografia  più iconica scattata a Ground Zero: tre vigili del fuoco di New York – Daniel McWilliams, George Johnson e William “Billy” Eisengrein – stanno in mezzo alle rovine delle Torri Gemelle nel tardo pomeriggio dell’11 settembre a  issare una bandiera americana. Un’immagine quasi speculare a quella dei marines che issano la bandiera su Iwo Jima durante l’offensiva nel Pacifico che avrebbe portato alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Williams aveva visto la bandiera su una barca ormeggiata sul fiume Hudson e l’aveva strappata via. Sul suo cammino verso Ground Zero venne raggiunto da Johnson, della sua stessa compagnia, e da Eisengrein, un amico d’infanzia.

I tre videro un pennone, vi si arrampicarono per issarvi la bandiera. Erano le cinque del pomeriggio dell’11 settembre. Sei mesi dopo gli attacchi, nel marzo 2002, McWilliams, Johnson, Eisengrein e furono ricevuti dal presidente Bush nello Studio Ovale: l’immagine era stata scelta come uno annullo postale per raccogliere fondi per le famiglie dei soccorritori uccisi o resi invalidi in seguito agli attacchi.  Furono raccolti circa 10 milioni di dollari. Dieci giorni dopo essere stata issata, la bandiera fu portata allo Yankee Stadium dove fu firmata dall’allora governatore George Pataki, il sindaco Giuliani e altri alti funzionari. Fu poi portata sulla portaerei Theodore Roosevelt, da cui partirono i primi attacchi contro al Qaeda in Afghanistan. Dopo di che, sparì: con ogni probabilità rubata. Mc Williams e Johnson lavorano ancora per i vigili del fuoco di New York, mentre Eisengrein è in pensione. Tutti e tre non vogliono avere niente a che fare con i giornalisti.

Bob Beckwith

Era un ex vigile del fuoco di New York, stava aiutando a Ground Zero quando il presidente Bush venne in visita il 14 settembre 2001. Beckwith si assicurò che la carcassa di un camion dei pompieri bruciato fosse abbastanza stabile e aiutò il presidente a salirvi. Quando il presidente affrontò il pubblico, chiese a Beckwith di restare con lui. Oggi vive a Long Island ed è un volontario  volontari alla Burn Center Foundation dei vigili del fuoco. Il casco che indossava nella foto è in mostra al 9/11 Memorial and Museum. (AGI)

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