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Dalla Cina a Berlino, il muro di Trump bocciato dalla storia

di Nicola Graziani

Barriere in cemento, palizzate di legno, filo spinato e torrette di avvistamento per tenere lontani i barbari che bussano alle porte, magari spinti dal sogno di ottenere una cittadinanza, sia essa romana o americana. Il muro tra Messico ed Usa, che ora Donald Trump promette di estendere per sei stati americani e tre messicani, non è né il più lungo, né il più imponente nel suo genere. E’ il primo dell’emisfero occidentale, ma questo è il suo unico record. Per il resto l’idea è antica più o meno quanto l’uomo, e molto di rado ha funzionato.

Prototipo del muro difensivo è la Grande Muraglia Cinese. Talmente imponente, nei suoi 8.851 chilometri, da aver alimentato la leggenda per cui la si vedrebbe persino dallo spazio. Non è vero, ma e’ vero che l’opera è ciclopica. La volle nel 215 avanti Cristo, l’epoca in cui Annibale scorazzava per l’Italia, l’imperatore Qin Shi Huang. Era un noto megalomane: è suo anche l’esercito di terracotta. Lo scopo era quello di impedire le scorrerie delle popolazioni mongole che, calando dal nord, mettevano a repentaglio l’esistenza del neonato impero cinese. Ancora adesso si erge per monti e vallate, con pendenze da brivido e gradini irregolari che, spesso gelati d’inverno, costituiscono una vera e propria sfida al turista moderno come lo era per il soldato di vedetta nei secoli passati

 

Grande il ricorso alla costruzione delle muraglie difensive anche da parte dei Romani, soprattutto in quell’estrema provincia occidentale, selvaggia e sconosciuta, che era la Britannia. Il primo a concepire uno sbarramento contro le razzie delle tribù dei briganti celtici fu Adriano. Il suo Vallo, lungo 117 chilometri, andava da Wallsend (che mantiene nel suo nome l’antica destinazione d’uso) al Solway Firth. A sud la civiltà, a nord la barbarie, ma non bastò, se è vero che poche decine di anni dopo (siamo nel II secolo dopo Cristo) Antonino Pio costruiva un secondo Vallo, poco più a settentrione. L’idea era ispirata a quella che gli strateghi chiamano “difesa avanzata”, vale a dire: più avanti spingi la frontiera, più lontano tieni i seccatori. I lavori del Vallo Antonino partono nel 142 e vengono conclusi nell’arco di due anni.

 

Sigillando 63 chilometri di Scozia si spera di poter gestire i Caledoni, ma non è così. Vent’anni dopo i Romani si ritirano di nuovo a sud, dietro la linea tracciata da Adriano. Che sopravvive ancora adesso, in forma di autostrada: la A69, che segue il percorso della sua antenata disegnata per assicurare, al di qua del vallo, il trasporto rapido della legione di confine. Nonostante l’insuccesso in Britannia, l’idea del confine rafforzato resta nella mente degli imperatori, trovando la sua massima espressione nel Limes Costantiniano, l’infinita fortificazione lungo il confine nord dell’Impero voluta dal vincitore di Ponte Milvio.

Costantino, cresciuto all’ombra del Vallo di Adriano (suo padre era Cesare di Diocleziano con sede in Britannia), riunisce con un’enorme sistema di palizzate e fortini la linea difensiva di terrapieni e fossati ricavata nei secoli lungo il corso del Reno, e la unisce a quella del Danubio. Ne esce un’unica barriera che sfiora i duemila chilometri. Del tutto inutile: il Limes è completato entro il 335 dopo Cristo, nel 376 i Goti sfondano ad Adrianopoli. Però tanta parte dei confini, anche mentali e culturali dell’Europa sono tracciati una volta per tutte: basti leggere Danubio” di Claudio Magris. E’ la storia di un viaggio che corre lungo quel percorso.

Anche il Novecento è un secolo zeppo di muri, concentrati per lo più nel cuore dell’Europa. La sola Germania ne conosce due. Il più lungo la taglia a metà, andando dal Baltico all’allora Cecoslovacchia, per oltre mille chilometri. Concretamente è fatto di una rete metallica di due metri e mezzo, coronata dal filo spinato e costeggiata da una “terra di nessuno” dove si aggirano, pronti all’attacco, cani opportunamente ammaestrati. Il secondo è la più grande opera in calcestruzzo dell’umanità: il Muro di Berlino, pensato per soffocare la sezione non comunista della città. Il 9 novembre 1989 venne giù tutto, ed ora non lontano dalla metropolitana quel poco che ne resta porta dipinto il ricordo degl altri muri del secolo scorso, dalla Corea del Nord all’Irlanda del Nord. Vicino alla Porta di Brandeburgo, fino alla fine della Guerra Fredda, una mano sconosciuta aveva scritto con una bomboletta sul cemento una citazione. Dal Libro di Giosuè, sulla caduta di Gerico: “Dal popolo si levò un alto grido, il muro cadde e il popolo restò in città”. Profetico.

La caduta del Muro di Berlino

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