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Dalla fecondazione in vitro al matrimonio gay

Diritti e Rovesci

I progressi della medicina modificano il concetto stesso di “natura”, sul quale si basano i veti incrociati su procreazione assistita e famiglia non tradizionale.


mercoledì 29 gennaio 2014 17:52


Il cast della sit-com statunitense Modern family

Nell’ultimo numero di Bioetica ( n.2-3, settembre 2013), trimestrale della laica Consulta di Bioetica (da non confondere con il Comitato Nazionale di Bioetica, organismo governativo a prevalente partecipazione cattolica), il direttore Maurizio Mori ha scritto un editoriale in cui ricorda la figura di Bob Edwards, lo scienziato scomparso nella primavera dello scorso anno e che, assieme all’ostetrico Patrick Steptoe, sviluppò la biotecnologia della fecondazione in vitro con successivo trasferimento in utero dell’embrione che consentì la nascita, il 25 luglio del 1978, di Louise Brown, il primo essere umano nato con la fecondazione assistita. Dopo Louise, felicemente vivente e a sua volta mamma, molti altri bambini sono nati con la stessa tecnica da coppie altrimenti sterili.

Ma la procreazione in vitro, come Mori efficacemente sottolinea, non è riservata esclusivamente a quegli uomini e a quelle donne che hanno problemi di fertilità e, tuttavia, vogliono esaudire un legittimo desiderio di paternità e di maternità. La nuova tecnica procreativa infrange per sempre un modello di famiglia fondato esclusivamente sulla “natura” e le sue presunte leggi morali oltre che biologiche, per rendere possibili, invece, nuove forme di famiglia che si affiancano a quella tradizionale e in cui la procreazione si separa dall’esercizio della sessualità, ma non da quello dell’affettività, che può assumere perfino un carattere di maggiore intensità, poiché nasce dalla piena consapevolezza dell’atto che si compie, delle sue conseguenze e delle sue responsabilità. Si comprendono, così, il rifiuto e la condanna con cui venne accolta, in ambiente cattolico ma non soltanto, la nascita di Louise: quella creatura, che era anch’essa la conseguenza di un atto d’amore, venne considerata da molti teologi e uomini di cultura come il frutto avvelenato e perverso di una violazione, da parte della scienza, della presunta sacralità della natura e delle sue leggi.

Dal loro punto di vista, quei conservatori non avevano torto: essi sentivano, più o meno oscuramente, che un’epoca si stava chiudendo e una nuova morale, legata alla concretezza dell’esperienza e alla conoscenza dei processi naturali e della possibilità di modificarli mediante le nuove tecnologie, stava nascendo e si sarebbe ogni giorno di più affermata, nonostante le molteplici e accanite opposizioni. Lo stesso Edwards dovette attendere ben 32 anni per ottenere il riconoscimento di un meritatissimo premio Nobel per la medicina che gli venne conferito soltanto nel 2010. In Italia poi, ancora nel 2004, venne approvata una legge sulla procreazione assistita, la famigerata legge n.40, che la rendeva sostanzialmente impraticabile e che è tuttora in vigore nonostante sia stata quasi integralmente demolita da diverse sentenze della Corte costituzionale.

Giustamente Mori osserva che la nuova tecnica vede di anno in anno crescere il numero delle persone che ad essa fanno ricorso e c’è allora da chiedersi se, col tempo, essa «diventerà qualcosa di analogo all’elettricità, che in pochi decenni ha sostituito le lampade ad olio e le candele, o l’automobile che ha rimpiazzato il cavallo. Può darsi che in un futuro non troppo lontano la riproduzione naturale sarà pratica di nicchia e residuale, proprio come oggi lo è la cena a lume di candela o un viaggio in carrozza o in calesse».

In questo cambiamento che non ha nulla di innaturale, perché niente c’è di più naturale dell’intelligenza umana e della sua capacità di risolvere problemi altrimenti irrisolvibili, l’Italia giungerà, molto probabilmente, buona ultima. Nel nostro paese, quando si discute di matrimonio fra persone dello stesso sesso, si tira fuori, inevitabilmente, il vecchio argomento della “naturale” e insuperabile sterilità di una coppia omosessuale. Ma questa sterilità può facilmente essere vinta, quando si ha della famiglia una concezione non legata alla semplice anatomia dei due coniugi. E’ curioso notare come i difensori ufficiali della centralità dell’amore nella formazione della famiglia, lo riducano poi alla sua dimensione più elementare, quella anatomico-fisiologica.

Intanto, mentre da noi si cerca faticosamente di riuscire finalmente a far approvare dal Parlamento una legge sulle unioni civili che garantisca almeno alcuni diritti alle coppie omosessuali, negli Stati Uniti – ci ricorda Maurizio Mori – la Corte Suprema il 26 giugno 2013 ha dichiarato incostituzionale parte del DOMA, il Defense Of Marriage Act ossia la legge federale approvata nel 1996 che impediva il riconoscimento automatico del matrimonio omosessuale celebrato in Stati in cui era permesso in altri in cui è vietato. In Italia, perfino parlare di unioni civili è pericoloso, perché Alfano (hai detto un Prospero!) non vuole e si rischia così di far cadere il governo Letta che sta facendo così bene nella soluzione dei problemi economici e non ha tempo da perdere con la fisima capricciosa dei diritti civili.

Ma intanto, mentre nel pollaio di casa nostra continuano le risse fra capponi travestiti da galli (chiedo scusa per un paragone che può sembrare, ma non è, biecamente maschilista), nel vasto mondo la grande rivoluzione biomedica degli ultimi decenni cambia inesorabilmente i nostri parametri morali e ci costringe a rifiutare tanti vecchi luoghi comuni. La politica italiana procede a passo di lumaca, ma la medicina e l’antropologia corrono.

Paolo Bonetti, Fondazione Critica Liberale

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