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Dalle carceri italiane evadono sempre più detenuti

Ismail Kammoun era considerato un detenuto modello. Nel penitenziario di Volterra, dove doveva scontare l’ergastolo per reati di mafia, era riuscito persino a completare gli studi – riporta La Nazione –  ricevendo un riconoscimento dalla provincia di Pisa. La buona condotta gli aveva garantito un permesso premio di dieci giorni, dal quale non è più tornato. Kammoun si aggiunge così alla sempre più lunga lista di evasi dalle carceri italiane, un fenomeno che, ha spiegato all’Agi Donato Capece, segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe, nel 2017 appare in crescita rispetto allo scorso anno, pur ancora in assenza di dati parziali. E la ragioni sono la cronica carenza di personale delle forze dell’ordine e l’altrettanto cronico sovraffollamento delle carceri italiane.

Cinque evasioni in trenta giorni dal “carcere modello”

Nel primo semestre di quest’anno il caso che ha più richiamato l’attenzione dei media è quello di Johnny lo Zingaro, uno dei superlatitanti più celebri del dopoguerra, non ripresentatosi nella prigione di Fossano lo scorso 30 giugno dopo aver beneficiato di un permesso di lavoro esterno. La stessa dinamica della sua fuga del 1987. Ancora più eclatante è però la vicenda del “carcere modello” di Bollate, nel milanese, che quest’anno ha registrato cinque evasioni in trenta giorni, l’ultima delle quali avvenuta lo scorso 10 aprile. Anche in questo caso il detenuto, un cittadino indiano, non era tornato dopo aver ricevuto un permesso di lavoro esterno. Non mancano le evasioni tout-court, come quella dei tre romeni (due dei quali poi ricatturati) che il 20 febbraio scapparono dal penitenziario di Sollicciano, vicino Firenze, calandosi dal muro di cinta con il tradizionale lenzuolo. Muro di cinta che non era sorvegliato perché dichiarato pericolante. Episodi così “cinematografici” restano però la minoranza. La maggior parte degli evasi approfittano, come Kammoun e Johnny lo Zingaro, di un permesso premio o da un lavoro all’esterno. Lo dicono i dati del 2016.

Nel corso dello scorso anno, fa sapere il Sappe, si sono verificate:

  • 6 evasioni da istituti penitenziari
  • 34 evasioni da permessi premio
  • 23 evasioni da lavoro all’esterno
  • 14 evasioni da semilibertà
  • 37 mancati rientri di internati

“Non si può tagliare sulla sicurezza”

Si tratta di “dati minimi rispetto ai beneficiari”, sottolinea il sindacato. “Casi che non vanno a inficiare l’istituto del permesso”, spiega Capece, “servirebbe piuttosto un potenziamento dell’impiego di personale di Polizia Penitenziaria nell’ambito dell’area penale esterna”. Occorre quindi più personale per garantire i controlli sull’esecuzione delle misure alternative alla detenzione, controlli complicati inoltre “dal sovraffollamento degli istituti” che aumenta la platea di beneficiari sotto la responsabilità di un’unica struttura penitenziaria. “La sicurezza dei cittadini non può essere oggetto di tagli e non può essere messa in condizione di difficoltà perché non si assumono agenti”, prosegue Capece, che mercoledì prossimo affronterà il tema con il ministro degli Interni, Marco Minniti. Che, prevedibilmente, gli risponderà che, oltre alle mille assunzioni previste per quest’anno, l’anno prossimo si terrà un concorso per ulteriori mille effettivi. Ma questi numeri non bastano a soddisfare il turnover, avverte Capece, perché il personale in uscita, tra chi va in pensione e chi assume un incarico civile, si attesta sui 1.300 agenti all’anno. Sempre meno poliziotti per sorvegliare sempre più carcerati. E a volte i fattori che favoriscono una fuga sono ancora più banali. Lo scorso 17 marzo un detenuto del carcere di Alessandria, addetto alle pulizie dell’area esterna, è riuscito a scappare grazie a un guasto al sistema di videosorveglianza.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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