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Dario Fo e la politica, dall'estrema sinistra a M5S

di Ivana Pisciotta @ivanapisciotta7

Roma – Arte e impegno politico: Dario Fo sapeva coniugare le sue grandi passioni e, per far questo, non ha mai risparmiato energie. Né temuto alcuna critica. Per ultima, il suo essersi apertamente schierato per il Movimento 5 Stelle fin dai suoi primissimi esordi.

Lui, uomo di sinistra, militante per una vita, si dichiarava apertamente fan dei grillini e questo attirò non pochi mal di pancia. “In loro – raccontava – ho rivisto un po’ i tempi in cui facevo il teatro alle Case del Popolo, e il Pci per certe cose era bellissimo. I grillini sono figli e nipoti di quella gente lì, non sono tanti ma i migliori sulla piazza”. Amore ricambiato perché Beppe Grillo e Gianroberto Calasleggio lo consultavano di continuo, fino a candidarlo anche per la presidenza della Repubblica al posto di Giorgio Napolitano. Proposta cui lui replicò così, negandosi con eleganza: “Fare questo lavoro è duro e sarebbe disastroso per i miei interessi fondamentali cui tengo molto: tenere lezioni ai ragazzi, incontrarmi coi giovani, avere rapporti creativi, scrivere, tenere conferenze“.

Fo comunque si sentiva soprattutto uomo di sinistra, da quando si esibiva con la moglie Franca nelle università occupate, da quando avevano fondato i loro collettivi teatrali e fornivano assistenza ai militanti delle frange della sinistra extraparlamentare nelle carceri, oppure da quando si esibivano nei centri sociali. Il suo impegno si tradusse dal punto di vista letterario nella stesura di uno dei suoi più grandi capolavori, “Morte accidentale di un anarchico” dove racconta della morte del ferroviere Pinelli ma anche in “Guerra di popolo in Cile”, un tributo al governo di Allende nel quale allude però, e nemmeno troppo velatamente, alla situazione politico-sociale italiana.

In realtà, pur essendo impegnato, Fo non ha mai ceduto alla tentazione di scendere nell’agone politico (come invece sua moglie Franca che fu eletta senatrice nell’Italia dei Valori): si racconta che alla base di questo netto rifiuto, fu il duro colpo – emotivamente parlando – inflittogli dalla polemica che scoppiò negli anni Settanta alla notizia che aveva aderito alla Repubblica di Salò.

Lui non ne fece mistero, ma questo episodio scandalizzò il mondo intellettuale (tra le più accanite accuse, quella di Oriana Fallaci): in realtà lui si arruolò giovanissimo volontario, dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43 nelle file dell’esercito fascista, prima nel ruolo di addetto alla contraerea a Varese e poi come paracadutista nelle file del “Battaglione azzurro” di Tradate. Il motivo? Nessuna dietrologia, continuava a ripetere, “io repubblichino? Non l’ho mai negato. Sono nato nel ’26, nel ’43 avevo 17 anni. Fin a quando ho potuto, ho fatto il renitente. Poi è arrivato il bando di morte. O mi presentavo o fuggivo in Svizzera”.

Una scelta di comodo, insomma, e non di ‘affezione’ ad alcuna ideologia. Ma la cosa fece scatenare non pochi mal di pancia e, anzi, la polemica si trascinò per alcuni decenni. Lui prese comunque le distanze dalla scena, attiva s’intende: “Sarò un sentimentale, ma ci vuole il pelo sullo stomaco per fare i politici”. (AGI) 

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