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Ddl Cirinnà, una breccia civile

di Maria Mantello –

Finalmente il Parlamento ha varato la legge sulle unioni civili: 372 voti a favore, 51 contrari, 99 astenuti. Finalmente le oltre 90.000 coppie di fatto, sia eterosessuali che omosessuali, sono ufficialmente riconosciute dallo Stato.
Ci sono voluti trent’anni di lotte e dibattiti per arrivare ad una legge del genere, che certo ha lasciato l’amarezza dello stralcio dell’adozione del figlio/a del partner biologico (quella che i tribunali dei minori già riconoscono). Ma una legge sulle unioni civili adesso c’è.

La Breccia è stata aperta e altre conquiste sulla strada di una compiuta parità delle famiglie omosessuali arriveranno.
La legge c’è, e la sua conquista di civiltà più importante è proprio il pubblico riconoscimento della normalità di essere gay, di essere coppia gay, di essere famiglia gay.

L’11 maggio scorso, quindi, con la sua approvazione, ha vinto la libertà, la giustizia, la democrazia, perché è stato rimesso al centro il principio laico del diritto all’autodeterminazione individuale e sociale di ciascun cittadino.
Ha vinto l’appartenenza nella cittadinanza democratica, che vincola la Repubblica – come prevede l’art. 3 della nostra Costituzione – a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo di ogni individuo e la sua effettiva partecipazione sociale.

E in questo la legge avrà un valore educativo di emancipazione dalle gabbie reazionarie sulla strada della garanzia di quei diritti umani inviolabili che la Repubblica è chiamata a garantire dall’art.2 della Costituzione.

Quanti ancora oggi, allora, pretendono di avere l’appalto della definizione di cosa sia la vera famiglia, dove “naturale” sarebbe solo l’unione tra un uomo e una donna, non sono solo fuori dalla Storia, ma anche dalla Costituzione, di cui forse non hanno ben afferrato la lungimiranza dell’articolo 29.

Vale appena ricordare che i padri costituenti introducendo in questo articolo la formula: «famiglia come società naturale», con quel “naturale”  hanno voluto segnare la discontinuità con lo stato etico fascista, contro cui la Repubblica democratica ridava centralità alle scelte e alle libertà individuali,  svincolando anche la famiglia da supposte e sacralizzate idee di famiglia.

A questo proposito è interessante andare a rileggere quanto ad esempio affermava il 5 novembre del 1946 il cattolicissimo Aldo Moro nei lavori della sottocommissione dell’assemblea costituente: «Quando si dice che la famiglia è una società naturale, non ci si deve riferire immediatamente al vincolo sacramentale: si vuole riconoscere che la famiglia nelle sue fasi iniziali è una società naturale. Pur essendo molto caro ai democristiani il concetto del vincolo sacramentale nella famiglia, questo non impedisce di raffigurare anche una famiglia, comunque costituita, come una società che, presentando determinati caratteri di stabilità e di funzionalità umana, possa inserirsi nella vita sociale».

Prestino attenzione all’apertura di queste parole gli attuali neocrociati. Le unioni civili sono una realtà, e la legge appena varata non ha fatto altro che riconoscere la pluralità di famiglie già costituite.

Lo Stato ne aveva preso atto da tempo, se non altro per i problemi di registrazione anagrafica, sostituendo le obsolete norme del 1958 con il D.P.R. 223 / 1989, che all’art. 4 precisa: «agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso Comune». Notare la dicitura «vincoli affettivi», che è stata alla base di tutte le istanze di riconoscimento giuridico delle famiglie omosessuali.

Gli italiani sono molto più laicizzati e secolarizzati di quanto si vorrebbe far credere. E sanno bene che il pericolo non sono certo le famiglie omosessuali e i loro figli, ma i neocrociati che sognano il ritorno allo stato etico!

(13 maggio 2016)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/ddl-cirinna-una-breccia-civile/

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