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“Delitto e perdono. La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana”: intervista ad Adriano Prosperi

Adriano Prosperi è professore emerito di storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive per il quotidiano La Repubblica e per il settimanale Left. Ha pubblicato numerosi libri: tra di essi segnaliamo il Manuale di storia moderna e contemporanea (insieme a Paolo Viola) e soprattutto Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari. Il suo ultimo volume è Delitto e perdono. La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana. XIV-XVIII secolo, pubblicato come i precedenti per Einaudi.

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Redazione: Il testo ricorda che nell’antichità “l’eliminazione del corpo del condannato era il passaggio fondamentale che si ritrova normalmente nei riti”, e nella legislazione ecclesiastica “si indicavano tutte le categorie che non avevano diritto a non essere sepolte nel luogo santo dei cristiani […] gli ebrei, i pagani, gli eretici, gli spregiatori dei sacramenti, i suicidi, i neonati morti senza battesimo. […] il fatto singolare è che di queste categorie non facevano parte coloro che morivano sul patibolo”. Purché si pentissero. Secondo Roberto Bellarmino, “per morire bene bisogna aver vissuto bene”. Quanto era diffusa la convinzione, a livello popolare e non solo, del convincimento che bastasse pentirsi all’ultimo per ottenere la salvezza eterna?

Prosperi: Non bastava pentirsi. Occorreva confessarsi e ottenere l’assoluzione del sacerdote. Questo fu l’insegnamento dell’autorità ecclesiastica e questa fu la base per ottenere dai condannati nella maggior parte dei casi il comportamento remissivo e pentito.

Lei ha scritto che “l’oggetto di questo libro è la storia della cristianizzazione dell’esecuzione capitale realizzatasi nel corso del lungo Medioevo europeo”. Non è stato un percorso semplice: a suo dire, “al potere politico premeva l’esercizio di sorvegliare e punire per ragioni analoghe a quelle che avevano spinto il papato a elaborare la complessa organizzazione dei suoi tribunali: si trattava di mantenere la disciplina dei condannati e di punire i crimini e le ribellioni”. Crimini che, peraltro, le gerarchie ecclesiastiche cercavano di far coincidere con i peccati. Come ha potuto aver luogo tale cristianizzazione, peraltro in una cornice di accentuata e dualistica contrapposizione tra corpo e anima, vita terrena e futura vita spirituale?

Il fondamento di tutto questo risiedeva nella dottrina dell’anima immortale, per la quale il corpo era una prigione temporanea. Proprio la contrapposizione fra vita terrena breve e dolorosa e vita sempiterna felice nel regno dei cieli era l’argomento per convincere i condannati ad accettare la sentenza come l’occasione per guadagnarsi il paradiso. Quanto ai mezzi di persuasione, è indiscutibile l’efficacia di casi e di modelli come quello di santa Caterina da Siena che disse a Niccolò di Toldo: “giuso alle nozze, fratello mio dolce, ché testé sarai alla vita durabile!” Ma la forza degli argomenti dei confortatori non dipendeva solo dalla loro personale convinzione che questa fosse la verità. Poteva fare riferimento a convinzioni largamente diffuse dall’educazione impartita dal contesto.

Il libro ricorda che “Il linguaggio dei simboli lo disse in modo esplicito: la croce finì con l’assumere una funzione centrale nei luoghi della violenza statale, dalle insegne di guerra ai patiboli”. Lo stesso Hitler evitò di eliminare il crocifisso dal muro dei luoghi di esecuzione, e ancora oggi il crocifisso è presente pressoché in ogni tribunale. Quali sono le ragioni di un simile radicamento?

Ragioni di convenienza politica: per ottenere il consenso delle masse il potere politico ha sempre trovato utile appoggiarsi alla religione: e questo è il meccanismo che opera anche quando il potente di turno si chiama Hitler e ha col cristianesimo come religione un rapporto di profonda avversione.

Lei descrive, a riguardo degli ultimi secoli, un “contesto dominato da ripetitività delle mansioni e dei rituali”, anche se all’inizio i programmi erano più ambiziosi, e in questo influirono le esercitazioni di casuistica e la burocratizzazione promossa dai gesuiti. Le esecuzioni capitali restarono tuttavia un “teatro della devozione”, con “una funzione pedagogica: ammaestrare il popolo”. Un po’ come accade oggi nel programma televisivo cinese in cui si intervistano e insultano i condannati a morte. Eppure, Montaigne fu sorpreso dalla semplicità del rituale italiano, privo della violenza riscontrabile altrove. Dovette però giustificare davanti all’Inquisizione le sue affermazioni. Quali circostanze erano “sfuggite” al grande pensatore francese?

Montaigne, come molti viaggiatori stranieri in Italia, fondò le sue osservazioni su di una scena che vide casualmente e seguì solo in parte e sulla convinzione che gli italiani fossero meno severi dei francesi, come aveva scritto anche Gerson. Di fatto anche il bandito che vide trasportato al patibolo venne torturato lungo il percorso. Ma Montaigne colse una differenza specifica del rito delle città italiane rispetto a quello in uso in Francia: quello del carattere “religioso”, compunto e severo, del percorso verso la morte con l’accompagnamento di quella processione di incappucciati salmodianti. Il bandito Catena aveva ammazzato decine e decine di persone, ma quello che lui vide era un devoto peccatore convertito immerso nelle preghiere.

Un’attenzione particolare è rivolta alle confraternite che confortavano i defunti, “una storia italiana”. Molto italiana è pure la loro progressiva trasformazione in centri di potere, con “lo spostamento del livello sociale verso i piani alti della società”. Ancora oggi la criminalità organizzata vuole controllare le processioni religiose, vedendo in esse un’occasione per riaffermare la propria influenza. Per quale ragioni le gerarchie ecclesiastiche hanno sempre promosso, o comunque canalizzato, la devozione popolare in strutture così permeabili a influenze esterne?

Promuovere la devozione popolare è da sempre la ragion d’essere di una religione che si prefigge una missione salvifica universale come il cristianesimo. Ma nella storia dell’Italia l’assenza dello Stato o la sua debolezza hanno lasciato le redini del governo della società in altre mani e si sono formate classi dirigenti e centri di potere locale che si sono appoggiati a una Chiesa che intanto si era strutturata in forma piramidale con al vertice una gerarchia ricca e potente, rifugio di membri delle famiglie dominanti. Nel rapporto con le classi popolari questa tradizione ha creato quella speciale abitudine del potere di presentarsi come un “servizio”, che caratterizza l’Italia cattolica anche ai nostri tempi. E non è un caso che qui sia durata fino ai tempi presenti la tradizione che voleva che i nobili e i personaggi più influenti scegliessero per sé funzioni ruoli di sostegno della Chiesa e figurassero come i più devoti nei riti religiosi.

A suo avviso esiste una sorta di continuità — sia pur sotto mutate specie — tra lo spirito che informa la “conforteria”(con tutte le sue implicazioni di reciproco supporto tra autorità religiosa e autorità laica) e l’assistenza religiosa ai malati e nelle caserme i cui oneri sono in Italia a carico dello Stato, nonostante esso sia per definizione “laico”?

Credo che la continuità sia un dato di fatto indiscutibile. Quanto allo Stato italiano, nella sua Costituzione non figura la definizione “laico”, ma figura l’art. 7. La laicità è una caratteristica storica e costituzionale della Francia.

La storia si chiude alle soglie della Rivoluzione francese. La diffusione dei Lumi operò un cambio di paradigma: nascita dei cimiteri urbani, fine dell’Inquisizione, abolizione della pena di morte e delle stesse confraternite a opera di sovrani riformatori. Ha collocato Cesare Beccaria “quasi al limite estremo e conclusivo dell’età della pena crudele”, la cui opera si basa comunque anche su argomentazioni cristiane. E ricorda il caso di Pietro Verri che, “preoccupato per un possibile venir meno della paura dell’altro mondo in mezzo al popolo, aveva mostrato quanto profonde fossero le resistenze all’abbandono dell’ancoraggio religioso dell’assetto sociale”. Sono argomentazioni che ascoltiamo ancora oggi. Quanto realmente profondo è stato quel cambio di paradigma, se c’è stato?

Come avrete notato, la storia ricostruita nel mio libro non si chiude col ‘700 illuminista. La vicenda stessa dell’abolizione della pena di morte si trascinò a lungo non solo in Italia. E nella realtà degli Stati Uniti d’America dove ancora in questi giorni c’è stato un assassinio legale particolarmente orribile, la pena capitale continua ad avere un fondamento religioso nel fondamentalismo biblico della loro tradizione cristiana. Che può trovarsi in conflitto con l’altra tradizione cristiana, quella cattolica e italiana, come suggerisce la vicenda della dichiarazione di Obama in occasione dell’uccisione di bin Laden citata all’inizio del libro che fu accolta con forte disagio dal Vaticano.

Articolo originale http://www.uaar.it/news/2014/01/25/delitto-perdono-pena-morte-orizzonte-mentale-europa-cristiana-intervista-prosperi/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=delitto-perdono-pena-morte-orizzonte-mentale-europa-cristiana-intervista-prosperi

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