TwitterFacebookGoogle+

Dentro l’eterno gioco dei contrasti

Articolo di Francesca Bonazzoli (Corriere 31.1.14)

“”Esattamente cento anni fa, Heinrich Wölfflin, studioso svizzero di cultura tedesca, stendeva un testo imprescindibile della critica d’arte: Concetti fondamentali della storia dell’arte . Divenne la Bibbia della teoria della «visibilità pura», cioè basata sul concetto kantiano di «a priori» costitutivo della mente umana, stabilendo delle leggi su cui fondare la validità delle forme artistiche e la loro valutazione liberando la critica dall’empiria. Naturalmente il sistema inventato da Wölfflin, proprio per il suo rigore logico, fu tacciato di rigidezza e cassato dalla scuola di pensiero che vedeva invece nelle opere d’arte un’espressione del mondo, dei sentimenti e delle usanze di un periodo storico. Dopo cento anni di dibattito, quel lavoro che suona schematico quant’altri mai a un’epoca della «relatività pura» come la nostra, ha lasciato comunque in eredità concetti ed espressioni entrati addirittura nel linguaggio comune. Con quella griglia di coppie di concetti antitetici (lineare-pittorico; superficie-profondità; forma chiusa-forma aperta; molteplicità-unità; chiarezza assoluta-chiarezza relativa) oggi possiamo giocare liberamente garantendoci comunque una rete di protezione logica che non ci faccia cadere nell’arbitrio del Carnevale.
E allora, visto che sono proprio i curatori della mostra a suggerire l’accostamento Botticelli/Liberty, proviamo a giocare con una delle categorie a priori di Wölfflin, quella di forma chiusa-forma aperta o, come la chiameremo in questo divertissement, «forma rigida-forma fluida», andando a ricercare la costante di questa antinomia lungo i secoli.Possiamo cominciare addirittura dall’antichità, dalla differenza di forma del capitello dorico, che si racchiude in se stessa, e quella del capitello corinzio che con la superficie aggettante delle foglie di acanto tende a superare se stessa per apparire illimitata.
E se poi, sempre seguendo l’antinomia forma rigida-forma fluida, ripartiamo dal padre della nostra pittura, Giotto, mettendolo a confronto con Simone Martini, possiamo di nuovo notare il «duello» fra due scuole, quella fiorentina e quella senese. La «Madonna di Ognissanti» di Giotto ci appare solidamente impostata sull’asse verticale e orizzontale in un perfetto equilibrio fra le due metà del dipinto. Nell’«Annunciazione» degli Uffizi, invece, Simone tende ad alterare la solidità ortogonale tipica fiorentina con la linea curva del manto dell’angelo e del corpo della Vergine indugiando in «svolazzi» di eleganza.
Come trattenere, a questo punto, la tentazione di contrapporre anche Piero della Francesca a Botticelli come i campioni quattrocenteschi rispettivamente della linea chiusa e della linea aperta? Il primo teorico massimo dell’equilibrio stabile della geometria e della divina proporzione; il secondo trascinato nelle spirali dell’equilibrio instabile dei falò savonaroliani delle vanità. Da una parte angoli, coni, parallelepipedi anche per costruire paesaggi e figure; dall’altra diagonali che tendono verso la fragilità e l’accidentalità della grazia. Da una parte la quiete, dall’altra la tensione.
E poiché il gioco è divertente, si può andare avanti col Seicento contrapponendo Georges de La Tour e Rubens. Siamo con entrambi in epoca barocca, ma per de La Tour la meraviglia si trova nella luce e nella teatralità della scena; per Rubens nella qualità fugace ed effimera di un’apparizione cui capita di assistere solo per un breve momento.
Nel Settecento potremmo ritrovare lo stesso dualismo nella visione scientifica di Canaletto, tutta racchiusa dentro le linee della camera ottica e, all’opposto, nei cieli sfrangiati e nei delicati trapassi tonali del Tiepolo, pronti a transitare da una forma all’altra, mossi da un alito di vento che rende l’equilibrio sempre fluttuante.
Così anche il Liberty si risolve nella medesima antitesi fra libertà e legge quando approda nel Deco: dopo gli eccessi della linea aperta, il Deco rappresenta l’aspirazione verso una regola e un ordine. Verso una conclusione.
Potremmo così dire che la forma ha sempre l’esigenza di tornare a un elemento solido e duraturo; al suo limite. È il movimento antitetico che si ripropone in tutte le epoche, come la ciclicità di classico e anticlassico per la quale ogni stile si scioglie infine nella sua negazione per ricominciare a comporre un nuovo movimento circolare.
La bellezza, invece, si posa indifferentemente nel limite o nell’illimitato.””

Fonte

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.