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Destra e Sinistra parole vuote?

Articolo di Tonino Perna (Manifesto 6.10.14)
L’editoriale di Norma Ran­geri  merita una rifles­sione a par­tire dalle “parole” che defi­ni­scono il campo poli­tico: la destra e la sini­stra nel nuovo secolo. Ran­geri parte dalla con­sta­ta­zione di una sini­stra da troppi anni ter­ri­bil­mente divisa, liti­giosa, auto­di­strut­tiva, e auspica la nascita di una «sini­stra dei diritti». Soprat­tutto, mette il dito sul «furto di parole» che con­tano come «libertà» e «cam­bia­mento», rubate da Ber­lu­sconi, la prima, da Renzi la seconda. Ne aggiun­ge­rei un’altra rubata dal Pd di Renzi, com­plice l’ex-Cavaliere: la sinistra. Ripar­ti­rei da qui: dal senso delle parole che nel campo della poli­tica, come lo defi­niva Bour­dieu, con­tano come pie­tre, almeno quanto in un cam­pio­nato di cal­cio con­tano i gol. Per que­sto vale lo sforzo di pro­vare a sto­ri­ciz­zare la meta­mor­fosi del lin­guag­gio e delle cate­go­rie poli­ti­che dell’ultimo trentennio.

C’era una volta una netta distin­zione tra i mili­tanti e gli elet­tori della destra e della sini­stra. I primi si pote­vano iden­ti­fi­care facil­mente con i con­ser­va­tori, i secondi con i pro­gres­si­sti. Essere con­ser­va­tori signi­fi­cava difen­dere lo sta­tus quo, l’ordine sociale e gerar­chico esi­stente, cre­dere in deter­mi­nati valori quali religione-patria-famiglia, e quindi bat­tersi per la con­ser­va­zione delle forme sociali, eco­no­mi­che e poli­ti­che ere­di­tate, a par­tire dalla sacra­lità della pro­prietà pri­vata. Essere pro­gres­si­sti signi­fi­cava volere il cam­bia­mento dell’ordine sociale, met­tere in discus­sione i pri­vi­legi, le forme alie­nanti della reli­gione, le super­sti­zioni e le forme arcai­che delle cul­ture locali, pro­muo­vere il pro­gresso e la moder­niz­za­zione della società, della cul­tura, delle istituzioni.

Una visione positivistica

Cambiamento-Progresso-Modernizzazione: que­ste sono state per più di un secolo le parole chiave delle forze poli­ti­che della Sini­stra. Costi­tui­vano i pila­stri di una visione posi­ti­vi­stica della sto­ria umana, che aveva iscritto nel suo codice gene­tico un lieto fine: la libe­ra­zione dello sfrut­ta­mento dell’uomo sull’uomo. L’umanità, gra­zie al pro­gresso tec­no­lo­gico, si sarebbe libe­rata dalla schia­vitù del lavoro legata al biso­gno, così come era avve­nuto per il lavoro dei servi e degli schiavi nelle società pre­mo­derne. Que­sto sce­na­rio, in cui si com­bi­na­vano e mar­cia­vano insieme le con­qui­ste di nuovi diritti per i lavo­ra­tori e per le fasce più deboli della società (wel­fare State), la cre­scita eco­no­mica ed il pro­gresso tec­no­lo­gico si è spez­zato, prima sul piano cul­tu­rale e poi poli­tico, alla fine degli anni ’70 del secolo scorso. Si è veri­fi­cata una “cata­strofe”, nell’accezione di René Thom, vale a dire una bifor­ca­zione tra forze che si intrec­cia­vano lungo una linea ascen­dente e che adesso pro­ce­dono per linee divergenti.

Un primo ele­mento forte di rot­tura, all’interno della sini­stra euro­pea, è nato con la que­stione delle cen­trali nucleari: per la sini­stra “sto­rica” rap­pre­sen­ta­vano una rispo­sta pro­gres­si­sta al fab­bi­so­gno di ener­gia per lo svi­luppo eco­no­mico; per la sini­stra “alter­na­tiva” – movi­menti paci­fi­sti, ambien­ta­li­sti, ecc. – le cen­trali nucleari erano solo il biso­gno dro­gato di un modello di svi­luppo ener­gi­voro e peri­co­loso che andava radi­cal­mente cam­biato. Quasi con­tem­po­ra­nea­mente nasceva, nell’area della sini­stra “alter­na­tiva”, una oppo­si­zione all’espansione dell’agricoltura indu­striale (fino alla con­te­sta­zione dei primi espe­ri­menti di Ogm), agli iper­mer­cati e alla cemen­ti­fi­ca­zione indi­scri­mi­nata, per finire con la con­te­sta­zione di alcune Grandi Opere che si anda­vano pro­get­tando. Nasceva un’idea di “locale” come oppo­si­zione ai pro­cessi di glo­ba­liz­za­zione capi­ta­li­stica, di tra­di­zioni e iden­tità da recu­pe­rare (una volta appan­nag­gio della destra sto­rica), di una alter­na­tiva alla stessa cate­go­ria dello “svi­luppo”, come fine dell’agire sociale. In breve: l’equazione progresso/tecnologia/modernizzazione/progresso dell’umanità, era saltata.

Nel corso degli anni ’90 e del primo decen­nio del nuovo secolo que­sta spac­ca­tura all’interno della sini­stra poli­tica è diven­tata sem­pre più pro­fonda, men­tre sul campo avverso nasceva una nuova destra neo­li­be­ri­sta che si appro­priava delle parole “cam­bia­mento”, “pro­gresso”, e per­sino “rivo­lu­zione” (nei con­fronti dello Stato buro­cra­tico e dei lacci e lac­ciuoli pro­dotti dai diritti dei lavo­ra­tori). Scioc­cata dalla ver­go­gnosa e rovi­nosa caduta dei paesi “socia­li­sti”, la sini­stra sto­rica ten­tava di inse­guire i pro­cessi di moder­niz­za­zione capi­ta­li­stica diven­tando più rea­li­sta del re. Le leggi di mer­cato e la cre­scita eco­no­mica, senza se e senza ma, erano diven­tate le nuove stelle polari, il ter­reno su cui sfi­dare la nuova destra.

Que­sti veloci cam­bia­menti nel lin­guag­gio come nelle cate­go­rie poli­ti­che, qui sin­te­ti­ca­mente rias­sunti, hanno por­tato alla for­ma­zione di un Pen­siero Unico da cui è dif­fi­cile uscirne. Allo stesso tempo, il modo di pro­du­zione capi­ta­li­stico si è pro­fon­da­mente tra­sfor­mato, sia attra­verso una tor­sione finan­zia­ria (il Finan­z­ca­pi­ta­li­smo, secondo la felice defi­ni­zione di Luciano Gal­lino), sia attra­verso l’adozione di tec­no­lo­gie sem­pre più inva­sive e distrut­tive rispetto all’ecosistema.

Se tutto que­sto è vero, allora è facile capire per­ché oggi, soprat­tutto tra le nuove gene­ra­zioni, destra e sini­stra sono parole vuote, o se volete con­te­ni­tori usa e getta. Par­lare di “nuovo sog­getto poli­tico della sini­stra” è un’espressione che parla solo agli addetti ai lavori o alla gene­ra­zione che ha vis­suto le lotte degli anni ’60 e ’70. Intanto, que­sta osses­sione del “nuovo”, come valore in sé, fa parte della stessa ideo­lo­gia del sistema in cui viviamo e in cui ogni giorno la pub­bli­cità ci mostra un nuovo pro­dotto. Così come “cam­bia­mento”, la parola più usata da Renzi (e una volta dalle forze della sini­stra) è una parola priva di senso. Il mondo cam­bia comun­que per­ché la vita è dive­nire di per sé. Biso­gne­rebbe eli­mi­narla dal voca­bo­la­rio poli­tico o spe­ci­fi­care quale cam­bia­mento si vuole produrre.

Ridotti a individui

Piut­to­sto ci sarebbe da doman­darsi come è pos­si­bile che un sistema economico-politico fal­li­men­tare, che crea povertà cre­scenti nell’era dell’abbondanza delle merci e delle tec­no­lo­gie, che crea insi­cu­rezza eco­no­mica e sociale nella mag­gio­ranza della popo­la­zione, non venga rove­sciato. Come pos­siamo ricreare un legame sociale e cul­tu­rale tra milioni di per­sone, ridotte a indi­vi­dui, che lot­tano o resi­stono solo rispetto a una spe­ci­fica situa­zione (con­di­zioni di pre­ca­rietà, licen­zia­menti, ecc.), ma sono inca­paci di met­tersi insieme, di essere soli­dali con chi vive nelle stesse condizioni.

Un esem­pio tra i tanti: la chiu­sura della Fiat di Ter­mini Ime­rese, con cin­que­mila fami­glie sul lastrico, non ha susci­tato la soli­da­rietà della società sici­liana, a par­tire dai circa otto­mila pre­cari (Lsu, Lpu) che ogni tanto scen­dono in piazza per i fatti loro. Le parole della That­cher , alla fine del secolo scorso, suo­nano come una fune­sta pro­fe­zia: «La società non esi­ste, esi­stono solo gli individui».

Gram­sci scri­veva dal car­cere che il Mez­zo­giorno appare come una «grande disgre­ga­zione sociale», oggi è tutta l’Italia a tro­varsi in que­sta con­di­zione. Per que­sto penso che non esi­sta una via di uscita solo pen­sando al “sog­getto poli­tico”, che poi dovrà con­fron­tarsi con un mer­cato elet­to­rale dove impera ormai un duo­po­lio, in Ita­lia come negli Usa, dove il con­trollo dei mass media è deter­mi­nante. Abbiamo invece urgente biso­gno di una grande tes­si­tura sociale e cul­tu­rale e di parole in grado di costruire la visione del futuro desi­de­ra­bile e cre­di­bile. A que­sto impe­gno siamo chia­mati in tanti, anche chi si è allon­ta­nato dalla politica.””

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