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“Di Maio sapeva tutto dei posti di lavoro a rischio”. Boeri non molla e contrattacca

Ma insomma, la “manina” esiste o no? Chi ha inserito nel Decreto Dignità la cifra dello scandalo, quella degli ottomila posti di lavoro a rischio all’anno: un oscuro sabotatore o un servitore dello Stato cui il dato è giunto per le vie più normali e ufficiali? La Stampa oggi rivela: nessun complotto, era tutto chiaro e accertabile. Tanto che Luigi Di Maio, ministro del Lavoro oltre che vicepresidente del Consiglio, “sapeva tutto da una settimana”.

Esisterebbero anche i documenti che comprovano come la svista sia del governo, sottolinea il giornale: email certificate, richieste avanzate e risposte fornite.

Tutto regolare, nessun trabocchetto

Nella ricostruzione del quotidiano torinese il 2 luglio l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro inoltra regolare domanda all’Inps, presieduto dal professor Tito Boeri, per sapere con la massima celerità quanti possano essere i lavoratori coinvolti dal decreto e dalle sue conseguenze sul mondo del lavoro. Il 6 luglio arriva la risposta, e tutto viene inoltrato alla Ragioneria Generale dello Stato per le procedure di rito. Altro che codicilli aggiunti all’ultimo.

Boeri gongola, e non se ne va

Gli strali del ministero del Lavoro e del suo titolare si sono abbattuti, in questi giorni, sul responsabile dell’Inps, che oggi in qualche modo si sente vendicato. Tanto da rilasciare una lunga intervista a La Repubblica, nel corso della quale avverte: qui sono e qui resto fino alla fine del mandato. Altro che dimissioni anticipate per compiacere all’esecutivo gialloverde.

“Dimissioni? E perché mai? Il mio incarico scade nel febbraio 2019. Fino ad allora io non mi muovo di qui. Ho un mandato, e lo porto a termine…” dice Boeri, “Accusarmi di fare politica è una colossale sciocchezza, chi mi conosce lo sa: ho sempre detto quello che penso, senza mai preoccuparmi di chi fosse a Palazzo Chigi…”.

Insomma, “io non devo decidere niente. Se mi vogliono cacciare prima, lo facciano. Se no, se ne riparla con l’anno nuovo. Certo, con l’aria che tira diciamo che non mi aspetto una riconferma…”.

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Fake news, fake interviews

Ma questa è anche una storia di testi interpolati e vocaboli spuri, come nemmeno in un codice medievale. Tutto nasce, infatti, da una presunta stima aggiunta, a detta degli accusatori, per scopi malevoli. Una fake news o poco più. Ma lo stesso Boeri, sulla base dei giornali di stamane, alimenta la polemica su quanto ha detto, non ha detto, avrebbe detto ed è stato scritto.

Mentre su Repubblica, infatti, esce la sua intervista, sul Corriere della Sera esce la sua precisazione: io non rilascio interviste.

Tutto nasce da un colloquio di cui il quotidiano milanese ha pubblicato il testo nel numero di ieri. Oggi il professore puntualizza: “Mi dispiace, ma in questo momento ho deciso di non rilasciare interviste”. Circostanza che “ovviamente non legittima la pubblicazione di fake interviews”.

Il Corriere della Sera risponde: “noi non pubblichiamo fake interviews”. E il giornalista conferma “quanto scritto, parola per parola”.

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Articolo originale Agi Agenzia Italia

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