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Dialogare o non dialogare (con Di Maio), questo è ancora dilemma

Continua il muro contro muro nel Partito Democratico sulla strada da prendere in vista del secondo giro di consultazioni al Quirinale. La linea ufficiale del partito rimane quella dell’opposizione, ma il segretario reggente Maurizio Martina chiede un di più di discussione senza cadere in insulti e polemiche. “Non possiamo seguire la strada indicata da Luigi Di Maio”, premette Martina, “la sua è una logica irricevibile”.

Poi aggiunge: “Seguiamo l’evoluzione dello scenario e continuiamo a confrontarci seguendo la linea che abbiamo costruito. Abbiamo il dovere di richiamare alla responsabilità chi è uscito vincitore dall’esito elettorale. Discutere e confrontarci senza per forza prenderci a stracci si può fare”. E il confronto, per Martina, deve partire dai contenuti. Il segretario propone un’agenda in quattro punti, dal lavoro ai migranti, passando per la lotta alla povertà e il risanamento dei conti pubblici.

“Dopo il giudizio severo del voto del 4 di marzo non siamo nelle condizioni di poter avanzare noi una proposta in ragione dell’esito elettorale. Abbiamo richiamato tutti a 4 grandi questioni prioritarie per il Paese: la questione sociale, in particolare occupazione e lavoro, per i ceti più deboli. Rafforzamento reddito inclusione contro la povertà. Costruiremo da subito iniziativa concreta per rafforzare questi strumenti. Risanamento conti pubblici e finanza pubblica. Non possiamo tornare indietro rispetto a sforzi fatti in questi anni”, ha aggiunto Martina che, al quarto punto pone l’immigrazione, “questione complessa sulla quale abbiamo ottenuto risultati, che va proseguito”.

A rompere gli indugi è però Dario Franceschini, ormai saldamente alla testa dell’ala ‘dialogante’. Per il ministro della Cultura non è più tempo di assistere passivamente, ma è ora di aprire una seconda fase. “Altro che rifiutare il confronto: le consultazioni sono state sospese perchè i partiti si parlino tra loro. Non è che ci compromettiamo se parliamo”, dice il ministro: “Perchè non ci infiliamo nelle loro contraddizioni? Perchè non diciamo ‘siamo pronti a dialogare con chi condivide questi quattro punti’ e vediamo come funziona? Non c’è solo la possibilità di andare al governo, si può graduare l’opposizione a secondo del numero dei punti condivisi. In politica c’è anche la riduzione del danno al Paese”.

Dunque, recepire i quattro punti indicati da Martina per farne un terreno di confronto con le altre forze politiche, aprendo in questo modo una seconda fase dell’azione del Pd: “Nessuno ha vinto per governare il paese. Io penso che non basti più assistere. La prima fase è stata giusta ma adesso dobbiamo prepararci alla seconda fase. Non sto proponendo il governo con i Cinque Stelle”, spiega Franceschini che poi si rivolge al capogruppo Pd in senato, il renzianissimo Andrea Marcucci: “Andrea, scrivere quel Tweet è stato un errore”. Il riferimento è al ‘cinguetti’ con cui Marcucci aveva confessato di attendere con ansia il giuramento di un governo Lega-M5s. Una ipotesi che, per Franceschini, il Partito Democratico deve contrastare con tutte le sue forze, “un governo che distorcerebbe il processo europeo e che porterebbe l’Italia più vicina all’Ungheria che alla Francia e alla Germania”, per Franceschini.

Al ministro fa eco il collega di governo, Andrea Orlando. Il Guardasigilli avverte che “in questo modo si ritorna dritti alle urne”, una ipotesi che nel Pd viene valutata con una certa preoccupazione. “Dobbiamo incalzare il M5s sulle ambiguità che sta tenendo”, continua Orlando sottolineando che “dire a Di Maio di rompere con Salvini” significa “incalzarlo sulle ambiguità del Movimento 5 Stelle”. Il muro renziano viene picchettato prima dal presidente dell’assemblea Matteo Orfini: “Non possiamo non stare all’opposizione”, scandisce. E aggiunge: “Il M5s non è una costola della sinistra ed è distante dal Pd, almeno quanto il Pd è distante dalla Lega”.

Poi è Marcucci a rifiutare “qualsiasi abiura” rispetto ai governi Pd: “Ci hanno chiesto di abiurare 4 anni di buon governo. Noi dobbiamo alimentare il dibattito interno, siamo gli unici a fare confronto interno, ma poi dobbiamo stare sulla linea che decidiamo. È impossibile qualsiasi governo con il M5S, tutto ci divide da loro. No, noi non siamo disposti a fare alcuna abiura” Prima ancora della riunione, alla Camera, è il vice presidente dell’Aula di Palazzo Montecitorio Ettore Rosato a ‘stoppare’ qualsiasi tentazione di rivedere la linea uscita dalla direzione del 14 marzo: “Il Pd andrà al Colle giovedì e dirà le cose che sono state dette in direzione”, il 14 marzo, quando il ‘parlamentino’ Pd ha votato “praticamente all’unanimità, con solo sette astenuti, la relazione” del segretario reggente che poneva il partito all’opposizione. “Non ci mettiamo a fare scenari, osserviamo e lasciamo che il Presidente della Repubblica faccia il proprio lavoro”, aggiunge Rosato. La riunione dei gruppi parlamentari del Pd è stata aggiornata a dopo il secondo giro di consultazioni al Quirinale.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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