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Diario di una liceale ad Auschwitz, “Mi sale tantissima rabbia”

“Ogni strage imposta in silenzio, ogni singola vittima, ogni carnefice, merita il racconto reale non ad alta ma ad altissima voce, perché le persone devono sapere, l’informazione è necessaria, la curiosità di noi giovani è necessaria”. E Auschwitz è una di queste stragi da raccontare sempre. Martina Bonetti, 18 anni, studentessa del liceo scientifico e anche con indirizzo tecnico-economico ‘Pezzullo’ di Cosenza, ha preso parte qualche giorno fa con la preside Maria Salvia, altri studenti calabresi e un altro centinaio di studenti delle scuole secondarie, al Viaggio della Memoria a Cracovia e ai campi di deportazione e sterminio di Birkenau e Auschwitz organizzato dal Miur con l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). Un viaggio che l’ha toccata profondamente, scossa nelle convinzioni.

Il ‘diario delle emozioni’

In un personale ‘diario delle emozionì ha messo dapprima la paura di partire per questo impegno, poi la rabbia provata nel camminare per le strade di quello che all’epoca i nazisti trasformarono nel ghetto ebraico di Cracovia, quindi lo sconcerto e quasi l’incredulità camminando tra i viali innevati del campo di Birkenau, a ridosso dei resti del Krematorium o davanti alla Bahn-rampe dove arrivavano i treni merci carichi di deportati e dove avveniva la prima selezione tra chi – specie bambini, anziani, malati – era da subito destinato alle camere a gas e chi invece destinato al lavoro o alle sperimentazioni scientifiche da parte di Josef Mengele. Martina, e come lei anche la sua amica da subito più determinata Nicole, parla di questo appuntamento del Miur come di un “significativo” viaggio, sebbene breve. Ed è stata in particolare Auschwitz ad aver rappresentato il punto più alto di questo turbamento, insieme ad una piena consapevolezza di cosa sia stato quel tempo. Martina racconta che “l’aria dentro Auschwitz è pesante, ogni passo lì dentro può essere paragonabile ad una salita molto ripida”.

“Non volevo entrare”

Riconosce di non essere stata sicura di voler entrare, “avevo paura, ma poi mi sono fatta coraggio e, passo dopo passo, ho iniziato a guardarmi intorno. Quelle strutture mi hanno lasciata sconcertata soltanto nel vederle dall’esterno: fatte bene, niente lasciato al caso, così precise, precise come un orologio svizzero, purtroppo. Questo mi fa pensare al tempo impiegato per costruirle, queste strutture, alla razionalità che hanno utilizzato per un lavoro così fatto bene. La cosa più difficile è provare a capire come sia stato possibile odiare e considerare così pericoloso un popolo, semplicemente per quello che era, tanto da dover arrivare alla conclusione di doverlo eliminare dalla faccia della terra”.

“Mi sale tantissima rabbia”

La visita al campo di Auschwitz, nel vedere il museo, significa “pensare a quello che hanno dovuto subire, morire ogni volta, privati della loro libertà, privati dei loro familiari, dei loro abiti, i capelli, i loro nomi, privati delle loro personalità, della routine, le abitudini, il lavoro, la serenità di una casa, di un letto e un pasto caldo… mi sale tanta rabbia, tantissima. Sono tornata a casa però con l’intento di trasmettere ogni singolo particolare, ogni orrore, ogni emozione, per coloro che non hanno avuto questa mia stessa possibilità. Oggi so di essere una persona migliore, l’impatto di questa esperienza, direi anche per fortuna, è stato molto forte, è riuscita a modellare in me quello che restava di un’ingenuità che spesso mi spingeva a non essere consapevole di me stessa. Oggi lo sono, si cresce, sia per il trascorrere inevitabile degli anni, o – per appunto – esperienze del genere. Si cresce, inevitabilmente. Mi ha sempre spaventata l’idea di crescere, non so precisamente a cosa associavo questa crescita da ritenerla così ‘terribile’ e non volevo, non volevo assolutamente crescere, eppure mi rendo conto solo oggi che crescita non vuol dire accantonare la gioia di vedere il mondo come quella di un bambino, non vuol dire vedere il bicchiere mezzo vuoto, e neanche smetterla di essere sensibili, che molto spesso viene associato all’essere piagnucoloni”.

“Io non dimentico”

“Oggi non ho paura di raccontare la mia esperienza ‘sfogandomi’, perchè quello che è successo, ogni strage imposta in silenzio, ogni singola vittima, ogni carnefice, merita il racconto reale non ad alta, ma ad altissima voce, perchè le persone devono sapere, l’informazione è necessaria, la curiosità di noi giovani è necessaria. Io non dimentico”, conclude il ‘ diario di emozioni’ di Martina di ritorno dal Viaggio della Memoria.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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