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Dietro gli amanti di Piazza Indipendenza un 'gioiello' occupato

E’ l’inizio di maggio. Di giorno, in pieno centro a Roma, due persone vengono riprese mentre fanno sesso sul marciapiede, tra i rifiuti (foto dal sito Roma fa schifo). Sono a due passi dalla stazione Termini, dietro piazza Indipendenza, a via Curtatone. La foto viene rilanciata su Internet e si infiamma la polemica sul degrado della città. Ma la notizia nella notizia è che il palazzo immortalato alle spalle dei due ‘amanti’ è l’ex sede storica di Federcosorzi, un immobile di pregio, vincolato dalla Sovrintendenza, che da quasi quattro anni è occupato da centinaia di rifugiati. 

La proprietà: “Situazione paradossale, ci paghiamo tasse e bollette”

“Una situazione paradossale”, spiega Marco Scopigno, responsabile comunicazione della Idea Fimit, società di gestione del risparmio che gestisce fondi di investimento immobiliari, tra cui Fondo Omega proprietario dal 2011 dell’edificio in questione. “Noi – racconta – gestiamo immobili in tutta Italia, sono più di mille, quattro di questi sono occupati e tutti e quattro a Roma. Nella capitale non è possibile venire a capo delle occupazioni abusive e il caso di Piazza Indipendenza è il più clamoroso”: Si tratta di “un immobile che vale 80 milioni di euro, e c’è l’ordinanza di sgombero con un atto del tribunale che a cui nessuno dà esecutività”. 

L’ex sede storica Federconsorzi, vincolata dalla Sovrintendenza

Complessivamente sono circa 33mila metri quadrati, 9 piani più due interrati, un edificio d’impronta razionalista costruito negli anni Cinquanta su progetto degli architetti Aldo Della Rocca, Ignazio Guidi, Enrico Lenti e Giulio Sterbini e decorato con un fregio bronzeo di Pericle Fazzini.

“L’abbiamo comprato nel 2011 e abbiamo cominciato a farci dei piani di sviluppo, avevamo una serie di idee per realizzare uffici. C’erano trattative con diverse istituzioni, pubbliche e private. Ma come abbiamo aperto il cantiere, loro sono entrati”. ‘Loro’ sono ormai un migliaio di rifugiati politici, nella stragrande maggioranza eritrei, che dal 12 ottobre 2013 hanno occupato il palazzo e vivono lì.

Un costo per i proprietari, non solo in termini di introiti mancati: per quell’immobile, Idea Fimit paga le bollette, pari a 240mila euro all’anno, e addirittura 575mila euro all’anno di tasse. Tutti i fondi proprietari di immobili occupati, infatti,sono tenuti a sostenere le tasse di proprietà, come Imu e Tasi, e le spese legate ai consumi delle utenze allacciate.

Dall’occupazione al (mancato) sgombero, le tappe della vicenda

  • 12 ottobre 2013: l’immobile viene occupato da migranti e rifugiati
  • ottobre – dicembre 2013: la proprietà presenta denuncia alla procura della Repubblica, scrive alla Questura di Roma e alla Soprintendenza dei Beni Architettonici
  • 8 maggio 2014: Istanza di ordine pubblico
  • 12 settembre 2014: Lettera al Comando Provinciale dei vigili del fuoco, alla Asl di Roma, all’Arpa, al Comune di Roma, al III Municipio e alla Questura
  • 1 dicembre 2015: il Gip del Tribunale di Roma emette un decreto di sequestro preventivo dell’edificio ex art. 321 codice procedura penale, in relazione al reato di occupazione abusiva. Il provvedimento, che comporta lo sgombero dell’immobile, non è ancora stato eseguito
  • Gennaio-febbraio 2016: presentati due solleciti formali per l’esecuzione dello sgombero
  • 31 marzo 2016: l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, alla Camera annuncia che si procederà il prima possibile con l’operazione di sgombero del palazzo
  • 12 aprile 2016; figura nella delibera del Commissario straordinario di Roma, Francesco Paolo Tronca, tra gli obiettivi primari di sgombero

L’ultima dichiarazione sul palazzo occupato di via Curtatone è stata dell’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, resta da vedere cosa farà il nuovo responsabile del Viminale, Marco Minniti. I rifugiati hanno diritto all’accoglienza ma se ne dovrebbero occupare governo e Comune, trovando una sistemazione alternativa. “Ci rendiamo conto della difficoltà e della delicatezza dell’operazione per le forze dell’ordine della città – afferma Scopigno – ma noi non siamo una onlus, perché dobbiamo farci carico di questo?”.

Padre Zerai, “manca un reale progetto di accompagnamento all’integrazione”

“Non c’è la volontà politica di fare qualcosa”, denuncia da parte sua Padre Zerai, sacerdote eritreo presidente di Habeshia, l’agenzia che si occupa di assistenza ai rifugiati africani. Nello stabile “ci sono circa mille persone, la quasi totalità eritrei che hanno già ottenuto il riconoscimento di rifugiati o la protezione sussidiaria. Sono tutti legalmente residenti in Italia – sottolinea – solo che al riconoscimento non è seguita l’accoglienza in strutture che potevano garantire condizioni di vita dignitose”. “Erano stati messi in mezzo alla strada, perché l’Italia non prevede per tutti l’accompagnamento fino alla reale autonomia delle persone”. 

Come ricorda Padre Zerai, “la Regione Lazio ha più di 200 strutture abbandonate che potrebbero essere utilizzate”: bisognerebbe “riprenderle, sistemarle un po’ meglio e adibirle all’accoglienza, con un progetto reale di accompagnamento all’integrazione. Se si abbandonano così le persone, poi si assiste a queste situazioni”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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