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Dio: Per gli italiani il paradiso è come un ministero

Leonardo Sciasciadi Leonardo Sciascia in “la Repubblica” del 18 gennaio 2014 –
“Religiosità e ateismo” è il titolo di questo testo inedito di Sciascia che esce sul nuovo numero di Todo Modo. Rivista internazionale di studi sciasciani, edita da Leo S. Olschki e fondata da Francesco Izzo che la dirige con Marco Fiaschi e Mark Chu.

Io spero che nessuno si aspetti da me un dotto discorso oppure un’indagine esaustiva su religiosità e ateismo o su ateismo e religiosità. […] Mi pare sia stato Bertrand Russell a dire che tutta la filosofia occidentale non è che un’annotazione in margine a Platone e così è anche per il problema dell’ateismo che si è invece portati a considerare abbia avuto dibattito e definizione prevalentemente nel secolo XVIII. Ed è certo che quantitativamente in quel secolo il problema è stato maggiormente agitato e si potrebbe anche dire propagandato, ma in definitiva pochissimo è stato aggiunto allora e fino ad ora, all’analisi di Platone. Si tratta, insomma, di annotazioni in margine, propriamente. Dicendola la prima e più bella analisi dell’ateismo che la storia della filosofia ricordi, così Abbagnano la riassume, dal Decimo Libro delle Leggi di Platone. Platone considera tre forme di ateismo: primo, la negazione della divinità; secondo, la credenza che la divinità esista, ma non si curi delle cose umane; terzo, la credenza che la divinità possa essere propiziata con doni e offerte.

Di queste tre forme di ateismo, le prime due, corrispondenti approssimativamente al materialismo e allo scetticismo, si possono dire di ateismo filosofico, anche se Platone riconosceva come tale soltanto la prima, considerando di volgare pregiudizio le altre due. […] Comunque, ad apparentare le prime due forme di ateismo poste da Platone e che qui ed ora non molto mi interessa, ricorderò le poco conosciute lettere di Lorenzo Magalotti sull’ateismo, piene, specialmente le prime, di sottili osservazioni a svolgimento di temi come questo: «Veri atei pochissimi. Gli uomini di buon senso che danno in ostentar l’impietà, siccome non diventano mai veri atei, così mai non s’assicurano nel loro preteso ateismo. Questi son più lontani dal diventare veri atei che dal professare qualche religione». E ancora: «Non potere gli atei negare Dio, ma al più dubitarne», e così via. Che è, questa di Magalotti, una meditazione sull’ateismo degli “uomini di buon senso”, come lui dice, e fatta da un uomo di buon senso. Che più di due secoli dopo questo modo di intendere l’ateismo e del più impetuoso scorrere dell’ateismo filosofico, André Gide riassume in questa nota nel Journal: «Sade e La Mettrie i due veri atei del XVIII secolo, diceva Jean Strohl. La penso quasi allo stesso modo, non potendo considerare atei Voltaire, d’Holbach, Grimm, Montesquieu e meno ancora Rousseau.

Quanto a Diderot, il suo articolo su Spinoza mi mette in confusione. Oh, sì, qualcuno di loro non credeva ai miracoli, alla provvidenza, a un qualche dio che accidentalmente faceva trionfare nei particolari voleri, ma non è così facile essere atei. Io capisco Hume quando dice a d’Holbach che non aveva avuto la fortuna di incontrarne uno solo e quando il barone d’Holbach gli risponde: “Stasera avrete il piacere di cenare con diciassette di loro”, egli un po’ gioca sulla parola; mettendo poi i commensali con le spalle al muro, trovò in loro più un vago scetticismo che delle affermazioni negative ben precise e ben risolute ». […] Ma riprendendo, io dico come Gide: ho sempre pensato che non è facile essere atei, totalmente e rigorosamente atei. È stato spiritosamente detto che in una sola giornata è possibile ad un uomo vivere tutte le filosofie che sono state pensate nei secoli, passare dall’una all’altra visione della vita e s’intende della morte, attraverso il succedersi delle condizioni e dei condizionamenti, delle percezioni e degli stati d’animo, della fatica, del riposo, dei desideri, degli appagamenti che una giornata contiene. Epicurei se immersi nel bagno, sofisti davanti allo specchio, stoici se sanguiniamo sbarbandoci, e così via. […] Ma, come dicevo, non è l’ateismo proposto che qui ed ora m’interessa, ma quella terza forma di ateismo che Platone considera come la più pericolosa e malvagia che si potrebbe dire l’ateismo del credente in Dio, l’ateismo pratico, l’ateismo attivo; tenendo presente che sto parlando di credenza religiosa e di credenza atea nel mondo nominalmente cristiano, per capire che anche se le chiese cristiane hanno sempre indicato l’ateo filosofico come il vero e pericoloso nemico, effettualmente siamo di fronte a una mistificazione alquanto simile a quella cui ricorrono le tirannie quando impotenti al buon governo e mancando alle loro stesse promesse, per coloro che tengono in soggezione, creano ed indicano il nemico esterno.

In realtà, in area cristiana, l’ateo filosofico si potrebbe definire come un cristiano che crede di non credere in Dio. «Se Dio non esiste», dice Dostoevskij, «nulla ci è permesso »: nulla è permesso all’ateo e nulla l’ateo si permette che la legge religiosa non permetta tra gli uomini. E qui voglio introdurre una personalissima nota, ricordando Giuseppe Rensi, filosofo scettico, autore di una apologia dell’ateismo in una collana di apologie pubblicata, intorno al ’27, dall’editore Formiggini, collana che portava questa dicitura: «Tutte le fedi esaltate da credenti » e che quindi dava come fede anche l’ateismo e Giuseppe Rensi come nell’ateismo credente. Ed era un uomo, Rensi, di limpida e cristianissima vita, di limpido, libero e coraggioso sentire e dire, anche negli anni del fascismo da cui ebbe persecuzioni. Era un’anima naturale per i cristiani e posso dire cheper me che mi sento cristiano, checché ne dicano i preti, i libri di Rensi sono stati una confermazione del mio essere cristiano; e non a caso uso la parola confermazione: la uso appunto come sinonimo di cresima; il mio battesimo è stato Victor Hugo e la mia cresima Giuseppe Rensi. E devo dire che io ritengo che quel tanto di cristiano che c’è nel mondo occidentale, lo si deve più a Victor Hugo che al catechismo.

Ecco, questo scettico Giuseppe Rensi, io non lo direi ateo, nonostante la sua apologia dell’ateismo, nonostante il suo testamento che però alle parole «atomi» e «vuoto» aggiunge: «è il divino in me». Questa nota personalissima e forse divagante, mi dà però modo di entrare nel vivo del problema, brevemente. Il problema per come io lo sento, e cioè cogliendo un riferimento che Rensi, nella sua autobiografia intellettuale, fa a Pirandello, quando dice: «Il teatro di Pirandello non è altro che la mia filosofia portata con grandissimo ingegno drammatico sulla scena. La cosa è così evidente e innegabile che verrebbe universalmente riconosciuta e proclamata se, a mio riguardo, circostanze che non hanno nulla a che fare con la valutazione del pensiero, non stessero ad impedirlo ». Rensi in effetti si illudeva: non erano le circostanze, e cioè il fa-scismo dominante, a impedire, parlando di Pirandello, un riferimento alla sua filosofia: era piuttosto l’ignoranza e la disattenzione.

Il rapporto comunque c’è e al di là o al di qua di ogni etichettabile filosofia; il rapporto sta, intrinsecamente, nel loro essere naturalmente cristiani e nel loro drammatico scontrarsi in un mondo che s’appartiene a quella forma di ateismo chePlatone considera la più volgare e pericolosa: l’ateismo di coloro che credono nella trascendente divinità e che con invocazioni ed offerte, osservandone i riti, credono di poter averla propizia e tutto permettersi. Ed è una forma di ateismo molto diffusa nel mondo cristiano e nel nostro paese diffusissima. È un rapporto di corruzione che si instaura con Dio, quasi che Dio fosseun’entità simile a un ministero.

Di questa forma di ateismo che per lui era semplicemente impostura, ebbe sospetto che potesse insinuarsi nel mondo cristiano già Luciano di Samosata nel secondo secolo; e ne è certo Montaigne nel XVI, e possiamo noi del XX scrutarla in ogni sua manifestazione, implicazione e conseguenza, appunto nel prisma dell’opera pirandelliana. E si può cominciare dalla commedia Pensaci, Giacomino! in cui al cristianesimo del professor Toti si oppone l’ateismo pratico, l’ateismo attivo di padre Landolina, opposizione che esplode in queste battute finali: «TOTI (a Landolina parlandogli davanti) Vade retro, vade retro! Via, via Giacomino, non ti voltare! (E mentre Giacomino e Ninì passano la soglia, seguita imperterrito a gridare)Vade retro! Distruttore dellefamiglie! Vade retro! LANDOLINA (accorrendo, gridando) Giacomino, io credo… TOTI (subito dandogli sulla voce) Che crede? Lei neanche a Cristo crede!» Da qui, scorrendo tutta l’opera di Pirandello, ci apparirà quest’opera come conclusa, come serrata dentro il drammatico impatto che necessariamente doveva trovare la sua celebrazione definitiva nel teatro, nell’impatto tra quella che Bontempelli chiama l’anima candida e che io vorrei chiamare l’anima religiosa, l’anima naturalmente cristiana di una realtà umana di fidelistiche apparenze, ma sostanzialmente atea che è la nostra. […] Contro questo tipo di ateismo non mi pare si rivolga oggi quello che appare come un ritorno alla religione; ha tutta l’aria di un ritorno di reduci, di sconfitti, di sconfitti nella affannosa, dolorosa e vana ricerca della felicità, nelle ideologie che quella terrena felicità prometteva. E l’effetto di questo ritorno, si intravede nel mondo cattolico; mi pare di trovare un riflesso in quello che Chesterton, altro grande scrittore cristiano, diceva cinquant’anni fa del cattolicesimo americano: che all’impressione di essere in America come in una terra avanti la venuta di Cristo, molte perplessità aggiungeva l’innegabile sviluppo del cattolicesimo, i tanti cattolici americani.

«Ho conosciuto», diceva Chesterton, «una signora serissima, laureata nella migliore Università cattolica; era convinta d’essere stata Maria Maddalena in un’esistenza anteriore. Sono cose che fanno paura, un senso di religioni nere, di torvi misteri». E non per nulla oggi la Chiesa è costretta a prendere posizione contro l’astrologia. I torvi misteri: qualcosa di nero, di oscuro c’è, in questo ritorno al cattolicesimo. Ma per concludere, c’è un solo vero e fervido segno di religiosità, di religione che mi pare scenda oggi nel cuore degli uomini ed è il desiderio e la speranza della pace. A questa parola, a questo segno, nell’avvento che avrà tra i popoli, tra gli uomini e soprattutto in ogni uomo, forse potrà legarsi la fine di quell’ateismo dominante che già Platone vedeva e condannava come il più pericoloso e malvagio.

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