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Diocesi trasparente. La curia di Padova pubblica il proprio bilancio economico. Lo farà anche la Cei?

“Adista”
n. 40, 19 novembre 2016 –
Luca Kocci –

Operazione trasparenza nella Diocesi di Padova. Lo scorso 29 ottobre, nel teatro dell’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Sarmeola di Rubano (Pd), alla presenza del vescovo mons. Claudio Cipolla e del vicario episcopale per i beni temporali della Chiesa, don Gabriele Pipinato, è stato presentato il Rapporto annuale dell’ente Diocesi, che comprende stato patrimoniale e conto economico, ovvero il bilancio della Diocesi.

Una novità pressoché assoluta nel panorama delle diocesi italiane e della stessa Conferenza episcopale italiana, che per prima – a parte una rendicontazione complessiva e generica relativa ai fondi dell’otto per mille – non rende pubblico il proprio bilancio. Quindi la scelta della Curia patavina – «frutto di un lungo percorso iniziato con il vescovo Antonio (Mattiazzo, il predecessore di Cipolla, n.d.r.) nella primavera del 2013 e intensificato sotto la guida del vescovo Claudio», si legge nel Rapporto, pubblicato anche sul settimanale diocesano La Difesa del popolo (6/11) – appare particolarmente significativa.

«La presentazione del bilancio – spiegano dalla diocesi – è frutto di un lavoro di tre anni in cui si è intrapreso un nuovo sistema contabile a livello locale e centrale. È cambiata la modalità di presentazione dei rendiconti delle parrocchie alla Diocesi, ma soprattutto si è attivato un lavoro di formazione e sensibilizzazione nel territorio, in particolare a livello di Consigli parrocchiali per la gestione economica – per aumentare la consapevolezza della necessità di conti sempre più rispondenti alla missione della Chiesa». È maturata la convinzione, proseguono, che «la credibilità della Chiesa passa per la gestione responsabile e la precisa rendicontazione di quanto viene offerto». E soprattutto significa «mettere bene in chiaro quali sono le priorità pastorali che una comunità diocesana si è data, perché è dall’utilizzo che facciamo dei soldi, inutile girarci intorno, che capiamo noi per primi, e mostriamo al mondo, cosa ci sta veramente a cuore. Senza mai dimenticare che solo la trasparenza aiuta a costruire quel clima di fiducia che alimenta la carità delle gente, specie in un momento di grandi difficoltà economiche».

Il nostro modello deve diventare Zaccheo, il pubblicano che – racconta il Vangelo di Luca (19, 1-10) –, dopo che Gesù va a casa sua, decide di dare la metà dei suoi beni ai poveri e di restituire il quadruplo a chi è stato frodato, spiega don Gabriele Pipinato, che però aggiunge: «So già che non ci sarà possibile fare come Zaccheo, so già che il prossimo anno non riusciremo a mostrare che abbiamo dato metà dei nostri beni ai poveri. Tuttavia nemmeno vogliamo rinunciare a fare qualche passo concreto». Innanzitutto sul terreno della trasparenza che, data la situazione della Chiesa italiana, non sembra piccolo. Il bilancio che rendiamo pubblico, prosegue il vicario per i beni temporali della Chiesa della diocesi di Padova, «è solo una fotografia di come usiamo le nostre risorse economiche e finanziarie, ma potrebbe diventare di più, quasi una radiografia delle convinzioni che ci animano. Nella Chiesa, la gestione dei beni è il terreno dove si gioca la credibilità del messaggio che annunciamo, e quindi si tratta di autentica pastorale».

Passando ai numeri del bilancio, il conto economico 2015 della Diocesi di Padova segnala uscite per 10.930.541 euro e ricavi per 10.475.934 euro, quindi con una perdita di esercizio di euro 454.607. Le uscite, in percentuale, sono così suddivise: circa il 20 per cento (poco più di due milioni di euro) per attività pastorali specifiche e di funzionamento; circa il 18 per cento (due milioni) per il personale, le consulenze professionali e i collaboratori; circa il 41 per cento (poco più di quattro milioni) per la carità, il culto e la pastorale; mentre circa il 18 per cento (due milioni) è stato accantonato, la metà per un fondo emergenze appositamente attivato. Mancano all’appello i costi per il sostentamento del clero – una voce “pesante” – perché questi arrivano direttamente dalla Cei, tramite l’Istituto per il sostentamento del clero. Invece per quanto riguarda le entrate, le voci sono queste: il 15 per cento (poco più di 1,5 milioni di euro) da attività varie; il 39 per cento da contributi Cei mediante l’otto per mille (precisamente 4.011.831 euro), tranne i soldi per il sostentamento del clero; il 13 per cento (1 milione abbondante) da contributi pubblici e privati; il 21 per cento (poco più di due milioni) da offerte e donazioni, il restante 12 per cento (poco più di un milione) da proventi straordinari.

«Trasparenza e responsabilità: è questo il binomio che vogliamo provare a tradurre in azioni concrete», spiega mons. Cipolla, nominato vescovo di Padova da papa Francesco nel luglio 2015. «Se impariamo a gestire con responsabilità e trasparenza il nostro patrimonio, apriamo una porta al dialogo, la nostra parola diventa credibile e forse possiamo creare le condizioni per arricchirci tutti del Vangelo, che è il nostro vero e unico patrimonio».

L’esempio di trasparenza della Curia di Padova sarà imitato dalle altre diocesi italiane e magari dalla stessa Cei?

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