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Dire a qualcuno "sei una merda" non è reato

Roma – E’ “legittimo” l’esercizio del “diritto di satira” nel caso di “impiego di un detto popolare che comporti il rischio di identificazione di una persona con un escremento”, se “contestualizzata” e riconosciuta “sorretta dall’intento di esasperazione grottesca od iperbolica dell’impraticabilita’ di un ipotizzato paragone della condotta da quella persona tenuta, pubblicamente ammessa o riconosciuta, ad altra vicenda storica”. E’ il principio di diritto applicato dalla terza sezione civile della Cassazione nell’ambito della causa che ha visto contrapporsi Renato Farina e il gruppo ‘L’Espresso’: Farina aveva chiesto un risarcimento danni perche’, nel 2006, “in relazione alla scoperta del suo coinvolgimento con il Sismi – si legge nella sentenza – nella rubrica on line di ‘Repubblica’ e nella rubrica curata da Vittorio Zucconi”, alla lettera di un lettore che chiedeva “se la vicenda potesse accostarsi a quella di Hemingway siccome anche lui spia per il Dipartimento di Stato”, comparve per risposta il richiamo ad una battuta del comico Gino Bramieri di “evitare di confondere il risotto con la merda”. In primo grado, il tribunale di Monza accordo’ a Farina un risarcimento di 50mila euro, mentre in appello, i giudici milanesi respinsero la domanda di risarcimento ritenendo “integrata l’esimente del diritto di satira”.

Anche la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di Farina, sottolineando che “il diritto di satira, a differenza da quello di cronaca, e’ sottratto al parametro della verita’ del fatto, in quanto esprime, mediante il paradosso e la metafora surreale, un giudizio ironico su un fatto, purche’ il fatto sia espresso in modo apertamente difforme dalla realta’, tanto da potersene apprezzare subito l’inverosimiglianza e il carattere iperbolico”. I giudici di piazza Cavour hanno quindi ritenuto “non affette da gravissimi vizi” le motivazioni della Corte territoriale nel senso di “escludere il carattere di ingiuria diretta nell’impiego di un detto popolare onde recidere in radice ed in modo grottescamente iperbolico, nel senso di manifestamente esasperato e disancorato da ogni intrinseca verosimiglianza del paragone – conclude la sentenza – qualunque anche minima possibilita’ o ipotesi di accostamento della vicenda odierna (il coinvolgimento di un onorevole, giornalista, al soldo dei servizi segreti) ad altra del passato e relativa a personaggio di rilevanza storica”. (AGI)

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