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Divampa la seconda guerra del burkini a colpi di divieti e contro-divieti

Il burkini, costume da bagno per donne islamiche, si ripiglia il posto in cronaca di un anno fa. La polemica comincia dalla Francia, come nell’agosto 2016. Oggi il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del sindaco di Lorette, Gérard Tardy, contro la sospensione decretata dal Tribunale amministrativo di Lione del divieto di accesso alle donne in burkini sui lidi d’acqua dolce municipali. Il sindaco dovrà anche risarcire con 2.100 euro, come stabilito il 3 luglio scorso dal Tribunale, le tre associazioni che hanno contestato il divieto, fra cui il Ccif (Collectif contre l’Islamophobie en France) già in prima linea nella ‘guerra’ dell’estate scorsa.

Alla signora musulmana un conto per “spese di disinfezione”

La contesa tuttavia rimbalza in altri punti della Francia: il Ccif ha rivelato il caso di una coppia islamica (‘Karim’ e ‘Fadila’, ma sono nomi di invenzione per rispetto della privacy) cui il proprietario di un résidence privato a la Ciotat, nei pressi di Marsiglia, ha chiesto le spese per la disinfezione della piscina dove la donna si era bagnata in burkini nella settimana di soggiorno conclusa pochi giorni fa. ‘Fadila’ si bagnò senza problemi una prima volta con i figli, ma l’indomani dopo un’ora in piscina sarebbe stata allontanata dai vigilanti, a causa di un reclamo ricevuto perché la donna entrava in acqua “vestita”. Stando alla denuncia del Ccif, la signora non ha più potuto usufruire della struttura per il resto del soggiorno e alla fine il titolare del résidence ha trattenuto la cauzione anticipata di 490 euro come anticipo sulla disinfezione.

La ‘guerra del burkini’ ha già varcato le Alpi: in Italia sono divampate le prime fiammate con l’intervento della Lega Nord perché una donna musulmana si è immersa in burkini nella Piscina Beethoven di Ferrara. Igieniche, anche qui, le ragioni addotte: con un costume che copre tutto il corpo, i bagnini non sono in grado di rilevare i segni di eventuali ferite o infezioni. Pronta reazione del Pd, in cui si ricorda che in Italia non vige alcun divieto di fare il bagno coperti. E la Lega: allora noi lo faremo con i pantaloni.

Ogni polemica porta con sé una bufala, come la foto che ha girato sul web a luglio scorso, di una sfatta matrona in burkini rosso veicolata come uno scatto fatto a Rimini, mentre era un’immagine presa sui lidi della Turchia e messa su Twitter.

Il premier francese: “W la Marianne a seno nudo!”

Si prevedono nuove puntate. Ma la tendenza quest’anno è di una polemica spostata – almeno in apparenza – sui profili sanitari, mentre l’estate scorsa fu palesemente sul confronto fra valori religiosi e civili. I sindaci francesi insorsero contro il burkini nel nome dell’ordine sociale e della laicità in una atmosfera riscaldata dalla strage terroristica di Nizza del 14 luglio. La vicenda ebbe l’epilogo con la pronuncia del Consiglio di Stato del 26 agosto, che bocciò il divieto dell’indumento. Ma fu epilogo parziale: prima di tutto perché, pur costituendo precedente giurisprudenziale, la misura riguardava gli specifici Comuni coinvolti nei ricorsi amministrativi. Poi perché il primo ministro di allora, Manuel Valls, fece un pesante intervento quando definì il burkini incompatibile con i valori della Francia: con la sua idea che, “per natura, le donne siano indecenti, impure, e che quindi debbano essere totalmente coperte”.

Mentre l’Onu elogiava l’annullamento di un divieto che “stigmatizzava” i musulmani, Valls tirava in ballo l’effigie laicamente sacra della Marianne a petto nudo “perché sta nutrendo il popolo”, e che “non porta velo perché è libera”.

Intanto, in Algeria, il bikini…

Le baruffe occidentali intanto si capovolgono sulle opposte sponde del Mediterraneo, almeno sul litorale di Annaba in Algeria, dove plotoni di ragazze che si raccolgono con il tam-tam dei social network hanno avviato, dalla fine del Ramadan, la ‘battaglia del bikini’, rivendicando il diritto di mettere il due pezzi a dispetto dei commenti indignati, per ora solo commenti, dei bagnanti più radicali.

E’ certo comunque, al di là dei criteri igienici o civili, che l’estetica del burkini è perdente e non vanta una diretta filiazione religiosa: l’indumento fu concepito 17 anni orsono da una immigrata libanese in Australia, Aheda Zanetti. Brevettò un prototipo commercializzato dal 2004  e su larga scala dal 2008 col nome di burkini, crasi fra i vocaboli burqa e bikini che ha fatto la fortuna dell’imprenditrice.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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