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Donna morta di parto, ispettori "non ci fu obiezione coscienza"

Roma – Valentina Milluzzo, la donna morta il 16 ottobre all’ospedale Cannizzaro di Catania con i due gemellini che avrebbe dovuto dare alla luce, non è stata vittima di disfunzioni legate all’obiezione di coscienza dei medici. E’ la conclusione cui è giunta la task force inviata dal ministero della Salute all’Ospedale Cannizzaro, che ha redatto una relazione preliminare cui seguirà entro 30 giorni quella definitiva.

A puntare il dito erano stati i parenti, che hanno denunciato ritardi nell’assistenza e il rifiuto di un medico del reparto di intervenire prima della morte del primo feto, perché obiettore di coscienza.

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Secondo la relazione preliminare degli ispettori: “Si ritiene opportuno specificare che dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento “obiezione di coscienza”. Si è trattato di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza”.

LE TAPPE DELLA VICENDA

29 settembre – La donna, di 32 anni, alla 17ma settimana di una gravidanza ottenuta con la procreazione assistita è stata ricoverata con diagnosi di “minaccia d’aborto in gravida gemellare”. La paziente “era in trattamento adeguato per le condizioni di rischio dal momento del ricovero;

15 ottobre – Le condizioni di Valentina Milluzzo si aggravano.

ore 12.00  – Febbre a 39 con somministrazione di antipiretici e ripresa immediata di terapia con antibiotici. Le prime valutazioni cliniche e il monitoraggio dei parametri vitali non evidenziano alcun dato anomalo;

ore 16.00 – Iniziale abbassamento della pressione arteriosa. “Gli accertamenti ematici evidenziano, in modo crescente dall’inizio alla fine, una situazione compatibile con un quadro settico e una coagulopatia da consumo, con progressiva anemizzazione e progressivo calo dei valori pressori”. Vengono allertati gli anestesisti, “al fine di un approccio coerente con le condizioni ingravescenti della donna, che vengono comunicate ai parenti presenti con tempestività.

ore 23.20 – In sala parto, la paziente espelle il primo feto morto.

ore 24.00 – “Inizia infusione con ossitocina, in coerenza con la necessità clinica di indurre l’espulsione del secondo feto”.

16 ottobre

Ore 1.40 – La donna espelle il secondo feto morto. “Viene coinvolto un secondo anestesista di turno e Valentina Milluzzo viene spostata in sala operatoria, per le procedure di secondamento chirurgico e di revisione della cavità uterina in anestesia, che si completano alle 2.10. Si osservano perdite ematiche, tanto da indurre un tamponamento vaginale e, successivamente (vista l’atonia uterina) un tamponamento della cavità uterina; vengono somministrati farmaci appropriati. Le condizioni generali tendono al peggioramento; la signora viene intubata ed assistita sul piano ventilatorio”.

Ore 13.45La paziente muore, “dopo essere stata trasferita in rianimazione e un transitorio miglioramento delle condizioni generali. I parenti sono stati sempre informati e sostenuti dall’intera equipe degli ostetrici e degli anestesisti”.

Poi gli ispettori scrivono una serie di raccomandazioni: “Necessità di una attenta valutazione delle procedure finalizzate al lavoro in èquipe multidisciplinare. Ridefinizione delle modalità di comunicazione tra èquipe con definizione dei livelli di “alert”. Puntuale verifica delle modalità comunicative con gli Utenti. Implementazione di protocolli operativi sintetici e mirati alla pronta individuazione delle situazioni a rischio. Definizione del rapporto tra personale ostetrico e infermieristico, al fine di un ottimale equilibrio tra carichi di lavoro e specificità dell’attività in ostetricia”. Infine si suggerisce una “precisa definizione delle modalità di attivazione dei percorsi organizzativo-assistenziali in emergenza urgenza”. (AGI) 

 

 

 

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